Intervista agli Amor Fou (2010)

Già dall’EP che ha preceduto quest’album, “Filemone e Bauci”, si avvertiva una forte vena cinematografica nella vostra musica, senza contare, poi, che i vostri due album sono delle vere e proprie storie. Come v’immaginereste un film o un cortometraggio diretto da voi?

Alessandro Raina: I registi che amiamo sono talmente tanti che ci viene difficile immaginarci dietro la macchina da presa. Abbiamo sempre lavorato a contatto con registi di talento, Pippo Mezzapesa, grande promessa del cinema italiano, diresse il nostro primo video e Paolo Santagostino, un regista esposto anche al British Museum, ha curato i visual del vecchio tour e il video di Dolmen. Quando scriviamo le canzoni le immaginiamo associate a scene di film a cui siamo molto legati. Più che girare ci piacerebbe scrivere colonne sonore.

Vi siete affidati ancora una volta alla struttura “concept album”. Come mai?

Nel nostro modo di intendere il pop ogni disco dovrebbe contenere un’idea centrale forte, piu’ che un concetto, da approfondire attraverso le canzoni. Un album è un grande mezzo di comunicazione: le canzoni vivono anche da sole ma chi ha la pazienza di ricondurle all’immaginario del disco da cui provengono spesso può trovare un valore aggiunto nel saperle legate ad una sceneggiatura piu’ ampia e in questo modo interpretarle in un modo piu’ ampio o magari trovare spunti e ispirazioni verso altre tematiche.

Mi ha colpito molto la canzone De Pedis, sopratutto il testo: perchè usare “arrivederci” in un contesto dove sarebbe stato più adeguato usare “addio”?

Al di là della citazione alla popolare canzone un arrivederci suona piu’ nostalgico ma soprattutto esprime un attaccamento a una realtà (la propria città) che non si potrà eliminare nemmeno attraveso la morte. La voce narrante del brano spera di rivivere, ovviamente non in una vita terrena, gli scenari del proprio passato a cui non può – e non vorrebbe – dire addio.

Ognuno è solo anche se vanta 2526 amici”. I social network, uno su tutti Facebook, rappresentano uno dei casi dell’alienazione dell’individuo del ventunesimo secolo. Come vivete voi, come persone e come gruppo, i social network?

Come gruppo li viviamo in linea con i tempi, ossia come una cassa di risonanza e un modo per cercare di avvicinare i nostri contenuti al pubblico ricavandone delle impressioni. Nella band c’è un uso disomogeneo dei social network. C’è chi è iperconnesso, chi non è andato oltre MySpace e chi non è mai entrato in rete attraverso quei canali. In ogni caso cerchiamo di restare coerenti con il nostro modo di comunicare, non siamo una band di ventenni spensierati e maniaci del web ma nemmeno degli asceti distaccati dalla realtà!

Nel brano Un ragazzo come tanti parli di un prete che inibisce la propria attrazione nei confronti di un ragazzo. Ti sei ispirato ai fatti che riempiono, da mesi, i nostri telegiornali o è semplicemente una pura coincidenza?

Mi sono ispirato alla mia esperienza di credente e di frequentatore della Chiesa, soprattutto in passato. Ho voluto sottolineare la dimensione umana dei personaggi e della loro idea di libertà, in questo caso di rifiutare. E’ sempre molto difficile ispirarsi alla cronaca. Diciamo che la canzone d’autore rappresenta uno strumento divulgativo parallelo e spesso complementare alla cronaca, così come alla letteratura o al cinema. La cronaca in sè e per sè è spesso sterile e parziale. La documentazione degli scandali e degli abusi che interessano la Chiesa ha molta piu’ rilevanza perchè oggi la comunicazione rende impossibile nascondere le notizie e al contempo rende piu’ facile diffondere determinati messaggi dall’alto potenziale mediatico. L’80% dei casi di pedofilia si svolge in famiglia o a scuola, ma in questi mesi sembra che ciò riguardi solo la Chiesa cattolica. Non si registra alcun caso ri guardante altre confessioni religiose. Negli anni novanta esplose il caso degli albanesi, quasi sempre dipinti come ladri o violenti, e poi dei rumeni stupratori, o dei rom come ladri di bambini. Il dovere di cronaca è intangibile ma richiede una grande capacità analitica perchè la cronaca quotidiana si basa su influenze, regole e leve molto precise, che non sempre corrispondono alla documentazione della realtà e spesso fomentano vere e proprie psicosi piuttosto che rappresentare determinate realtà per sostenere cause e posizioni politiche preordinate. Nel caso del nostro disco non credo si possa parlare di contro-informazione ma del tentativo di rappresentare delle realtà che troppo spesso la cronaca ignora o rappresenta male.

Nei brani si fa largo uso delle bellissime tastiere suonate da Leziero Rescigno, che è il vostro batterista. Ci saranno dei cambiamenti di arrangiamenti o userete delle basi dal vivo?

Il live ha una naturale propensione alla visceralità e nel nostro caso penso che gli elementi rock, new wave e psichedelici abbiano modo di esprimersi al 100%. L’utilizzo dei campionamenti è ormai ridotto all’osso e riguarda solo pochi brani, ma non ci poniamo il problema, come non se lo pongono band che prendiamo ad esempio come i Radiohead o i Blonde Redhead. Tutto ciò che è funzionale al nostro suono viene utilizzato in modo costruttivo, tanto più nell’impossibilità attuale di introdurre altri musicisti.

Qual è, secondo voi, la vostra posizione nel panorama (indie?) italiano?

Riteniamo di dover crescere e divulgare la nostra musica dopo una lunga fase di assestamento, per cui non abbiamo mai fatto bilanci. Sicuramente la collaborazione con una major come Emi ci pone al di fuori di connotazioni di ‘area’, ma non ci siamo mai posti il problema dell’appartenenza. Speriamo che il pubblico coltivi gli Amor Fou con passione ed attenzione, confidando nel fatto che resteremo sempre fedeli alla “causa” e all’immaginario che abbiamo sposato creando il gruppo e che non è fatta solo di canzoni. Da parte nostra continueremo sul percorso tracciato, ci sentiamo un progetto destinato a dover ‘decantare’ che sta compiendo un percorso molto stimolante, almeno per noi. I frutti iniziano a vedesi ma serve molta continuità per affermarsi realmente e tantissimo lavoro, in primis di fantasia!

Domanda finale: partecipereste mai a Sanremo l’anno prossimo?

Sarebbe una bella esperienza, intrigante e non priva di incognite. Non siamo assolutamente ‘complessati’ rispetto a certi ambiti, non solo per la tradizione che rappresentano ma anche per la penuria di spazi che un progetto come il nostro ha per proporsi al pubblico televisivo, ossia quello che, purtroppo, continua a rappresentare maggiormente i consumatori, anche di musica. Sarebbe un grande onore cantare alla manifestazione che un tempo accolse la grandezza di alcuni dei nostri eroi musicali come Tenco, Endrigo, Paoli, Mina, la Vanoni, ma se non dovesse accadere ce ne faremmo una ragione.

Marco Gargiulo

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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