Tre allegri ragazzi morti – Nel giardino dei fantasmi

I Tre allegri ragazzi morti, una volta entrati in scena, non hanno mai smesso di guardare avanti, e il cambio di rotta che lasciava presagire un album come “Primitivi del futuro” (con tanto di conseguente “Primitivi del dub“) è stato indice di stupore e alto gradimento, due reazioni reciproche e consequenziali, a seconda dei casi, per un disco dove delle calde ritmiche reggae hanno avuto una grande voce in capitolo, mettendo a nudo il rinnovamento dell’anima di un simile progetto e comprovando come il tono fumettoso non abbia mai nascosto quel cuore tipico di ciò che non ha mai smesso di vivere di vita propria, una vita fatta anche di tentativi di ricerche sonore che non snaturino il proprio nucleo.

Di conseguenza, entrare “Nel giardino dei fantasmi“, sempre con Paolo Baldini dietro le quinte, significa rendere ulteriormente evidente ai più il percorso che la band di Davide Toffolo ha scelto di portare avanti, non solo continuando dove già ci si era fermati in precedenza, ma anche permettendo a quelle radici che hanno cominciato a prendere forma di mutare in veri e propri fiori che odorano di Giamaica, forse di Sud Africa (l’introduttiva Come mi guardi tu), se non addirittura di Sol Levante (Il nuovo ordine, dub in endovena che descrive una situazione apparentemente non tanto lontana dal futuro). Una freschezza contrapposta alla frenesia dell'”incredibile spetaculo de la vida e de la muerte“.

Del resto sono in ottima compagnia, perché il “giardino” è fatto di tante sorprese, che si manifestano al suono di melodie beatlesiane (Alle anime perseDi che cosa parla veramente una canzone?), momenti di spensieratezza (l’africaunitesca E poi si cantaBene che sia), se non di necessità di continuare il proprio cammino senza perdersi d’indugio (La mia vita senza teLa fine del giorno (Canto n. 3), mentre predomina un affascinante e variegato potpourri di cotante influenze, come se le ritmiche in levare fossero diventate parte del DNA dei nostri, portando alla nascita di una nuova forma di pop. Ciò nonostante, il germe delle proprie origini non veda la sua fine, com’è evidente sia con la tirata Bugiardo (come sarebbe stata Codalunga se fosse stata scritta una decina di anni prima?) che con La via di casa, le due canzoni più vicine ai TARM che abbiamo conosciuto nel corso degli anni passati, fino a una I cacciatori che, fotografando la disperazione di un adolescente sulla soglia della maturità, potrebbe essere la sorella di La faccia della luna in chiave più rock. Brani non meno entusiasmanti per dei fantasmi dalla molteplice identità, neanche tanto differenti dai viventi, giusto per parafrasare Eduardo De Filippo.

Complessivamente, quella che si ha di fronte non è solo un’ideale prosecuzione dell’album precedente, ma un’ulteriore tappa che consolida i punti cardine de La Tempesta come una realtà sempre interessata ad una costante maturazione. E che non sbaglia di certo, vista una materia in esame tipica della strada intrapresa, fatta di bivi conducenti allo stesso obiettivo.

Gustavo Tagliaferri

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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