Il disordine delle cose – s/t

il disordine delle cose - stIl disordine delle cose è una delle band pop che meglio si è saputa affermare nel panorama indipendente italiano, almeno nell’ultima stagione. Il loro omonimo album d’esordio, curato e prodotto da Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele dei Perturbazione, esce nell’ottobre del 2009 sotto il marchio indipendente Tamburi Usati (già famoso per i più blasonati Marta sui tubi).

Nell’album in questione i Nostri trattano di pop d’autore, di quel pop che tanto si sente parlare e suonare nell’Italia tutta, ma qualcosa di differente si nota subito nell’aria: Il disordine delle cose riesce abilmente a esportare la propria musica verso confini ben più lussuosi e originali, sia grazie alla dote prettamente acustica che contraddistingue tutto l’album, sia grazie, diciamolo, all’apporto vocale e musicale di diversi artisti ormai ben più importanti nel nostro paese. Parlo di gente come Benvegnù, Marco Notari, Naif, Syria; ma anche Elena Diana e Tommaso Cerasuolo dei già citati Perturbazione, Enrico Allavenna dei Bluebeaters, Marcello Testa dei La Crus, Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi e infine Luigi Giotto Napolitano dei Fratelli di Soledad. Insomma nomi che danno una certa garanzia. Ma non togliamo meriti a nessuno, perché i ricami melodici della band piemontese, impreziositi qua e là dai dolci archi, delineano una certa eleganza che al panorama emergente italiano purtroppo manca. Poi, questo è da notare, tutto d’un tratto, tra un pezzo e l’altro avvengono dei sobbalzi, i ritmi diventano più incisivi, qualcosa si disordina, come avviene in Muscoli di carta o in Don Giovanni.

Con un approccio vagamente malinconico, come si denota anche dall’affascinante booklet, spuntano quattordici pezzi tra cui mi sento di ricordare maggiormente Il colore del vetro, il singolo estratto L’astronauta e Quella sensazione di comodità (insieme a Benvegnù). Particolari anche Don Giovanni e L’idiota, che si differenziano per i testi contemporanei, quando invece ci si ritrova sempre in parole più vaghe, dove comprendere il significato è un tantino più impegnativo. Musicalmente, invece, prende un accento diverso dal coro la finale Non sono io, sono gli altri, col suo sapore quasi popolare.

Insomma, un album per ricordare che il pop d’autore non stanca affatto, ma soprattutto che di buona musica bianco rossa e verde ne esce ancora.

Davide Ingrosso

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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