Graveyard – Lights Out

Lights Out“, luci spente. È in queste due parole che compongono titolo che si trova il nucleo magmatico del nuovo lavoro dei Graveyard, gli alfieri svedesi del rock-blues psichedelico di matrice settantiana. Già a partire dalla copertina dell’album, un quadrato nero in cornice bianca, quasi una finestra sul buio dei tempi moderni, “Lights Out” si mostra come un disco arrabbiato e disilluso, che dipinge a tinte scure la società contemporanea e le sue contraddizioni. E l’essenzialità dell’artwork, confrontata con quelli dei lavori precedenti ricchi d’immagini e iconografie, rispecchia anche una nuova tendenza sonora, fatta di canzoni più essenziali e dirette, meno prestate alle evoluzioni strumentali del passato. Ma attenzione, questo non vuol dire assolutamente che ci sia stato un impoverimento. Anzi. I capisaldi del genere sono ancora tutti lì, ma nel nuovo disco la band ha lavorato, con successo, per scremare la loro musica: il risultato sono nove tracce che vanno dritte al sodo, crude, rugginose, lasciando poi spazio anche a brani più melodici e ragionati.

In linea con il mood dell’album, anche i testi hanno visto dei cambiamenti: dalle liriche introspettive e a tratti “magiche” di “Graveyard” e “Hisingen Blues”, “Lights Out” sembra un lungo grido di battaglia, che invita l’ascoltatore a svegliarsi e a iniziare a combattere contro le ingiustizie di una società che punta a disintegrare l’individuo, rendendoci tutti uniformi e obbedienti. Una tematica ben descritta dalla opening track An Industry of Murder (“In history lies the future, your empire will fall“) e portata avanti sia da The Suits, the Law and the Uniform (“You know that life was made for someone more than this, more than what is profit and control“) che dal singolo di anteprima Goliath, uno scontro violento tra il singolo/Davide e la società/Golia (“They are faking our freedom hoping we believe it’s true. They are trying to sell slavery as a dream to chase“). E accanto a canzoni veloce e pestate come Seven Seven, troviamo la stupenda Hard Times Lovin’, una “love song” vecchio stile fatta come Dio (Ronnie James s’intende) comanda, dove la voce di Joakim Nilsson abbandona le timbriche graffianti per trasformarsi in un caldo flusso sonoro.

Ancora una volta i Graveyard dimostrano di essere padroni del sound anni ’70: “Lights Out” è un’evoluzione più moderna rispetto ai dischi del passato e segna una nuova tappa nel percorso creativo quartetto che, seppur ancorato fortemente a uno stile passato, riesce ancora a sorprendere, a rinnovare e a lasciare a bocca aperta. Non ascoltare questo disco sarebbe un vero e proprio delitto. Siete avvisati.

Dario Marchetti

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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