Steven Wilson – Grace for Drowning

Steven Wilson - Grace for DrowningCos’è la “grazia per annegamento”? Potrebbe essere la constatazione che quando si è protagonisti di determinate situazioni allora le parole rischino di non avere più una particolare importanza, e diventa quindi consigliabile lasciarsi andare ai propri respiri, mentre soffia un’aria priva di condizionamenti inquinanti. Respiri appartenenti anche ad una natura che in momenti simili raggiunge i suoi picchi e viene rappresentata in musica, quella goduta dal profilo di un angelo che, dalla copertina di un simile album, potrebbe essere visto come l’archetipo in versione mortale della “magnifica presenza” venuta fuori nel 2005, una volta uscito “Deadwing”, la quale non a caso cantava Lazarus.

Grace for Drowning“, appunto. Sicuramente un uomo come Steven Wilson, deus ex machina di Porcupine Tree, No-Man e Blackfield, ma non solo, e reduce dalla prima opera con nome e cognome “Insurgentes”, non ha mai smesso di avventurarsi in quelle che sono le sfaccettature dell’anima, le tonalità di un dipinto così vicino al vero tanto da poter essere persino toccato con mano, come non si è mai fermato su un solo genere, e nella maggior parte dei casi una simile scelta si è verificata più che positiva. Neanche adesso che c’è da proporre un’opera suddivisa in ben due parti, dove si passano il turno momenti che sembrano collegati ad un fulcro caro anche a chi è in fase di ascolto: il benessere.

Che scorra l’acustica di Belle de Jour, quell’improvvisa suite per pianoforte dal sapore classico che è Raider II, introdotta da un preludio ai limiti del mistico, il progressive rock kingcrimsoniano (a maggior ragione con la presenza di un certo Robert Fripp nella rosa dei partecipanti) di Sectarian, con qualche richiamo al repertorio del Porcospino, se non addirittura accostabile al primo “Volo magico” rocchiano (l’Italia che, come per gli Opeth di “Heritage“, funge da fonte d’ispirazione), di Deform to Form a Star, la marcia di Index e la conseguente introspezione di Track One, le ruggenti dissonanze elettroniche che circondano No Part of Me o la forma canzone che prepotentemente ritorna una volta partita Postcard non conta. Perché cos’è tutto questo, se non un’ennesima conferma del fatto che quando si vuole ci si può ancora lasciare andare, come dei folli, guardando il mondo attraverso molteplici prospettive?

Diciamo che se si dovesse trovare qualcosa di debole in questo disco verrebbe da dire che c’è troppa carne al fuoco rispetto a quanta si sia stabilito in precedenza, tanto che certi brani potrebbero non risultare all’altezza di altri. Forse per uno come Wilson non è la prima volta, viste certe esperienze passate. Ma nonostante tutto “Grace for Drowning” rimane un disco nel cui suono non ci si esime dal voler affondare. Forse perché quel suono finisce per permanere anch’esso, ancora, come parte degli ascoltatori.

Gustavo Tagliaferri

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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