Helmet – Seeing Eye Dog

loading...

Nei primi anni ‘90, la band newyorkese ci aveva regalato alcune pietre miliari del noise made in Grande Mela. Hamilton e soci ci erano parsi più che convincenti destreggiandosi fra chicche alla stregua di “Meantime” e il più accessibile “Betty”. Ora, a ben quattro anni dall’ultimo parto, l’opaco “Monocrome” e dopo l’ennesimo rimpasto di formazione, riemergono da una sorta di buco nero proponendo l’ennesima fatica in studio.

Non avendo un ottimo ricordo del precedente full-lenght, mi appresto a rileggere questo “Seeing Eye Dog” quasi fosse una sorta di riscatto, un voler ad ogni costo rimarcare che il combo statunitense esiste ed è ancora attivo o, semplicemente, le aspettative di un disco all’altezza del nome che lo firma sono grandi. Quello che ci si poteva aspettare, vista l’attuale tendenza che vede sempre più band riacquisire il possesso del passato, era un disco saturo di macigni elettrici, di ritmiche strazianti e psicotiche.

Invece, a parte qualche spiraglio di lucidità che s’intravede in LA Water tanto inusuale quanto interessante e, soprattutto, nella title-track dove, la macchina del tempo sembra funzionare e, qui, più che altrove ho la sensazione di ascoltare un disco degli Helmet, gli spunti creativi sembrano disciolti in un etereo rincorrersi d’idee senza colore. La cornice di suono, nonostante la precisissima e accurata produzione, rimane comunque incisiva; le chitarre hanno sempre quel buon impasto” ipercompresso” marchio di fabbrica della band

L’album nel suo complesso non convince appieno, le dieci tracce contenute si presentano sin dal primo ascolto quel tanto statiche da non suscitare sobbalzi.  I riff claustrofobici e isterici che tanto ci avevano fatto amare capolavori come In the Meantime o Turned out qui cedono il passo a un qualcosa di poco concludente.  In effetti, sia So Long (dove le somiglianze con i Queen of the Stone Age si sprecano), che In Person (che addirittura sembra uscire da “In Your Honor” di Grohl e soci) rasentano l’inutilità.  White City e Miserabile, non decollano nonostante i ripetuti ascolti nell’affannosa ricerca di quel particolare capace di far cambiare idea e, a complicare la situazione, arrivano gli abbondanti sei minuti di She’s Lost affrontabili con parecchia riserva. Non serviranno a molto la quasi irriconoscibile And Your Bird Can Sing dei Beatles e l’esperimento psichedelico, peraltro non del tutto riuscito, di Morphing a risollevare le sorti dell’ennesimo disco che finirà inesorabilmente nello scaffale fra quelli di cui spesso ci si dimentica.

Se non altro, l’ascolto, è consigliabile in autoradio come alternativa alle emittenti commerciali durante le lunghe percorrenze in auto, visto l’approccio “easy” e poco impegnativo.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *