Beatrice Antolini – BioY

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Prima di parlare di Beatrice Antolini, e in particolar modo di questo disco, è bene specificare un po’ di cose. Innanzitutto non molto tempo fa qualcuno definì la musicista in questione come un personaggio avente tra le proprie fonti d’ispirazione musicali nientemeno che la darkissima Siouxsie Sioux. Verissimo. Ma parlare delle influenze di una musicista come lei è, per certi versi, difficile. C’è Siouxsie come c’è PJ Harvey, c’è Kate Bush come c’è qualcosa persino di Tom Waits, c’è il pop come c’è il jazz. Come dire, di tutto e di più.

Eppure la Antolini è solo la Antolini. Non è una musicista che scimmiotta questo e quello con lo scopo di darsi un tono, per niente. Lei fa suoi certi stili al punto da fondere proprio quegli stili in qualcosa di completamente suo, e non è l’unica. Ci sono tutti e c’è nessuno allo stesso tempo. Anche questo è essere personali.

Secondariamente, in Italia sono sopravvissuti alcuni ambienti nei quali c’è una certa tendenza a snobbare l’importanza delle donne nel mondo della musica, se quelle donne non si chiamano Gianna Nannini o Mina, per fare due esempi, o peggio Pausini o Ferreri. Se con Nada, Cristina Donà e Marina Rei (ma anche Vittoria Burattini dei Massimo Volume, per fare un altro esempio) pareva esserci uno spiraglio di luce affinché si arrivasse all’abbattimento di questo luogo comune, purtroppo questo fenomeno pare manifestarsi ancora nel caso di altre musiciste. In particolare Rachele Bastreghi dei Baustelle, Roberta Sammarelli dei Verdena e, di recente, la stessa Beatrice Antolini.

Ma perchè, poi? Per il bruttissimo vizio di considerare un gruppo o un/una cantante che appare nella copertina di un numero di una rivista automaticamente come da bocciare? Se così fosse, bisognerebbe fare un processo di questo tipo anche ad altri gruppi, che in passato si sono conquistati le copertine dei giornali di un tempo. Una cosa che non avrebbe alcun senso, un’inutilmente disperata ricerca dei “colpevoli” e degli “innocenti”.

Detto ciò, parliamo di “BioY“, ultima fatica in studio della nostra Beatrice.

Se in “Big Saloon” si è avuto a che fare con un vero e proprio circo polveroso di strumenti, per la cronaca tutti suonati da lei stessa, e “A due” era un tuffo nella parte più oscura e sbilenca della sua anima (in cui il Waits più folle incontra più volte tanto Bjork quanto Siouxsie), questo nuovo lavoro, complice probabilmente il Moog Fest del 2009, presso l’Auditorium di Roma, al quale ha preso parte assieme a musicisti come Luca Cirillo e Andy, ex Bluvertigo, tralascia lo sbilenco, riduce l’oscuro e convola a nozze funk, elettronica, pop, psichedelia e non manca qualche dose di percussioni. E per giunta passa dal timbro graffiante di una volta a uno più seducente e sensuale. Un timbro che le sta a pennello, anche solo ascoltando i tre brani quasi per solo pianoforte, Planet, Paranormal e Abletable, dove l’Harvey e la Bush diventano una persona sola: lei stessa.

Episodi isolati, in confronto all’aria variegata che si respira per il resto dell’album. Un’aria di mutazioni tra vari generi, vari suoni, varie emozioni. Non a caso uno dei dieci brani si chiama Mutantsonic, una vera e propria trasformazione di atmosfere, dall’oscuro di “A due” allo spaziale di “BioY”. Che possa bastare solo questa per parlare di un cd come questo?

No, non basta. Piece of Moon e We’re Gonna Live ammaliano con il loro connubio tra pop e funk, in particolare la seconda magari in alcuni punti non sarebbe dispiaciuta agli ormai sciolti Blindosbarra (che del funk avevano fatto una ragione di vita musicale, seppure siano stati meno elettronici della Antolini). Eastern Sun, con il sopracitato Andy al sax, parte come una versione incattivita dei Morphine e continua con un tono leggermente lo-fi, Venetian Hautboy (già proposta all’interno della compilation degli Afterhours “Il paese è reale: 19 artisti per un paese migliore?”) sul finale potrebbe essere una rilettura dei Primal Scream del periodo di “XTRMNTR” in chiave maggiormente funk, la title-track riprende il discorso di Mutantsonic con l’aggiunta di violini e trombe. Un discorso a parte merita Night SHD, un crescendo impossibile da descrivere in parole povere, forse il brano maggiormente Antoliniano di tutto l’album.

“BioY” è un disco che ammalia, che ipnotizza, che incuriosisce, è qualcosa d’importante per la discografia di questa donna, probabilmente il disco maggiormente riuscito di una musicista che ancora una volta non si smentisce. Sensualità e qualità intraprendono tante strade che portano alla stessa conclusione: la soddisfazione su tutti i fronti.

E ben venga la copertina guadagnatale dal Mucchio Selvaggio nel 2008.

Gustavo Tagliaferri

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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