Intervista a Syria (2010)

Partiamo dagli inizi della tua carriera. Ovvero dal 1996, anno della tua vittoria al Festival di Sanremo nella categoria giovani cui farà seguito il tuo primo album, “Non ci sto”. Come vedi, col senno di poi, quel periodo?

È stato sicuramente un periodo di estrema leggerezza e tenerezza, ero molto piccola e sono stata catapultata in una cosa più grande di me senza nemmeno rendermene conto.  Grazie all’incontro col mio primo produttore Claudio Mattone sono stata coinvolta in questa avventura. All’inizio mi sembrava quasi buffo dover partecipare a Sanremo, ma mi sono lanciata dicendo “vediamo che succede”. Trovarmi all’Ariston a fare le prove di Io non ci sto è stato traumatico ma ora porto nel cuore dei ricordi molto teneri.

Parlando del Festival, possiamo avere un tuo commento su Sanremo?

Credo che il festival di Sanremo si sia modificato parecchio negli anni, riscontro dei cambiamenti già tra le varie volte in cui io ho partecipato. Il Sanremo di Pippo Baudo aveva una forma più istituzionale, poi l’arrivo di Bonolis ha dato una ventata di freschezza e novità, ho ammirato parecchio il suo modo di condurlo con grande stile e innovazione. La Clerici nell’ultima edizione è riuscita a dargli una grandissima popolarità. Sanremo è sempre un’arma a doppio taglio sia per chi lo conduce sia per chi vi partecipa. Io lo amo e lo odio, lo amo perchè sono partita da li, lo odio perchè spesso vengono fatte delle scelte artistiche che lasciano a desiderare. Molte volte vi partecipano degli artisti che rendono tutto poco credibile. Credo ci vorrebbe un po’ più di qualità, comunque ogni anno se ne parla e va bene così. Io in prima persona se ho in porto dei progetti prendo in considerazione San Remo come uno dei più grandi palcoscenici dove potermi esibire. Credo sia importante presentarsi lì senza pensare troppo alla competizione ma cercando di fare una bella figura.

Da interprete ad autrice: la prima canzone scritta da te è Maledetto il giorno, dall’album del 2001 “Come una goccia d’acqua”. Come mai sei arrivata cosi tardi alla scrittura?

Quello di scrivere è stato un tentativo spinto dalla mia amica Marina Rei. Nasce tutto da una lettera scritta in un momento di sfogo, poi insieme a Marina e alle sue competenze di autrice siamo riuscite a mettere in metrica una serie di parole. Io in realtà ho scritto delle altre cose ma non ho mai pensato di essere un’autrice, lo lascio fare a chi lo sa fare veramente. Preferisco continuare ad essere interprete, mi trovo più a mio agio, ho rivalutato tantissimo questa cosa, sopratutto dopo l’esperienza in teatro con Paolo Rossi. Mi piace essere interprete delle storie degli altri, che spesso sono anche le mie, mi piace raccontare le cose a mio modo, rivisitarle. È un’attitudine che ho raffinato nel tempo. Essere autrice è stato un periodo della mia carriera, non escudo potrebbe risuccedere, ma mi sento molto piu’ interprete.

Vorrei soffermarmi particolarmente su uno dei tuoi album più riusciti, ovvero “Un’altra me”: un titolo rappresentativo, un capitolo anomalo della tua discografia. Syria che rilegge dodici brani di altrettante realtà indipendenti italiane come Mambassa, Marta sui Tubi e Deasonika. Qual è stata la catena di eventi che ti ha portato all’idea di “Un’altra me”?

Semplicemente la scoperta di queste realtà musicali e la voglia di approfondirle, senza dover dimostrare che qualcosa era cambiato dal punto di vista artistico. Come dicevo prima sono un interprete, il fatto di aver scoperto questo nuovo mondo mi ha fatto venir voglia di rendere omaggio agli artisti che ne fanno parte e far conoscere anche al mio pubblico quanta bella musica c’è in giro e quanti gruppi di nicchia scrivono belle canzoni. Presa dall’entusiasmo ho iniziato a documentarmi, gruppo dopo gruppo, e ho scoperto che sono tutti legati tra di loro da questo “essere indie”. Ero presa dalla curiosità, navigavo nel web per i vari MySpace, leggevo le recensioni, compravo i loro album, è stata una scoperta che mi ha fatto un po’ voltare le spalle nei confronti della musica pop, ma non perché dovessi ripudiarla ma solo perché ho imparato a conoscere un altro genere che mi ha profondamente colpito e ha raffinando i miei gusti musicali. Grazie a Cesare Malfatti, produttore dei La Crus, che ha accettato questa commessa, è stato più facile affrontare la canzoni. Rivisitarle senza voler sfacciatamente rovinarle, mi sembra di aver fatto un gesto delicato, un album onesto grazie allo stile di Cesare. Credo sia stato l’album più importante della mia discografia ed è questo che mi ha un po’ fatto girare pagina senza recriminare il passato. Sarei contenta di continuare a fare album di questo calibro, perché no magari anche con Cesare se avrà voglia.

In che modo i tuoi amici/colleghi hanno preso questa tua “metamorfosi” e che riscontro hai avuto dalla critica?

Sulla critica ci sono stai dei riscontri molto positivi, è normale che qualcuno comunque abbia avuto da ridire, pensavano fossi un’intrusa. Quanto è stato capito con che rispetto e onesta ho voluto fare questa cosa, quanto tutti i gruppi del progetto hanno recepito il mio omaggio in maniera gradevole sono stata accolta a braccia aperte da alcuni di loro partecipando a dei loro concerti. C’è stato uno scambio di esperienze abbiamo condiviso curiosità, questo ci ha permesso di sfatare dei clichè, il fatto di essere indie o non indie è andato a morire col tempo. Riuscire a contaminare tra di loro vari generi non ha fatto altro che ampliare le vedute, all’estero sono tanti gli artisti che fanno generi differenti passando dal folk all’hardcore. Credo che queste esperienze debbano essere tramandate cercando di fare tutto in nome della qualità. È stata una grande scoperta per tutti. Tuttora traggo benefici da questo progetto, grazie al tour con una parte dei Perturbazione.

“Un’altra me” segnava anche il tuo passaggio alla Sony-BMG. La tua precedente casa discografica, l’Atlantic mi sembra, non era interessata al disco o semplicemente era scaduto il contratto?

La Warner mi ha comunicato in maniera sincera e vera che si erano un po’ stufati, non erano interessati a continuare una collaborazione con me, forse anche perché erano gli anni in cui si guardavano parecchio i numeri. Dopo il mio album “Non è peccato” evidentemente si aspettavano altro e io non ero più nella fase dove mi accontentavo del pezzo radiofonico. Quindi, di comune accordo abbiamo chiuso la collaborazione. Nel mentre, l’esperienza teatrale mi ha reso molto indipendente, mi ha portato a desiderare altre cose e la Warner non lo capiva, a quel punto è entrata in gioco la Sony che mi ha accolto a braccia aperte, forse a loro mancava un artista di questo genere. Mi sono sentita coccolata dalla Sony, è stato semplice spiegare i miei sviluppi artistici e farmi apprezzare.

È da escludersi un secondo capitolo?

No assolutamente no, è mia intenzione andare avanti per questa strada, non sarei in grado di fare degli album differenti da questo. Dopo “Un’altra me” sono rimasta così coinvolta e colpita dalle critiche e da come ho vissuto le atmosfere di quel disco che ho voglia di andare avanti e riproporre un album di inediti. Mi piacerebbe molto poter rilavorare con Cesare Malfatti.

Se non erro, le tue ultime collaborazioni con il mondo indie risalgono al 2009 con “Le città viste dal basso” dei Perturbazione e l’esordio omonimo de Il disordine delle cose. Cosa ti è rimasto di quel mondo? C’è qualche realtà che senti molto vicina a te e con la quale vorresti collaborare?

Mi sento ancora molto legata a quel mondo, quando vengo invitata ai loro concerti sono sempre molto contenta. Uno dei concerti più importanti che ricordo è quello di Milano, ogni volta che mi sono trovata sul palco con i Perturbazione ho sentito delle forti emozioni. Sono molto legata a loro e lo sarà per sempre.

Verso la metà del 2009 parte il tuo progetto elettronico denominato Airys, con un’EP all’attivo. Come mai questa trasformazione? Syria e Airys sono cosi differenti tra di loro?

Musicalmente parlando si, sono molto differenti ma portano dietro la stessa attitudine nei confronti della musica. Amo sperimentare, proporre musica di qualità questo è il mio modo di concepire le cose. Ayris è un progetto elettronico, un alter ego che mi da la possibilità di affrontare realtà e situazioni in maniera differente da Sirya. Mi piace potermi dividere ed avere due personalità. Forrei sfatare il mito che se fai un genere non puoi farne un altro, la musica è tanta e vasta e se ti diverti a farla, poi la gente si abitua, dovrebbe abituarsi. Non pretendo ci si abitui con me, ma insomma non c’è niente di male.  Ayris continuerà ad esserci, molto probabilmente farà un secondo EP.

È da poco uscito il singolo, sotto nome Airys, Io ho te, cover della Rettore in compagnia dei Club Dogo. Dopo di questo, cosa c’è nel tuo futuro? Concerti? Nuove collaborazioni? Un album?

Il live di Ayris c’è, esiste. È carino dire che abbiamo una gestione “casalinga” dei live, siamo noi che decidiamo dove suonare. Abbiamo già le date e continueremo a girare per tutta l’estate.  Ayris rappresenta il progetto parallelo che ci piace portare avanti senza termini e scadenze. La collaborazione con la Rettore è stato un incontro fantastico che ci ha permesso di mettere due generazioni e due generi a confronto. Esperienza fantastica.

Marco Gargiulo

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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