Motta – La fine dei vent'anni

Motta - La fine dei vent'anniWoodworm, 10 t.

Sembrano lontani i tempi in cui una voce graffiante e pungente cantava “Una bestia nasce dove un’altra muore”, quasi a voler anticipare come ogni fase, una volta che ce la si trova dietro, finisce sempre per pesare sul futuro dei più, in un passaggio da quadrupede a bipede, forse tale da essere l’uno e l’altro, per una prova di antropocentismo, a voler azzardare, prossima al consolidamento di un io maturo. Perché evidentemente Francesco Motta, noto ai più come la voce e la mente dei Criminal Jokers, di simili constatazioni non fa affatto a meno, ora che ci si trova di fronte al suo primo lavoro da solista, e se sia maggiormente merito della produzione di Riccardo Sinigallia o dell’artista stesso non è un quesito importante: La fine dei vent’anni è un disco mosso da un’evoluzione portata ad ottimo termine ed incentrata soprattutto sulla voce, meno occhieggiante ai Violent Femmes come si era evinto dai Criminal Jokers, apparentemente più statica ma non per questo meno malleabile, viste le influenze che caratterizzano i dieci brani del lotto. Spiccano la cadenzata Del tempo che passa la felicità, scorza da rituale tribalistico dietro cui si cela lo specchio di un’atipica indole rock in graduale crescendo, l’oscuro mantra simil-irish che fa da perno a Prenditi quello che vuoi ed uno spirito danzereccio che va dalla marcia percussiva, tra campane e tamburi, come su un dancefloor alternativo, di Prima o poi ci passerà agli echi new wave ed electro che pervadono la nervosa Roma stasera, ma non sono da meno l’etno-patchanka di Mio padre era comunista ed una title track che scorre a mò di ballad, secondo una linea che prende una piega romantica una volta che si presenta Sei bella davvero, prima di dissiparsi nelle riflessive ed intime Una maternità e Abbiamo vinto un’altra guerra, in cui la componente folk la fa da padrona, sottesa da intensi archi, mentre quei pochi echi del passato vanno cercati in Se continuiamo a correre, in cui a loro volta, più che i Criminal Jokers, viene accentuato Il Pan del Diavolo, forse proprio perché ad accompagnare Motta è la voce di Pietro Alessandro Alosi. Un percorso avente molteplici fasi, ma un solo nesso: pur non essendo un caposaldo dei giorni nostri, La fine dei vent’anni si rivela un album i cui pregi non passano inosservati, frutto di una crescita interiore slegata da un’unica generazione, più che di un lavoro di squadra. Disco da provare più volte.

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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