Mike Patton – Mondo cane

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Revival. Un termine che ai più potrebbe far venire i brividi. Tutti si danno al revival, chi del periodo beat, chi del vecchio progressive rock, chi della dance degli anni ’90, chi di questo, chi di quello. C’è chi lo fa come si deve e chi no. Ma cosa vuol dire revival, al giorno d’oggi, se si dovesse fare un discorso generale?

Tutti, più o meno, si mettono a cantare le canzoni di una volta. Ma anche in questo caso si parla di una pratica che non a tutti riesce bene. In molti pensano di essere degli interpreti. Ma cosa vuol dire essere un interprete? E, soprattutto, è ancora possibile esserlo senza abbandonare la propria anima a gorgheggi defilippiani-xfactoriani o standardizzazioni fini a se stesse, per non parlare addirittura della perdita definitiva di questa?

Una possibile risposta, al giorno d’oggi, può essere questo “Mondo Cane“.

Ed è evidente, già dal titolo, un certo richiamo all’omonimo contenitore degli anni ’60 di scene cruente, raccapriccianti, disturbanti, per certi versi vomitevoli ma purtroppo reali, firmato Cavara, Jacopetti e Prosperi. Ma, del resto, quando l’autore di un progetto simile risponde al nome di Mike Patton, è lecito aspettarsi sperimentazioni di svariati tipi ed espedienti quantomeno grotteschi. Dopo aver avuto a che fare con i Fantômas, i Mr. Bungle, i Tomahawk e tanto altro, non può mancare il classico interrogativo: stavolta che cosa avrà tirato fuori dal cilindro quest’uomo?

Un po’ tutti conoscono Mike Patton. Un personaggio a metà tra il genio e la follia, così avvezzo all’avant-garde e alle dinamiche rumorose, tanto da arrivare anche a produrre gli Zu, già lodati da John Zorn e Steve Albini. E sorprende sentire da uno come lui un album che contrappone al citazionismo di cui sopra la riscoperta di vecchie canzoni nostrane degli anni ’60, specialmente considerando l’amore che Michele ha per l’Italia, tanto da sposarsi una nostra conterranea.

Sebbene anche qui sia presente, come suo solito, l’efficace inserimento, anch’esso in una chiave maggiormente vintage, di qualche frammento sonoro schizzato e nevrastenico, ormai tipico di uno come Patton, e non solo, quella che si respira, in generale, è l’aria di un revival il cui obiettivo viene portato a termine senza arrivare a una banalizzazione o alla baroccaggine degli undici brani in questione.

C’è la “criminal song” di Fred Buscaglione (Che notte!), un’intensa interpretazione del repertorio di Gino Paoli, dapprima con una Il cielo in una stanza capace di spazzare via il disastro compiuto da Morgan nel 2009, e poi con Senza fine, c’è Ore d’amore di Fred Bongusto, c’è Deep Deep Down di Ennio Morricone, c’è “Quello Che Conta” di Luigi Tenco, c’è persino L’uomo che non sapeva amare di Nico Fidenco, addirittura una goliardica interpretazione della napoletana Scalinatella (cantata da Roberto Murolo come da Claudio Villa), e i misconosciuti Blackmen (Urlo negro, il cui arrangiamento iniziale è la cosa forse maggiormente vicina al repertorio dei Fantômas).

Ascoltando “Mondo Cane”, viene da pensare che sebbene Mike Patton, negli ultimi tempi, forse si sia lasciato abbandonare un po’ troppo a se stesso, è evidente che quando vuole dimostra di avere ancora qualche ottimo sprazzo di creatività, tanto da dare una marcia in più ad alcune delle canzoni scelte, rispetto alle versioni originali. C’è da sperare che possa continuare, nel tempo, ad avere delle idee e a conseguirle in meglio.

Non si sa mai, magari Patton ci sta già pensando…

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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