Gudars Skymning – Mörka vatten

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Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da ammiccamenti più o meno evidenti alle care e tanto amate (per alcuni) sonorità anni ‘70. Questo è un dato di fatto, la lista dei nomi si fa sempre più corposa. La genovese BloodRock, da sempre attenta e famelica di nuovi talenti, sembra essersi invaghita più di altri di questi suoni rocciosi e crudi. Dopo la fortunata produzione degli italianissimi Graal, si sposta verso le terre delle rune alla ricerca di ruvidi mostri elettrici.

I Gudars Skymning sono quattro vichinghi armati di chitarre sature e marmoree. Più robusti dei loro conterranei Graveyard si muovono prevalentemente nello stesso ambiente: nelle loro vene scorre un magmatico cocktail di torbido hard blues monolitico e solido. Masticano melodie straziate da cataclismi ritmici e chitarre nerborute. Più divertenti dei Sahg e Sabbathiani quel tanto che basta, i Gudars sembrano ossessionati da un Hendrix sommerso da tonnellate di watt tanto da sfiorare la citazione in Jag ar en trollkard.

Certo i Gudars non inventano nulla ma sembrano quasi volerlo sottolineare con orgoglio. Ostentano riff che se da una parte non fanno inginocchiare dall’altra si sviluppano in maniera ben congeniata e strutturalmente valida. I brani scorrono senza affaticare i padiglioni auricolari e già al termine del secondo ascolto s’insinuano nel cervello lasciando tracce evidenti del loro passaggio.

Sebbene la scelta del cantato in lingua madre lasci un po’ spiazzati, “Mörka vatten” nel suo complesso riesce a far scolorire la mancanza del tanto anelato inglese. Quest’aspetto che aveva, a parer mio, penalizzato le composizioni di gruppi come gli stessi svedesi November e i norvegesi Host, nei Gudars sembra passare in secondo piano anche in brani meno feroci come Mdrig har jag velat dove le liriche sembrano riemergere dall’uragano di chitarre.

Il blues fa da collante per quasi tutto il lavoro; senza trascendere nel luogo comune delle fatidiche “dodici battute” gli svedesi ci giocano con abilità e finiscono per farne sentire l’odore acre in ogni loro passaggio. Da Soderslantsblues in poi il diritto di cronaca svanisce per lasciar spazio a una continuità ineccepibile dove l’hard rock più sulfureo e concreto sconquassa e rapisce.

Momenti catartici dove la memoria Hendrixiana cede il passo addirittura a vapori che degnamente ricordano i Cult di “Sonic Temple” come in Fri, contrapposti ai classicismi in stile bandiera confederata di Never in my life.

Un piatto succulento che, come ripeto, non apre nuovi orizzonti ma si propone in maniera onesta. Un disco completo, senza alti e bassi, che scorre e delizia il palato.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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