Francesco Zampaglione – Un uomo e…

francesco zampaglione - un uomo e...Non si può di certo dire che Francesco Zampaglione e il mondo della musica non viaggino di pari passo. Basta vedere in primis la mano testuale e non rintracciabile nel corso del periodo passato con il fratello Federico, anima dei Tiromancino, tra “Alone alieno” e “La descrizione di un attimo”, e poi la composizione di vere e proprie colonne sonore cinematografiche, anch’esse non solo caratterizzate da legami di parentela (“Shadow”), ma anche riscontrabili in altri ambiti (un titolo in particolare: “Paz!”). Oltre che la presenza nei crediti di una chicca dell’hip-hop made in Italy come “Medicina buona” di La Comitiva. Prima o poi doveva presentarsi l’opportunità adatta per tirare fuori qualcosa a nome proprio.

Un uomo e…“, per la conterranea SunnyBit (Filippo Gatti, Diana Tejera), è un disco che risponde a questa esigenza, presentandosi al momento giusto come frutto di un concepimento fatto di molta calma, che mette totalmente a nudo l’artista, tanto da presentarlo come suonatore di quasi tutti gli strumenti dell’album, salvo qualche ospite. Ad un primo acchito è evidente il rispolvero di un certo feeling che ha caratterizzato l’era Tiromancino, e meritano una particolare menzioni brani come la soffice ballata rivolta a tutte quelle “zingare” che non appartengono esclusivamente Al campo nomadi, la tirata testimonianza suicida di Non per l’eternità (lettera di un kamikaze) e le dissonanze metropolitane che fanno da background ad Un uomo qualunque, dove l’interpretazione raggiunge livelli più che soddisfacenti. Buoni anche gli echi silvestriani di Lei dorme e l’invettiva di Grande madre società.

A minare l’album, però, sono quei momenti in cui la voce di Zampaglione non è sempre ben calibrata, e quindi fatica a decollare, per la precisione in due episodi tutto sommato passabili come la title-track e Cara Maria, quest’ultima però provvista di una coda finale fatta di venature southern non da poco conto. Già, gli arrangiamenti, una peculiarità che continua a scorrere con enorme forza nel sangue del nostro, e che trova sfogo nei tre momenti strumentali dell’opera, Menelik Tongue, a metà tra India, Caraibi ed influenze hendrixiane, Glasspiel, un concentrato di luci che si avvolgono nel mistero al suono di chiare e limpide percussioni, e Dub in the House, dolce incursione nel mondo dell’elettronica. Momenti che meritano ulteriori plausi.

Tra pregi e difetti, il risultato è un esordio nel complesso piacevole, realizzato con umiltà, dove, nonostante al nostro serva qualche limatina in più da dare a quanto operato, le basi non sono assenti. Come non manca neanche l’augurio che il prossimo lavoro solista possa essere ancora meglio. Considerando che Francesco sa come mantenere le proprie capacità, viene da incoraggiarlo il più possibile…

Gustavo Tagliaferri

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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