Blade Runner: Recensione

Blade Runner. Approcciare un classico del cinema per un appassionato è sempre una emozione particolare

  • Titolo:  Blade Runner
  • Regia: Ridley Scott
  • Genere: Azione, Fantascienza
  • Anno: 1982
  • Durata: 118 Min
  • Distribuzione: Warner Bros.

Personalmente la vivo un po’ come una sfida con me stesso, cercare di individuare i motivi che lo hanno portato a lasciare un segno. In particolar modo quando si ha a che fare con generi minori come quello della fantascienza che ha conosciuto fortune alterne durante il ventesimo secolo, oggi in grande spolvero, poiché è sempre riuscito a stimolare l’immaginario collettivo grazie alla promessa di sfide epiche per l’umanità.

(autori sempre attenti a cogliere le opportunità di critica sociopolitica verso una società che sembrava inaridirsi con lo spettro mai passato di moda dei nazionalismi autoritari)

È di particolare interesse perché ci mette romanticamente (o ingenuamente) in relazione con i grandi temi dell’umanità: l’idea che abbiamo della nostra specie, come ci collochiamo nella natura (paradossalmente talvolta al di fuori), i nostri “imperativi categorici”, senza rinunciare al ritmo ed al trasporto degni di un film d’azione.

Talvolta però l’aurea mitica di un classico può intimorire. Può essere il caso di Blade Runner, film che porta con sé il rispetto che si deve ai dialoghi di Platone. È nei fatti un film d’azione. Un thriller noir, per meglio dire, ambientato in un futuro distopico dai connotati steampunk. Pare di averla già sentita.


Titoli di testa

Un testo ci introduce nel contesto degli eventi. Gli umani hanno sviluppato degli automi talmente simili a loro stessi nell’aspetto ed almeno eguali per capacità fisiche ed intellettive, da meritarsi il nome di “replicanti”. Sfruttati come schiavi, i replicanti si ribellano diventando una minaccia da “ritirare” dal mercato dalle squadre speciali della polizia: i blade runner.
Il film si apre con una panoramica su una città sconfinata, tetra e nera nella notte, illuminata a giorno dalle sue mille luci. Soggettiva di un edificio, dove all’interno di un ufficio un medico zelante e scrupoloso esegue un test psicologico su di un paziente irriverente e scontroso. Omicidio. Il medico inquisiva gli impiegati alla ricerca di un eventuale replicante fuggiasco, lo ha trovato suo malgrado. Il regista ci porta subito al centro dell’azione per poi introdurre il protagonista.
Da qui in poi e per una buona mezz’ora la trama si sviluppa attraverso stereotipi tipici dei film d’azione. Il nostro eroe? Un poliziotto recuperato a forza dal capo perché è l’unico che può risolvere il caso dei sei replicanti fuggiti con uno shuttle ed arrivati sulla terra non si sa perché, lasciandosi alle spalle una scia di morte. Chissà quanto fosse fiero del regista il fratello scomparso Tony.

Fino alle fasi finali tutto fila liscio, se non fosse per gli ingegnosi costumi e trucchi e le appassionate scenografie che ci restituiscono un immagine viva e palpabile di questo mondo austero e buio (nel film solo determinate scene sono girate con luce naturale) non avremmo il sospetto di stare guardando un film epocale.

Il finale signore e signori è un pezzo d’antologia.

Il film trova la propria ragion d’essere al punto che pare scritto apposta per il finale e non il contrario. Tutti i dilemmi morali e sentimenti personali contrapposti all’istinto di conservazione di una specie trovano una forma di condensazione nella scena della celeberrima citazione “Ne ho viste cose….”(frase che non esiste nel libro di Philip Dick, scritta dall’attore stesso, Rutger Hauer nel ruolo del replicante Roy Batty). Gli umani hanno paura dei replicanti e li “ritirano” perché temono di essere sopraffatti, sostituiti, sconfitti dal punto di vista evolutivo. Scompare il confine tra replica ed originale “and who knows which is which and who is who”.

Nella versione originale la scena finale lasciava intendere senza troppi patemi d’animo un lieto fine a tutti gli effetti. Nella versione director’s cut quel briccone di ridley ha pensato bene di eliminare quella scena, lasciando praterie sconfinate a tutti i complottisti e speculatori di professione.
Io credo che in questo ci sia ben poco di trascendentale. Il regista ha sempre prodotto film diretti, mai eccessivamente sedotti da dinamiche di masturbazioni mentali. Trovo la trama del film di una semplicità disarmante che diventa un’arma potente tra le mani di Ridley.

In questo modo si può permettere piani lunghi, scene lente, dialoghi sparsi. Descrive con panoramiche lo scenario, fin nei dettagli con le soggettive, parla quasi più con le immagini. Risaltano i costumi, le performance degli attori tutti adeguati, menzione di merito per Harrison Ford, ma soprattutto per Rutger Hauer che è semplicemente maestoso, perfetto, il prototipo del replicante.

Vi lascio al commento finale…

Luca Giannini per Cineplay




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