Filippo Gatti – Il pilota e la cameriera

Scrivere canzoni come Balena e Girasole, una volta superata la linea di confine che separa le due metà degli anni ’90, significava già essere consapevoli della nuova corrente che stava prendendo forma in quel di Roma, e i cui frutti si sono visti piano piano con il tempo. Mentre l’incontro tra Tiromancino, Daniele Silvestri e Max Gazzè ha saputo tradursi nella reciproca solidarietà all’interno di vere e proprie opere d’arte, ogni volta che risuonavano gli Elettrojoyce nelle orecchie dei più aveva la meglio la parte più disagiata, furiosa, della periferia. Il suono della fine di un decennio, disgregatosi purtroppo lentamente, prima con un abbandono, e infine con un addio definitivo, al cui cospetto si sono presentati gli E42. Ma, in particolare, Filippo Gatti, il quale, una volta arrivato “Tutto sta per cambiare”, già sapeva come rimettersi in gioco.

L’uscita improvvisa di questo “Il pilota e la cameriera“, per SunnyBit, dopo nove anni passati tra molteplici collaborazioni, dai 24 Grana a Marina Rei, è una vera e propria sorpresa, non solo in quanto a riproposizione di se stessi, ma anche nella riscoperta delle sonorità, meno rock e più tendenti alla corrente folk. A differenza di un singolo come Tutti mi vogliono quando mi va bene, che oltre ad assumere il compito di segnale facente da risposta a certi modi facilissimi di accontentarsi, si rivela un brano carico che va dritto al punto, un eco dell’artista nell’incarnazione nota ai più, fatta di quella grinta il cui tasso si fa gradualmente più alto, dalla cavalcata “wahwaheggiante” Non sei nessuno alle sonorità acide di Cattivi esempi.

Ma è nel bagagliaio restante che vengono fuori ulteriori peculiarità di quello che oggi è Gatti. Country Song potrebbe essere stata scritta persino dal De Gregori dell’era “Rimmel”, Limbo galleggia tra acque care a Dylan, se non ai Cousteau, con qualche fiato in meno, e sulla title-track si muove un pianoforte che tende ad addolcire ulteriormente la canzone stessa. Ironicamente “politica” è la Lettera del cantautore ai presidenti del consiglio, tagliente nelle liriche e con un filo di sarcasmo in più, se non anche di ottimismo, in particolare nel fischiettio introduttivo, mentre l’essenzialità di Qui chiude in maniera rarefatta un’opera fatta di poche parole, pochi minuti. Pochi ma azzeccati.

Caratteristiche che formano un album decisamente ottimo, e considerando l’ottima piega che sta prendendo il percorso della nuova corrente d’autore romana e la voglia di rimettersi in gioco di diversi che ci hanno avuto a che fare, forse per Filippo è stato meglio scegliere di tornare così, a piccoli passi, tenendo fede a quanto cantava tempo fa, non certo generalizzando: Solo gli stupidi si muovono veloci. E Gatti non è uno stupido, per niente.

Gustavo Tagliaferri

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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