Io e il mio amore: Emiliano Merlin

Emiliano Merlin, veronese, in passato alla guida dei Lecrevisse, con il monicker unòrsominòre. ha pubblicato due album.

Descrivi il tuo lavoro attuale
Sono uno dei famosi ricercatori precari di cui parlano al tiggì. Dopo la laurea in Astronomia a Padova ho conseguito il dottorato di ricerca, e da allora lavoro come assegnista post-doc; attualmente sono all’Istituto Nazionale di Astrofisica, a Roma. Studio le galassie lontane, ad alto redshift come si dice in gergo, sia dal punto di vista teorico che elaborando i dati delle immagini che ci arrivano dai telescopi in giro per il mondo o dallo spazio, per cercare di capire come si sono formate e come evolvono nel tempo.

Hai mai pensato di lasciare il tuo lavoro per la musica?
Ma più che altro ho iniziato a fare il mio lavoro in attesa che la musica arrivasse a darmi da vivere, solo che non è mai successo e quindi ho continuato a fare ricerca (sorride, NdR). Ormai l’idea di vivere suonando non solo mi sembra utopica ma quasi mi infastidisce, sarebbero necessari compromessi e baracconate che proprio non mi appartengono, e dover suonare ogni giorno, per forza, mi renderebbe la cosa faticosa. La musica non deve essere un lavoro, perché se ne corrompe la sacralità e la si fa scadere da Arte a routine. Per pagarti le bollette poi devi scrivere per forza un disco all’anno, e i risultati di questa prassi li vediamo e li sentiamo.

Come concili il lavoro e la passione per la musica?
Da un punto di vista pratico, con molta fatica; il mio lavoro di ricercatore è molto impegnativo dal punto di vista delle energie mentali, e richiede anche una discreta dose di creatività, sicché non è sempre facile trovare tempo e forza per un’altra attività che richiede inventiva, creatività e concentrazione. Suonare in progetti divertenti è sempre rilassante (ad esempio ho una tribute band beatlesiana con cui mi diverto un mondo), ma scrivere musica mia, con le mie modalità e i miei temi, è spesso una sfida faticosa, e siccome non me lo ha ordinato il medico finisco spesso a chiedermi chi me lo faccia fare. Oltretutto l’idea di “dover” scrivere, come dicevo, è opposta al mio modo di vedere; penso che la scrittura debba nascere come una necessità, e quindi cerco un equilibrio tra il vincere l’inerzia data dalla stanchezza di ogni giorno e il forzare la mano per produrre qualcosa senza una reale necessità. Invece dal punto di vista ideale le due cose non sono così distanti come può sembrare di primo acchito; come dicevo entrambe richiedono creatività e concentrazione, e da un lato la musica ha aspetti “scientifici” e “analitici” più profondi di quanto si creda, dall’altro l’astrofisica e la scienza in genere hanno un loro poesia meravigliosa, che chi le conosce è in grado di apprezzare.

Quali scelte cambieresti nel tuo percorso professionale?
È una domanda molto delicata e complessa, che mi faccio tutti i giorni e a cui fatico a trovare una risposta. Il mio ambito di lavoro è ovviamente molto affascinante, almeno in linea di principio, e non posso negare che mi dia soddisfazione il fatto di lavorare in un contesto così prestigioso, evocativo e di frontiera. D’altra parte il lavoro giornaliero è comunque spesso fatto di ansie, fatiche e routine, come quello di tutti immagino, e a questo devo aggiungere l’assoluta mancanza di prospettive di stabilizzazione. Sicché mi càpita di pensare che se dopo la laurea avessi accettato di continuare a lavorare come insegnante, come avevo iniziato a fare prima del dottorato, forse ora sarei un tranquillo professore di liceo, avrei potuto continuare a vivere nella mia città (Verona) e sarei molto più sereno e con un bel po’ di tempo da dedicare alla musica. Ma Kierkegaard ci spiega come ogni scelta sia una rinuncia, e so che se avessi fatto quel percorso ora mi starei dannando l’anima per non aver scelto la ricerca (sorride, NdR). Ogni tanto penso anche che se ancora più a monte non avessi deciso di studiare e laurearmi probabilmente sarei riuscito a dedicare abbastanza energie alla musica per poter arrivare a viverci, ma vista la situazione del panorama attuale tutto sommato non mi sento di biasimarmi per quella scelta alla fin fine, e di nuovo non credo che ora mi sentirei una persona migliore.

Massima soddisfazione/delusione raggiunta in ambito musicale
Ah, soddisfazioni poche. Non è retorica, ma le soddisfazioni maggiori arrivano quando qualcuno si presenta a un concerto e mi stringe la mano ringraziandomi per quello che ho scritto e cantato, o mi scrive una email di complimenti facendomi capire che ha realmente ascoltato attentamente e inteso quello che avevo da dire. Per il resto, qualche buon concerto, le tante recensioni sempre lusinghiere quanto inutili, qualche lode da colleghi più “famosi” che ammiro e di cui taccio i nomi per pudore. La delusione invece è il mare in cui queste piccole soddisfazioni galleggiano come relitti: il vedere come il vuoto pneumatico e l’omologazione seriale dilaghino, nella musica come ovunque, e sembrino andare benone a tutti; il notare come anche tanti che sembravano apprezzare le mie cose poi apprezzino anche l’esatto opposto (e no, non va bene apprezzare qualsiasi cosa); il non essere riuscito a trovare una mia via più efficace per veicolare le mie cose a un pubblico meno di nicchia senza perdere la mia integrità morale e artistica. In definitiva, l’aver sbagliato epoca, forse.

a cura di Marco Gargiulo

Io e il mio amore: storie quotidiane di musicisti coraggiosi. Racconti in prima persona di successi e fallimenti di chi si mette in gioco per lavorare di, con e per la musica.

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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