Enrico Nigiotti la rinascita dopo Sanremo: il “cavalier cortese” della musica italiana

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L’intervista a Enrico Nigiotti ex di Amici di Maria ed ex partecipante all’ultimo Festival di Sanremo.

Qualcosa da decidere è il nuovo album di Enrico Nigiotti uscito subito dopo la sua esibizione al Festival di Sanremo nelle nuove proposte e arrivato terzo. Il nuovo disco d’inediti del cantautore toscano contiene dieci brani dalle connotazioni blues e segnano il suo rinnovamento. Nel 2008, all’età di diciannove anni con il suo primo demo di quattro brani riesce ad ammaliare con la sua musica la grande Caterina Caselli ottenendo un contratto discografico, infatti, nel 2010 esce il suo primo album “Enrico Nigiotti”. Il grande problema nasce nel 2009, con la sua partecipazione al talent Amici, dopo un ottimo riscontro e successo, Enrico decide di autoeliminarsi diventando il “Cavalier cortese” di Amici, il cuore nobile della musica italiana. Dal 4 maggio aprirà i concerti di Gianna Nannini nel suo nuovo tour Hitalia.Rocks 2015.

L’album, Qualcosa da decidere, è un punto di partenza lasciandoti alle spalle anni di amarezze e porte sbattute in faccia…

L’album, come Sanremo, è un punto d’inizio più che un rilancio. Reputo il passato una bella palestra, anche Amici mi ha dato molto, anche se, con il mio carattere determinato, non ero idoneo a un talent, ma non rinnego niente. Questi anni di sofferenze, di rincorse, di porte chiuse in faccia dovuti al mio carattere, mi sono serviti perché, oggi, sono una persona estremamente professionale, conosco la mia strada e la percorro volendo fare musica e basta.

enrico nigiotti intervista

Enrico Nigiotti – Qualcosa de decidere

Sacrifici su sacrifici dopo Amici?

So cosa vuol dire fare sacrifici con una fatica doppia rispetto agli inizi per tentare di riconquistare l’interesse discografico. Dopo Amici ero considerato un punto morto nella musica italiana, e, sono riuscito a riconquistarmi i miei piccoli spazi. Ho ripreso da Sanremo e, al di là del successo, che arriverà o non arriverà, sono contento.

Il caratteraccio potrebbe esser anche un marchio distintivo. Carattere più musica potevi crearti una sorta di personaggio, perché poi ti sei autolimitato da Amici?

Avevo un carattere abbastanza “ribelle”, contrario a tante cose. Mi autoeliminai perché ero fidanzato con una concorrente. Eravamo a tre puntate dalla finale, ero forte come personaggio e un’ottima posizione in classifica, ma mi misero in sfida contro quella che all’epoca era la mia ragazza, e così decisi di abbandonare il programma lasciandole il posto, senza nemmeno fare la sfida.

Evviva l’amore allora…

In realtà, l’avrei fatto anche per il mio migliore amico, mi sarei sentito sporco a competere con una persona alla quale volevo bene, così ho preferito evitare lo scontro. È il mio modo di essere, non era un atto d’amore. Ho perso tutto, ma rifarei la stessa scelta. Dimenticare vorrebbe dire non essere stati ed io non dimentico niente. Il mio essere giusto o sbagliato, mi ha portato a essere quello che sono oggi, felice e orgoglioso di me. A Sanremo criticavano quelli usciti dai talent, io non mi ritengo tale. Altrimenti avrebbero dovuto darmi due o tre dischi di platino e partecipare tra i big a Sanremo. Io sono arrivato con la mia dignità e umiltà partecipando tra le nuove proposte e cercare di fare il mio lavoro al meglio. Per ora potrebbero dire “quello” uscito da Sanremo. In Italia, per gli artisti, quello che fai diventa il tuo cognome, cioè il tuo cognome diventa sempre il posto da dove provieni, quindi, quello che ha fatto Amici è quello di Amici, ora noi siamo quelli di Sanremo. Io mi chiamo Enrico Nigiotti e sono un ragazzo che fa il cantautore.

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Enrico Nigotti – Foto di Chiara Mirelli

Quindi, hai subito in questi anni delle ripercussioni per aver partecipato a un talent. Hai fatto fatica a farti valere?

La fatica per riuscire a ricevere un altro interesse discografico non è stata la partecipazione ad Amici, ma la mia auto-eliminazione. Avevo, poi, perso il contratto con la casa discografica che mi aveva scoperto e, ho fatto anche la figura della persona inaffidabile, dell’artista un po’ pazzo. Capisco che l’interesse delle case discografiche fosse scemato, perché spendere soldi su un prodotto che si è voluto autoeliminare? Potevo capire i meccanismi del mercato, però avevo delle canzoni valide e il mio incubo non era non avere canzoni, perché ne tenevo molte da poter scegliere. Il mio obiettivo era non tanto di colpire e incuriosire, ma di centrare il bersaglio, proponendo prodotti orecchiabili ma di valore, questa è stata la mia forza e ciò che mi ha fatto crescere. Labor limae, come direbbe il Petrarca, di mettersi lì con l’istinto a creare delle cose a tavolino, a modificarle, a renderle dirette, e questa è stata la mia fortuna. L’incubo di chi fa questo lavoro è quello di non essere ascoltato, e, io per qualche anno ho vissuto davvero l’incubo che forse era finito tutto, perché mandavo i pezzi, e non venivano ascoltati, non ricevevo risposta, ero tornato agli esordi. Questo per me è stato un po’ la mia forza, ora sinceramente sono talmente contento, che potrei dirti mille nomi da mandare a quel paese. Ma non li dico perché non ho proprio rancore su niente e nessuno.

Parliamo del tuo album dai testi molti introspettivi, molto importanti e curati nella scrittura. Nel mio silenzio, ad esempio, parli di una triste piaga tra i giovani e non solo. Come mai hai scelto di parlare di questa problema? C’è qualcosa di personale, qualche conoscente?

Ho avuto degli amici che hanno avuto seri problemi con la cocaina, che è dentro la nostra epoca, la droga di noi giovani. Nel mio silenzio parla di un ragazzo tossico, molto spesso ce li immaginiamo come quelli delle stazioni, vestiti male, sporchi, ma non sono solo quelli, vestono anche in giacca e cravatta. Nel mio silenzio è l’urlo silenzioso, un urlo muto d’aiuto di quelle persone che hanno problemi con la dipendenza. Il tossico non è una persona di cui si deve aver paura, ma bisogna aiutarla, anche se spesso non si fanno mai aiutare.

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Enrico Nigiotti – Foto di Chiara Mirelli

Loschi anni parli dei giovani d’oggi…

Ho cercato di fare un quadro generalista e generalizzato di noi giovani, abbastanza introspettivo e oggettivo, che parla di noi giovani, della nostra vita. Come per Vasco fu Siamo solo noi, Loschi anni è la mia “siamo solo noi”.

Chardonnay è una versione parlata, un po’ rap…

L’ho scritta pensando alla vita di un grande poeta e cantautore, livornese come me, Piero Ciampi. In questi anni, che ho vissuto nella speranza e nella sofferenza, anch’io ho avuto dei problemi, mi sono sentito anch’io quello emarginato, quello sbagliato. Penso, però, che dal dolore si possa prendere un sacco di spunti e di pensieri, uno pensa che sia più bello il dolore della felicità, stupido a dirlo, però il dolore ti fa pensare e la felicità ti fa solo sorridere, non ti fa pensare a niente. È bello riflettere e pensare, ovviamente, sarebbe bello non si dovesse soffrire troppo per farlo.

Parli anche d’amore nel brano Il tempo non rispetta, quanto è autobiografica?

Parla di quando ti lasci, quando però il tempo non coincide mai con i sentimenti, cioè il tempo continua il suo corso e se ne sbatte del tuo stato d’animo, la mancanza continua, la voglia della persona amata continua, anche se la persona, in quel momento, non c’è più. Per sapere cos’è la solitudine bisogna essere stati in due, altrimenti hai bisogno di qualcuno che te la racconti. Il tempo non rispetta parla di capire cos’è la solitudine e lo capisci solo dopo.

Piano Piano è l’unico brano non scritto da te, cosa ti ha spinto a sceglierlo.. e se c’erano altri brani non tuoi che no hai scelto….

In realtà, l’ho scelto al posto di un mio brano, che doveva essere inserito nell’album. Piano Piano mi è piaciuto molto per le sonorità molto rock tipo i Nomadi o i Timoria. Poi la mia intenzione sarebbe, per ogni album e, spero di farne molti, di inserire un brano da interprete, una cosa che mi piace, come amo scrivere anche per altri. Mi piace cantare qualcosa scritta da gli altri, sono influenze che ti entrano addosso. Non basta solo ascoltare la musica per avere ispirazioni, ma anche cantarla, perché poi non devi imparare solo la melodia, ma leggere il testo, capire di cosa parla, devi sentirtelo un po’ addosso.

Hai sicuramente già incontrato Gianna Nannini a Sanremo, lei ha già ascoltato qualcosa di tuo? Cosa ti ha detto?

Per me, in Italia, Vasco Rossi e Gianna Nannini sono i miti viventi. A dicembre scorso andai a trovarla durante il suo instore tour di Hitalia, e le regalai il mio cd che in quel periodo stavo registrando con le mie prime scremature. Poi le chiesi se potevo aprire il suo tour e lei accettò tranquillamente, per me sarà un cosa bellissima, oltre all’onore e all’orgoglio, potrò studiarla e imparare un sacco di cose vedendola sul palco. Io la adoro perché ha scritto una canzone bellissima, una delle poche poesie rock che ci sono in Italia, Un giorno disumano, l’ho sempre amata questa canzone, fin da piccolo, anche perché dice un’espressione tipicamente toscana, “siamo andati in culo al mondo”. Durante il Festival di Sanremo mi ha anche chiamato, mi ha mandato qualche messaggio per farmi i complimenti. È stata molto presente e molto carina. Poi quando lei è venuta a Sanremo, sono andato a vedere le prove, che erano a porte chiuse, un’emozionante esperienza.

E non hai avuto la sfacciataggine di proporle di suonare, durante il tour, la chitarra in un pezzo con lei?

Quello no, se no mi allargo troppo. Mi basta solo esibirmi chitarra acustica e voce davanti a 20mila persone. Anche perché nessuno è andato mai in tour con lei.

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Enrico Nigiotti – Foto di Chiara Mirelli

Intervista a cura di Nicola Garofano per magazinet.

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