Intervista ai Verme

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Approfittando delle recenti recensioni ai danni dei due EP del progetto Verme, abbiamo raggiunto il frizzante Jacopo Lietti, voce condivisa da Verme e Fine Before You Came, nonché anima di Legno e di Heartfelt. E per di più è una persona grossa così. Abbiamo parlato dei Fugazi, dei soldi, di come i Verme mettono in piedi i loro dischi, dello scaricare i dischi e del perché è sempre meglio non chiamare “Sfortuna” un disco. Nonché di Vasco Rossi.

– Va bien, allora partiamo così: l’ultimo disco dei Fine Before You Came si chiama “Sfortuna”, e direi che la sfortuna ultimamente si è un po’ vendicata di quel coretto “maledetta sfortuna!” che c’è nell’ultimo pezzo, vero?

– Non era un’intervista per i Verme?

– Ok, faccio il bravo. Questa domanda è una curiosità personale. I pezzi dei Verme sono così schietti e sinceri che sembrano scritti di botto in un pomeriggio in sala prove, magari pure in campagna. Eppure siete quattro tipetti abbastanza cresciuti e con dietro delle band con suoni molto forti e particolari. Quindi i pezzi vengono davvero fuori in un idilliaco pomeriggio o dietro ci sono tante botte e prove fino a tarda notte?

– Oh no. Il Verme prova davvero molto poco. Gli impegni sono tanti e la vita ci tiene lontani dalla saletta. Specie me che sono papà. Alcuni mi chiamano “padre coraggio”. Io talvolta mi sento “padre sconforto”. Ci propongono mille mila date e noi siam sempre costretti a rinunciare perchè c’è da stare accanto alla famiglia. Quegli otto pezzi che abbiamo registrato fino a questo momento sono frutto di poche prove, di registrazioni fatte col cellulare in casa e spedite via mail, di testi scritti di getto su foglietti di carta durante spostamenti pendolari. Quando entriamo in sala per registrare siamo sempre completamente impreparati e ci affidiamo un pò al caso e un pò ad Ale che è il nostro fonico di fiducia nonché amico. Abbiamo sempre solo un giorno per fare tutto per cui è una corsa contro il tempo a favore del cuore e, perchè no, del portafoglio. Non si tratta di una scelta forzata. Alla fine ci piace molto l’idea di suonare così genuini senza pretesa alcuna. Non ci facciamo troppi problemi su arrangiamenti suoni e registrazioni. Se alle tue orecchie suoniamo schietti e sinceri vuol dire che stiamo andando bene così. Del resto se vieni a sentirci dal vivo non è che siamo proprio dei manici a suonare. Preferiamo divertirci.

– È bello quando non solo la musica è spontanea ma anche la gente che la fa. Vivo in prima persona l’underground della mia zona e non e qui come un po’ dappertutto ci sono tanti gruppi, come i Verme e progetti collegati, che vanno avanti barcamenandosi tra famiglie, pochi soldi, il lavoro, furgoni che si rompono e tutto l’ambaradan. Si dice che non c’entrano i soldi, ma il cuore. I Bucket Full Of Teeth dicono che se tutto ha un prezzo, niente ha un valore. Un mio amico filosofo dice che il denaro è allucinazione collettiva. Si può dire che i vari Verme, Dummo, Hot Gossip, Agatha e Fine Before You Came (tutti i gruppi dei membri della band, nota per il pubblico) supportino questo tipo di idee?

– Hai detto cose molto vere e affatto tristi. C’è un modo di concepire il suonare che è completamente avulso dalle dinamiche del mercato musicale. Semplicemente per la gran parte delle persone che compongono i gruppi in cui suoniamo la musica non è un lavoro e mai potrà esserlo. Non per questioni di limiti, che poi magari ce ne sono a valanghe, ma proprio per scelta. Non c’è nessun pregiudizio nei confronti di chi suona per portare a casa il pane. Semplicemente si preferisce lasciare questa cosa su un piano romantico. Chiaramente ci sono delle sfumature tra tutti questi gruppi che hai citato che dipendono dalle vite e quindi le esigenze dei componenti stessi. La cosa certa è che si tratta e si tratterà sempre di una passione.

– A tal proposito sembra quasi una verità certa che scaricare musica stia uccidendo la musica. Eppure sugli stessi giornali su cui escono ‘sti proclami catastrofici, poi scrivono che chi scarica più musica compra più dischi (se t’interessa qua è la fonte http://www.independent.co.uk/news/uk/crime/illegal-downloaders-spend-the-most-on-music-says-poll-1812776.html). Visto che i due EP dei Verme sono usciti in download e che anche un po’ tutti i dischi dei vostri altri progetti si trovano in download o in streaming legalmente autorizzati, mi puoi confermare la cosa? Pur non mettendo su imperi economici, i dischi si vendono?

– Ma, come ti ho detto prima ai nostri livelli vendere i dischi serve davvero a poco. Uno perchè non ti metti certo in tasca i soldi per pagare le bollette, due perchè è bello che la musica sia a gratis. Mettere un disco in daulò gratuito ti permette di arrivare più facilmente a chi vuoi arrivare e di farlo in un modo affatto pretenzioso. Qui c’è il nostro disco, se hai voglia scaricalo, se hai voglia ascoltalo, se hai voglia dicci cosa ne pensi e poi se hai voglia vieni a cantarlo con noi ai concerti. Se poi al concerto hai anche voglia di portarti a casa il supporto perchè è un ricordo, perchè ti fa piacere averlo originale, perchè ti fa piacere darci 5/10 euro con cui noi metteremo la benzina o ci compreremo le galatine allora va tutto molto bene. Noi mettiamo tutto in daunlò gratuito da subito eppure le cassettine le vendiamo lo stesso. Ma insomma, non sono altro che un feticcio. Sono una cosa carina. Ma alla fine fa molto più piacere pensare che qualcuno canti una frasetta sotto la doccia o fischietti un motivetto andando a prendere l’autobus che non sapere che il tuo disco stia su una mensola insieme a mille altri. Che figurati, è una soddisfazione anche quella. Io credo però che il punto non sia vendere i dischi, ma registrarli quando si ha qualcosa da dire a prescindere dalle mode, dalle etichette, dai generi e soprattutto dalle possibilità di guadagno. Ai livelli più alti invece credo che il problema sia quello dei supporti. Escono troppi dischi di plastica, che non hanno niente da dire a livello di oggetto. Sono troppo spesso dei normalissimi Jewel Case con uno squallido libretto fatto male. Penso che le grosse etichette dovrebbero avere più cura per il supporto cosicché chi scarica la musica abbia anche voglia di comprare il vinile o il cd perchè bello da vedere e toccare. Ma li si entra in un ambito più legato alla grafica e al design.

– Parlando di grafica e design, oltre che per Verme e Fine Before You Came, ti conosco anche come parte di Heartfelt, insieme anche a Marco che pure suona nei F.B.Y.C. Siete uno studio grafico non imponente ma ben piazzato, avete lavorato anche per clienti come Abitare ed Enel, siete stati selezionati nell’importante rassegna Spaghetti Grafica eccetera. Insomma sicuramente qualcosa che paga le bollette. Anche Heartfelt però, a partire dal nome e passando per i progetti che ho visto sul sito e su varie pubblicazioni, sembra avere una certa attenzione per i sentimenti e per il cuore più che per il ritorno economico. I vostri lavori sono più Bruno Munari che Adobe Photoshop. Anche se quest’intervista sarà pubblicata su un magazine di musica, sono comunque curioso di sapere che rapporto si crea tra la musica che fai insieme ai tuoi amici per pura passione e per cuore e questo lavoro, la grafica, che pur essendo creativo e realizzabile in tanti modi, in ogni caso è sottoposto a logiche puramente lavorative e professionali.

– Heartfelt nasceva come etichetta discografica e studio di grafica circa nove anni fa. Io Marco e Greta abbiamo lavorato insieme per un pò di anni. Poi purtroppo lo studio non pagava abbastanza per tutti e tre ed io ho dovuto cercare altro sempre nell’ambito della grafica. Heartfelt c’è ancora. Marco e Greta vanno avanti. Io al momento ho messo su un altro piccolo studio di grafica e serigrafia che si chiama Legno. Siamo in due, io e Stefano della Holidays Records. Lavoriamo molto con piccoli gruppi ed etichette indipendenti. Cerchiamo il più possibile di aiutare le piccole realtà. Ma si tratta pur sempre di un lavoro. Inevitabilmente si deve guardare anche al guadagno. Si cerca di fare questo nel modo più corretto ed etico possibile ma alla fine del mese ci sono i conti da pagare per cui in un modo o in un altro ci si deve arrabattare. Anche questo cerchiamo di farlo con tutta la passione possibile. Curiamo le uscite dei dischi dalla grafica alla stampa, alla ricerca dei materiali e dei formati. Serigrafiamo a mano magliette, poster digipack e tutto ciò che può servire ai gruppi cercando di trovare sempre il giusto compromesso tra la qualità e il prezzo. Da una parte è molto bello lavorare così. Dall’altra quando subentra il denaro la poesia va un pò a puttane. Del resto fino a quando non torneremo tutti quanti al baratto il soldo avrà sempre il coltello dalla parte del manico. E noi tutti ci prenderemo delle gran pugnalate nel petto.

– Ci prendiamo tanti schiaffi calci e pugni. Ma poi c’è il concerto. Il momento allegrone per eccellenza anche per il musicista squattrinato. Il Verme ha iniziato ad andare in giro negli ultimi mesi, uscendo dalla sua tana. Abbiamo detto prima che sul palco si vede che non siete ex membri dei Drìm Tiatar, epperò possiamo dire che i concerti vi sono piaciuti?

– I concerti son stati una bomba. Già dal primo la gente cantava i pezzi. Eravamo davvero stupitissimi. Adesso ne abbiamo ancora due o tre prima che Tom si trasferisca per qualche mese in Canada. Il 20 novembre siamo a Firenze per il festival dell’etichetta Sons of Vesta, il 18 dicembre a Genova insieme a La Quiete, OgniGiorno, Chambers e Merkawa. Insomma belle date tanti amici e divertimento assicurato. Come dicevo prima sarebbe bello suonare di più ma è dura. Per cui quelle poche date che abbiamo cerchiamo di godercele e in genere va a finire che si tratta di una festa in cui si urla tutti insieme. Alla fine la cosa bella del concerto è che non lo fa solo il gruppo, c’è bisogno della partecipazione di tutti per divertirsi, dai baristi agli organizzatori, dalla gente al fonico. È un grosso carrozzone dell’ammore.

– In “Autocelebrazione”, piccolo mediometraggio in cui è possibile rimirare la bellezza dei Fine Before You Came, si vedono un bel po’ di cose amorevoli. I supercori, tu che voli senza soluzione di continuità, i rapper, fare le capriole male e prendere la storta, lanciare gli occhiali. Questo modo di fare musica sotto il palco attraversa un po’ tutti quelli che chiamano i generi musicali e anche le epoche (mi vengono in mente i Fugazi e la loro politica sui concerti). Eppure (giusto per fare un nome a cazzo) un grande amore dei Verme è Vasco Rossi, cantante da arena che più arena non si può. Quindi abbiamo le “vecchie” forme di ascoltare e diffondere musica come i superpalchi, apparizioni televisive e concertoni che convivono con concerti sottopalco, distribuzione indipendente, live podcast, DJ set sinestetici. Secondo te stiamo vivendo un’evoluzione o un conflitto? Dove stiamo andando? Chi siamo? Potrei scrivere domande più corte?

– In realtà è una domanda molto intelligente. a dire il vero l’unico fan di Vasco sono io. E attenzione sono fan solo dei primi dischi fino a metà anni 80 e di qualche singolone qua e la dall’86 in poi. Giustamente in questo domandone metti da una parte i Fugazi e dall’altra Vasco. Due mondi. I Fugazi sono un modello per tutti noi, per il modo in cui fanno musica, per l’attitudine e per l’etica che portano avanti da anni. Li amiamo e non potrebbe essere altrimenti. Ci hanno insegnato tantissimo. A mia figlia, al momento giusto, farò vedere “Instrument” più e più volte. D’altra parte è innegabile che vedere uno stadio gremito di persone che cantano insieme a uno scemo su un palco enorme è emozionante. Fa venire i brividoni. Queste sono cose che raramente succedono nei concerti dei nostri livelli. Vogliamo parlare di punk? Parliamo pure di punk. A un concerto punk raramente vedi la gente cantare a squarcia gola. Io penso che quando questo succede è una cosa magnifica. Si crea un rapporto tale tra banda e kids per cui davvero non ci sono più differenze alcune e il concerto diventa cosa di tutti. Penso che se Vasco Rossi (che ripeto, rappresenta solo un mondo, potremmo parlare di Ligabue o Tiziano Ferro nello stesso modo) portasse avanti un discorso di attitudine anche solo in parte simile a quello dei Fugazi vivremmo in un mondo migliore. E sono convinto che oggi non sia impossibile. Internet sta completamente annullando il concetto di rock star. Il fan ha sempre di più un contatto diretto con il gruppo o il cantante a qualsiasi livello. Ci sono migliaia di ragazzini che imparerebbero tanto da Vasco quanto noi abbiamo imparato dai Fugazi. Se solo Vasco avesse qualcosa da insegnare. E allora visto che Vasco non farà nulla di quello che fanno i Fugazi e i Fugazi credo che ignorino l’esistenza di Vasco magari c’è il verso di prendere il meglio da entrambi per far si che per venticinque minuti si crei un’empatia che ci permetta di andare un pò in culo a pregiudizi e preconcetti. Anche in modo ironico. Insomma, il punto è che non per forza Vasco è merda è Fugazi è verità. Io la penso così.

– Mi hai fatto venire in mente la solita domanda copincollata da tutti gli intervistatori sulla “scelta”della lingua. Perché cantare in italiano, perché cantare in inglese, perché far cantare Capovilla… nel vostro caso invece mi sembra che l’italiano più che una scelta sia una specie di necessità funzionale. Ho fuorviato?

– Mi ha fatto ridere “perchè far cantar Capovilla“. Mi ha fatto molto ridere. Comunque cantare in italiano è bello. Si capiscono le parole. E quindi è bello. E fa più Vasco.

– Mi spiace che non abbiate suonato insieme a loro al meeting della Tempesta. Sarebbe stata un’occasione unica. Ma dopo che avete fatto “Sfortuna” sembra che la sfortuna un po’ vi perseguiti, eh? Dovevamo aspettarcelo…

– Maledetto. Continui a fare domande sui F.B.Y.C. Comunque sì. “Sfortuna” ha dato un alibi a molti di noi. Tutte le volte che succede qualcosa salta fuori quel disco. alla fine ci vogliamo un gran bene a quell’affare li. Ce ne può combinare di ogni e noi continueremo a volergli un gran bene. Non suonare al festival tempesta è stato un vero peccato. Però non ti nascondo che saltare il festival per due volte di fila ci ha fatto sentire come quelli che non vanno alla festa e si nota di più. È stato comunque bello. Io c’ero. Ho bevuto mille birre. Poi sono andato a conoscere Capovilla con un bicchiere in mano. Lui mi ha detto brindiamo a Silvio prima ancora che aprissi bocca. Ho girato le spalle e son tornato a sedermi dov’ero.

– È un gran piacere che non cantiate anche voi l’infrangere dell’anima che crolla nell’abisso. D’altronde da quel quadro della situazione’ che abbiamo fatto prima un sacco di gente avrebbe potuto ricavare odio e morte e napalm, poi dipende anche da quanto ci si vuole bene. Ok basta F.B.Y.C. Soddisfami una curiosità, la prossima copertina che i Verme mangeranno quale sarà? E quando sarà? E saranno sempre quattro pezzi?

– Guarda ho appena scritto ai vermi dicendo loro di mettersi sotto che ci piacerebbe registrare tre/quattro pezzi prima che Tommi vada in Canada. Magari ce la facciamo. Magari non saranno quattro pezzi. Magari sanno tre. Sempre registrati in un giorno sempre suonati male. Per la copertina ancora non abbiamo idea. Ogni volta ne vengono fuori mille. Alla fine l’importante è che tutto sia raffinatamente brutto.

– Speriamo che rispondano presto che qui si ha tanta fame. Beh un’ultima curiosità prima di lasciarti, che ti ho spolpato davvero in abbondanza. Su Legno si parla di un sacco di gruppi interessanti. I posti per suonare ci sono e d’altronde ci hai detto che sono più i concerti che non si possono fare per tanti impegni che quelli effettivamente suonati. Insomma si direbbe che le risorse non manchino, alla faccia dell’Italia che è provinciale e l’Italia di leccaculo e l’Italia che me ne voglio andare a Londra ma non me ne vado perchè là sarei l’ultimo dei fessi e l’Italia di qua e di là. C’è qualche realtà – gruppi, etichette, distro, collettivi, associaziò – di cui ti va di parlarci in particolare?

– L’Italia è un posto meraviglioso in cui far musica. Ci sono gruppi bellissimi e un sacco di posti e di persone che organizzano concerti. Mi va di parlare di Triste. È solo una piccola etichetta di Torino. È nata insieme a “Sfortuna”. Maurizio voleva un’etichetta con cui fare uscire il disco. Allora è venuta fuori Triste. E adesso sta per fare uscire due dischi davvero fighissimi che sono Crash of Rhinos, un gruppo inglese con cui siamo cresciuti e con cui abbiamo suonato un sacco di volte. Prima si chiamavano Little Explorer. Sono delle persone fantastiche e suonano benissimo. E poi sta per uscire il disco dei Distanti. Questi invece sono italiani. Sono giovani. E hanno davvero qualcosa da dire. Maurizio ce la sta mettendo tutta con Triste. È da solo e i soldi sono pochi per cui le uscite tardano ma ti assicuro che se il ragazzo continua e s’impegna mette su proprio una bella realtà. Oltretutto è davvero un bravissimo produttore. Io consiglio sempre a tutti i gruppi di contattarlo. È una persona corretta con un’etica bella e che sa lavorare bene. Ha appena registrato il disco dei Cibo. Un altro gruppo di Torino davvero figo. Anche loro bellissime persone genuine e simpatiche. E poi insomma sul blog di Legno parliamo di altri gruppi. Quasi tutti amici. Ma non per questo privilegiati. Ne parliamo perchè pensiamo davvero che valgano qualcosa.

– Non perderemo d’occhio né Triste né Legno. Per quanto mi riguarda hai detto un sacco di cose giustissime e che andrebbero appese sopra al letto proprio come ho fatto con i testi dei Verme. Speriamo che Capovilla non se la prenda. La mia ultimissima domandissima riguarda il testo di Risse risse risse. Quando dici “ordina anche per me, prendo quello che prendi tu, a oltranza e senza ghiaccio“. Quali sono i drinks preferiti dei Verme?

– Anche tu hai detto cose molto giuste amico. È stato un vero piacere. io credo che il drink preferito del Verme sia la birra. Ma ci piace molto anche il Montenegro. Una sera dopo il nostro secondo concerto eravamo tutti ubriachi. Tommaso voleva fare un backflip dal furgone, la Viole continuava a entrare nell’agriturismo in cui eravamo alloggiati a rubare bicchieroni di Montenegro e Giec era in camera a vomitare a spruzzo sulle pareti. Quando Viole e la ragazza di Giec sono entrati in camera sua per pulire i danni che aveva fatto lui ha continuato a urlare “It’s onli piuc, It’s onli scius” indicando con entrambe le mani le pareti e le scarpe della sua ragazza. Questo aneddoto non vuol dire pressoché un gatto. Però a noi ci fa molto ridere. Capovilla è un personaggio divertente e divertito. Non se la prenderà. Quello che fa con la sua banda va benone così ed è bello per molti. Ha tutto il nostro rispetto.

– Muy bien. Speriamo presto di beccarci sotto il palco a cantare a squarciagò.

– Speriamo amico. Grazie mille. Sei stato assai bravone.

Andrea de Franco per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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