Tre Allegri Ragazzi Morti – Inumani

Tre Allegri Ragazzi Morti - InumaniLa Tempesta, 11 t.

Il coacervo di colori di accompagnamento lascia intuire come dietro si celi il punto di arrivo e la chiusura di un ciclo iniziato con il bel Primitivi del futuro (2010) e l’ancor più coinvolgente Nel giardino dei fantasmi (2012). Una definitiva messa a punto del proprio viaggio pluriventennale, verrebbe da dire, considerate le scelte adoperate da Davide Toffolo e soci prima e dopo la nascita della loro Tempesta. Soprattutto alla luce della consapevolezza dei loro pregi e difetti, il nesso di Inumani, questa la loro nuova fatica in studio, è proprio questo: l’ancor più evidente ripresa dello stato di esseri viventi da parte dei Tre Allegri Ragazzi Morti, anche grazie alle ritmiche in levare e ai tropicalismi venuti fuori con il supporto di Paolo Baldini in chiusura dei primi anni ’00. Ma proprio alla luce di ciò, contrariamente all’aria completamente favorevole respirata con il disco precedente, secca un po’ partire sottolineando immediatamente la doppia ed inevitabile, viste certe recenti esperienze, spina nel fianco del lotto, ovvero quel taglio accattivante e tipicamente radio-friendly introduttivo, di quelli peggiori in voga oggigiorno, che già contamina il pop piuttosto annacquato di Persi nel telefono, ma si assoda definitivamente con il duetto con Lorenzo Jovanotti Cherubini, spogliatosi del ruolo di mera comparsa, di In questa grande città (La prima cumbia), sì abbellita da una veste colombiana, ma priva del tiro di una La cattedrale di Palermo od una Questa è il ritorno di Gianni Boy, quanto con un’accezione maggiormente da folklore ed uno stile piuttosto carente. Fortunatamente sono i brani successivi a svolgere un ruolo davvero portante, anche grazie alla presenza alla chitarra qua e là di un ospite come Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion): E invece niente conquista con il trascinante dub caraibico, con charango di accompagnamento, facente da traino, come anche la vispa e forsennata follia funkeggiante de I miei occhi brillano, che torna in maniera meno marcata e maggiormente appianata in quel di Disponibile, tendendo ad un ibrido tirato la cui ipotizzabile sede live si suppone possa regalare non poche sorprese, le intemperie di Ruggero, rilassate eppur malinconiche, celano delle tinte elettroniche e non anche di stampo rock, che ingranano ma hanno un impatto ancor più immediato quando a svolgersi è L’attacco, per poi trovare ulteriore sfogo nelle dissonanze che abbelliscono il blues sferragliato di La più forte, C’era una volta ed era bella è una ballata in pieno stile TARM, Libera è animata da polverose sfumature 70’s mentre l’incalzante Ad un passo dalla luna, con il suo excursus dalle impennate oniriche, è probabilmente uno dei loro momenti di maggiore rilievo tra quelli recenti. Alla luce di tutto ciò sembrerebbe un po’ più complesso tirare le somme rispetto alle opere precedenti: Inumani è un disco intricato e proprio per questo dominato da pregi e difetti, ma fortuntamente i primi sono tali da portare ad un più che buon risultato. Sì, i TARM sono umani ed Inumani al contempo, ma è altrettanto vero che nel momento in cui emergono le belle canzoni, come anche stavolta, alla fine ci si lascia nuovamente andare, e male non è.

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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