Slayer – Repentless

Slayer - RepentlessNuclear Blast, 12 t.

Le vicissitudini della vita hanno costretto gli Slayer a dover affrontare una rivoluzione nell’organico, sia per la prematura scomparsa dell’amato Jeff Hanneman che per l’abbandono di Dave Lombardo, i cui rapporti con il resto del gruppo non furono mai idilliaci.

A subentrare troviamo la chitarra Gary Holt (Exodus) e le bacchette del redivivo Paul Bostaph, che aveva già lasciato la band losangelina ai tempi del capolavoro God Hate Us All, congedandosi a causa di problemi al ginocchio e, si vocifera, di tensioni ed attriti con Hanneman.

In poche parole Repentless è nato all’insegna del cambiamento, in un momento di confusione all’interno del quale sarebbe stato facile perdere la giusta rotta,  faticosamente tracciata e consacrata dalla storia stessa della band. Per grazia ricevuta questo non è avvenuto e Tom Araya, da buon comandante, ha stimolato Kerry King verso quella linea dura ed inossidabile tanto apprezzata dai fan di vecchia data, non proprio avvezzi a stravolgimenti musicali e a occhiolini alle tendenze più radio-friendly.

Della sperimentazione non sappiamo che farcene quando la formula funziona perfettamente, è il caso di Chasing Death, Implode e You Against You, quest’ultima impreziosita dal duello solistico tra King e Holt. Parliamo di brani che forse non suoneranno originali ma che ci ricordano i tempi del Tom più astioso e furente, carico della sana rabbia antisociale di quindici/venti anni fa.

Se per Bostaph è stato facile riallacciarsi al calibro degli antichi fasti, Holt sembrerebbe aver accettato di buon grado la supposta supremazia compositiva di King, il quale risulta il principale artefice della stragrande maggioranza delle dodici tracce presenti. Questo è un vero peccato, perché Holt è un chitarrista mostruoso, granitico e creativo, che sicuramente avrebbe meritato una maggiore libertà espressiva, soprattutto nei riff, la sua specialità. D’altro canto bisogna dire che forse, attuando questa scelta, è stato sventato il rischio di dare alla macchina di Araya un motore completamente marchiato Exodus, preservando il sound originale.

Una nota di merito per When the Stilness Comes, gradito esempio di come gli Slayer sappiano cambiare marcia nel bel mezzo di un album, permettendo ai nostri timpani di contemplare sonorità più moderate, per ricaricarsi in attesa della successiva tempesta sonora.

Un grande disco, che per l’ennesima volta ricorda come gli Slayer siano, di diritto, i più illustri rappresentanti dei mitici Big Four e di come, differentemente da qualche altra blasonata band, questo gruppo non perda mai un briciolo di dignità ed integrità artistica.

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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