Aucan – Black Rainbow

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Non ho (ancora) ascoltato il lavoro omonimo d’esordio degli Aucan, risalente al 2008, ma da quanto leggo pare che il trio bresciano ai tempi fosse a uno stato solo primordiale di quello che è adesso. Leggo che, tra gli espliciti rimandi ai Battles e gli scomponimenti ritmici, l’elettronica e più precisamente lo “UK bass sound” ancora poco intaccava i loro componimenti. Il successivo lavoro, quel “DNA EP” che (questa volta) tanto ho ascoltato, è stato invece segno di un’incessante voglia di smarcarsi e aggirare le aspettative e le tendenze. Lavoro che trova compimento in quest’ultimo “Black Rainbow”, dove gli Aucan sono finalmente i nuovi Aucan, dove gli Aucan suonano come devono suonare gli Aucan. Qui si tratta roba nuova, l’universo elettronico degli ultimi dieci – quindici anni è presente in molte delle sue forme: i Nostri prendono e scombinano, mischiano, impreziosiscono tanti dei suoni che già si son “letti” nei ricchi elenchi della Warp, dell’Hyperdub, della Tempa, e chi più ne ha più ne metta.

Un album dal respiro internazionale insomma, e si percepisce sin dalle prime note di Blurred, dove le armonie vocali à la Portished della brava Angela Kinczly s’infrangono su un tappeto di synth e patterns che sanno dapprima di riflessione e successivamente, quando i loop si spezzano e i volumi si alzano, di ridimensionamento e di preparazione a quello che rimane di questo galvanizzante viaggio sonoro. Heartless si chiama la seconda traccia, ed è già tutta un’altra storia: synth analogici si stendono su un complesso ritmo frammentato (ecco i rimandi al loro passato in parte math-rock) che va a braccetto con un mare di samples che giocano tra di essi, s’inseguono, si acchiappano e scrutano le voci in coro con le loro urla da sfogo; caratteristica, quest’ultima, valida ancor di più in Sound Pressure Level, col suo incedere ricco di bassi che chiaramente ben si trova con gli alti volumi qui presenti. Gli Aucan (soprattutto l’abilissimo batterista) non vanno tanto d’accordo con la cassa diritta, ma volendo riescono comunque a far ballare, a modo loro, con lo sguardo serio; questo si dimostra in Red Minoga. Ambiguo e fuori coro è invece il suono dolce ma triste e riflessivo di Embarque; ma forse è solo un modo per predisporsi alla successiva, bellissima e coinvolgente Save Yourself. Inglesissima, più di tutte, è la seguente Underwater Music, grazie alle sue sferzate stile Skream e al vocabolario digitale (s’intende quella voce campionata che la fa da padrone per quasi tutto il corso del brano). Un velo di tintinnii e di acuta osservazione si posa su In a Land, prima che tutto diventi propenso al rave come accade nella susseguente Away, dove una sola strofa in francese sostenuta da stridii e ritmiche pienamente dubstep sono solo l’antipasto di un’esplosione composta da un uso massiccio d’elettronica da rave. Dopodiché, non rimane che l’ultima traccia, l’intensa title track: ci si sveglia e si prende coscienza di quanto accaduto grazie ad un canto flemmatico che viene proiettato in orbita insieme ad una base di synth melodici e batteria.

Una formula, quella degli Aucan, che per forza di cose appare più d’un semplice album d’ascolto: qui c’è l’universo, c’è il suono dell’anima che, con aria preoccupata, viene portato nello spazio a circoscrivere il futuro. Dunque, ci piace pensare che questo sia uno dei passi più importanti fatti negli ultimi anni dalla musica italiana.

Davide Ingrosso

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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