My Dying Bride – Feel the Misery

My Dying Bride - Feel the MiseryPeaceville, 8 t.

Tre sono stati i gruppi che, nei primissimi anni ’90, in Inghilterra, hanno dato vita e forma al death doom metal (e almeno acceso la miccia del gothic): Paradise Lost, Anathema e My Dying Bride. Dopo venticinque anni, questi ultimi sono gli unici ad essere rimasti sul podio, mentre gli altri due decisero ben presto di perdersi in digressioni tendenzialmente rockeggianti. Da parte dei My Dying Bride, l’unico timido accenno a seguirli nelle loro – per così dire – sperimentazioni è stato 34.788%… Complete, bocciato pressoché unanimemente e immediatamente isolato dal gruppo.

Nonostante sia quindi difficile trovare una discografia più coerente e monolitica della loro, il gruppo inglese qualche sbavatura nel corso di un quarto di secolo l’ha pur fatta. E siccome nessuna formazione, ma proprio nessuna, è esente dal solito i-primi-album-restano-i-migliori – quando non addirittura il-primo-album-resta-il-migliore – gli ultimi lavori dei My Dying Bride sono stati accolti quantomeno con un po’ di timidezza: tra chi ne esaltava comunque la voglia di differenziarsi dai precedenti mantenendo uno stile ben riconoscibile, a chi invece non riusciva più a trovare quello che il gruppo era stato capace di esprimere in passato.

Da questo punto di vista quindi, il rientro in formazione di Calvin Robertshaw, storico chitarrista del gruppo, può essere preso da una prospettiva decisamente positiva. Idem il ritorno nelle composizioni di Feel the Misery di una melodia strappalacrime che non si sentiva così straziante almeno dai tempi di The Dreadful Hours (2001). Ma che, soprattutto, spiazza gli animi dopo un ultimo A Map of All Our Failures tanto oscuro e asfissiante.

Colpisce anche la semplicità delle melodie e delle strutture di quest’ultimo album, con la quale si tenta di arrivare dritti al cuore di ogni ascoltatore; semplicità quasi antitetica alla complessità ricercata con A Line of Deathless Kings (2006). E lo si può notare subito sin dalla prima traccia, And My Father Left Forever, e dalle sue linee che ricordano un po’ delle cosiddette “chitarre a zanzara” rallentate. O ancora dalla nenia finale in To Shiver in Empty Halls, ninnananna empia quanto emozionante. Il problema di Feel the Misery è che non riesce a mantenere questi alti livelli anche per la sua seconda metà, dove troviamo un’atmosferica I Almost Loved You, tipologia di traccia non nuova al gruppo di Halifax ma di cui forse non se ne sentiva veramente il bisogno in quest’occasione.

Insomma, in un anno in cui anche i concittadini Paradise Lost hanno tentato a loro modo un ritorno alle origini (da certi punti di vista non troppo apprezzabile), i My Dying Bride sono riusciti a battere i “rivali” componendo un album più organico e dinamico. E anche se così non fosse stato, grazie a The Cry of Mankind i My Dying Bride sarebbero comunque rimasti l’unico gruppo che è riuscito a far piacere a un pubblico spropositato un’unica melodia di chitarra ripetuta per dodici minuti.

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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