Between the Buried and Me – Coma Ecliptic

Between the Buried and Me - Coma EclipticCD/LP – Metal Blade, 11 t.

Chiunque li seguisse da tempo sapeva che i Between the Buried and Me, sin da The Great Misdirect, avevano cambiato le carte in tavola. Paragonati da molti (anche abbastanza giustamente) ai Dream Theater, per gli ultimi tre album gli americani si erano dedicati ad un progressive metal sempre più sborone e snob, sempre meno mischiato col metalcore degli inizi.

Definito dal gruppo stesso come una rock opera, Coma Ecliptic risulta essere effettivamente un album con un concept audace – un viaggio metafisico di un uomo ritrovatosi in stato comatoso – coi suoi momenti maestosi e teatrali. Il problema dell’album è la spocchia di cui sembrano essere intrise certe canzoni, a partire da The Coma Machine: una serie di controtempi, cambi repentini di riff e tempo e scale continue; cosa che si ripete, dopo l’interessante intermezzo pseudo-elettronico di Dim Ignition, pressoché identica in Famine Wolf, dove la band cerca di mostrare i muscoli il più possibile. King RedeemQueen Serene (probabilmente la traccia migliore dell’opera) si dimostra ben riuscita nonostante la ritrovata boria, la quale, tuttavia, finisce col rovinare The Ectopic Stroll, canzone dalle ambientazioni grottesche altrimenti molto ispirate. E ancora Rapid Calm, al netto dell’atmosfera iniziale decisamente melensa, si dimostra ben disposta a calmare un po’ le acque di Coma Ecliptic, se non fosse per un finale rockeggiante e caciarone. Dove la situazione è completamente sfuggita di mano ai Between the Buried and Me è la chiusura dell’album: Memory Palace presenta qualche timido accenno a cambiare un po’ le carte in tavola, ma i riff più intensi, che magari potrebbero colpire di più la memoria dell’ascoltatore, vengono persi in mezzo ad una marea di altri giri senza che si possa intravvedere una fine. Per fortuna le due tracce seguenti, Option Oblivion e Life in Velvet, riescono a valorizzare maggiormente i loro momenti più carichi di pathos, rendendo il finale più avvincente.

Nonostante la rock opera moderna si lasci ascoltare tutto sommato piacevolmente, gli equilibri pressoché perfetti di Colors sono ben lontani, e il paragone coi Dream Theater suona quantomeno azzeccato in più punti. Rimane solo una cosa da aggiungere: magari i Dream Theater avessero composto un album così negli ultimi dieci – se non addirittura quindici – anni.

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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