Intervista ai Lento

In Italia c’è tanta musica “granitica”, di quella che, una volta approdata in terra straniera, non ha nulla di che invidiare ai suoi abitanti. Zu, Ufomammut, Ephel Duath… e Lento. Un quartetto che dà una particolare attenzione alla parte strumentale delle composizioni e che nel giro di nemmeno due anni partorisce, successivamente ad Icon e ad una documentazione dal vivo su supporto fisico, un terzo album in studio, intitolato Anxiety Despair Languish e sempre made in Denovali Records. Un lavoro che si presenta con diverse novità e peculiarità, che potrebbero aprire qualche ulteriore breccia alle porte del gruppo. Davvero? Sta a loro stessi dircelo…

– Due album in appena due anni. State vivendo un periodo molto prolifico?

– Per quanto riguarda il nostro ultimo album “Anxiety Despair Languish” questo è assolutamente vero, infatti, abbiamo impiegato poco più di un anno per scrivere i brani e registrarli. Un discorso a parte meriterebbe il nostro lavoro precedente, “Icon”, che siamo riusciti a completare in un arco di tempo decisamente più lungo, ovvero dopo quasi quattro anni. Quindi hai ragione a parlare di un periodo prolifico, ma esclusivamente a proposito di “Anxiety Despair Languish”.

– Ho letto che eravate vicino allo scioglimento: che cosa è successo?

– Sì, la principale ragione è legata ad un importante cambio di formazione che siamo stati costretti a superare. Giuseppe, uno dei chitarristi dei Lento fino ad “Icon”, per ragioni di lavoro si era dovuto trasferire all’estero e per questa motivo non sarebbe stato più in grado di continuare la sua attività con la band. Il suo ruolo in passato era stato decisamente importante, quindi, gli equilibri all’interno della band sono stati completamente ridefiniti dopo la sua dipartita. A ciò va aggiunto che durante le sessioni di registrazioni di “Icon” ci siamo dovuti scontrare con il fatto che la nostra precedente etichetta, la Supernatural Cat, non aveva apprezzato la direzione musicale che stavamo intraprendendo e questo aveva già determinato dei malumori. Credo che tra agosto e ottobre del 2010 non siamo quasi più esistiti come gruppo e quando abbiamo ripreso a provare tutto il gruppo ha avvertito la sensazione di voler ricominciare con uno spirito differente, innanzitutto più positivo e rilassato nell’approccio con la musica e con la vita della band.

– L’apertura dell’album è affidata a Glorification of the Chosen One: si può dire che questo brano possa essere una sorta riepilogo di quanto già rappresentato in “Icon”, prima di entrare una volta pe rutte in quello che è lo spirito di “Anxiety Despair Languish”?

– Questo è in parte vero in quanto Glorification of the Chosen One è il primissimo brano che abbiamo scritto e in un certo senso risente dell’ispirazione di “Icon”. Tuttavia, questo brano è stato arrangiato in modo completamente diverso rispetto ai nostri lavori precedenti e in tal senso risente di un’attitudine molto diversa che si è palesata in “Anxiety Despair Languish”. In passato lavoravamo molto più in termini di editing sul brano e sulla struttura dei brani, mentre per questo disco siamo stati molto più fedeli a quanto abbiamo scritto in sala prove per poi concentrarci di più sull’arrangiamento complessivo del disco. Tutti i synth e i sample che si possono sentire in Glorification of the Chosen One sono stati realizzati in un secondo momento e grazie a questi arrangiamenti ritengo questo brano come uno dei più rappresentativi del disco.

– L’intermezzo acustico di Death Must be the Place: la quiete in mezzo alla tempesta. Soluzioni del genere troveranno maggiore spazio, in futuro, nelle vostre composizioni?

– Stiamo già valutando da alcune settimane un nuovo corso da intraprendere, potrebbero esserci delle importanti novità per la band, ma per ora non posso ancora sbilanciarmi, solo dopo esserci chiusi per qualche tempo in sala potremo fare delle considerazioni e capire il prossimo da farsi. A proposito dell’intermezzo acustico di Death Must be the Place, quella soluzione è stata l’ultimissima cosa che abbiamo registrato per il disco, la versione originale prevedeva una parte centrale ancora distorta, ma senza batteria, tuttavia il brano in quel modo ci suonava molto piatto e per questo abbiamo valutato una soluzione acustica che è decisamente inedita per noi. Rispetto al passato nel gruppo c’è un’apertura di gran lunga maggiore verso qualsiasi tipo di soluzione, quindi in futuro potrebbe esserci spazio per chitarre acustiche come per altri strumenti e sonorità che utilizziamo con minore frequenza, nulla è escluso.

– Sempre a proposito di Death Must be the Place: ascoltandola sembrerebbero evidenti gli omaggi al thrash di stampo 80’s. Questo genere ha per caso dominato i vostri ascolti recenti?

– A dire il vero, gli ascolti di 3/4 della band non sono dominati dalla musica metal, ma sono estremamente vari. Tuttavia, diverse persone hanno citato il metal anni ’90 e ’80 per questo nostro lavoro e noi tutti consideriamo un simile rimando come un complimento. Riteniamo quegli anni come l’età d’oro di questo genere e in particolare penso ad album come “Symbolic” dei Death, “Seasons in the Abyss”, degli Slayer, “Morningrise” degli Opeth, “Bergtatt” degli Ulver, “Rust in Peace” dei Megadeth o ad alcune cose dei Metallica che apprezziamo e ascoltiamo spesso in furgone quando andiamo a suonare. Personalmente, credo che nella musica metal nulla negli anni ’00 abbia avuto la forza di questi dischi che ho citato, forse fatta eccezione per alcuni ambiti estremi come Gnaw Their Tongues e poche altre cose.

– La conclusione, affidata a Unyielding Unwavering prima e a My Utmost For His Highest poi, lascia intravedere alcune sonorità ambient per certi versi inaspettate da un progetto come il vostro. È la strada da seguire per le prossime produzioni?

– I brani che hai citato sono effettivamente anomali per noi, il primo in particolare risente molto del fatto che è stato composto con il nostro caro amico Paolo Tornitore, che si è preso cura per questo brano sia di alcune parti armoniche sia di tutti i synth. A mio giudizio, più dell’aspetto ambient, è la scrittura armonica che è cambiata tanto rispetto al passato, i brani sono pieni d’informazioni musicali, molto meno scarni melodicamente e molto meno semplici da seguire. A tal proposito credo che il prossimo disco potrebbe ancora essere condizionato da questi aspetti che ho appena menzionato, ma in una chiave che dovrà essere nuovamente rinnovata.

– La musica strumentale ha poco da condividere con le parole, questo lo sappiamo bene. I titoli delle canzoni sono stati scelti in base alle sensazioni suscitate da ogni composizione?

– Per questo disco ci siamo divertiti a giocare con alcuni rimandi musicali, come accade ad esempio per Blind Idiot God oppure Death Must be the Place, che sono rispettivamente ispirati dalla celebre band degli anni ’80 e dal brano dei Talking Heads. Tuttavia, oltre ad una certa musicalità delle parole e ad un loro impatto visivo, proviamo con i titoli anche a creare uno stato d’animo che possa rendere più intenso l’ascolto dei nostri brani.

– “Earthen” sfoggiava una bella copertina a firma di Malleus, “Icon” una foto di Giuseppe Caputo, uno dei vostri chitarristi, mentre invece per “Anxiety Despair Languish” vi siete affidati a un quadro. Che cosa vi ha colpito in quest’opera, tanto da farla diventare la copertina del vostro nuovo lavoro?

– La copertina è un dettaglio tratto dall’altare di Isenheim del famoso pittore tedesco Matthias Grunewald. La scelta è stata sicuramente dettata in primo luogo dal rimando alla musica, che è la nostra fonte d’ispirazione primaria, e anche dall’espressione estatica dell’angelo che troviamo piena di pathos. Inoltre ci ha molto affascinati la posizione delle mani dell’angelo, che secondo noi trasmettono uno strano senso di disagio.

– La Denovali Records, oltre ad “Icon” e “Anxiety Despair Languish”, ha pubblicato anche “Live Recording 8.10.2011”, un live potente che testimonia il tour di “Icon”. Non sono molte le etichette che stamperebbero un live di una band strumentale.

– Sì, la Denovali è molto disponibile ai progetti che noi gli proponiamo. A dire il vero associamo a quel disco il valore esclusivo di chiudere un ciclo iniziato con “Earthen” e portato avanti con “Icon” e come una forma di ringraziamento verso le persone che in questi anni ci hanno supportato.

Gustavo Tagliaferri e Marco Gargiulo

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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