Gary Moore – Arena del mare, Genova 26-07-10

Al porto di Genova va in scena la musica. E che musica! Il molo dei Magazzini del Cotone, al tramonto, incornicia, tra le luci delle navi, i riflessi dell’acqua e l’immancabile lanterna, il palco dove presto si esibirà una delle leggende della chitarra, Gary Moore. Le definizioni per l’artista irlandese, ormai non più giovanissimo, si sprecano; la sua carriera di musicista comincia presto, da ragazzino, e non basterebbe questa pagina per farne solo una sintesi. Ma non è questo che Gary porta sul palcoscenico genovese, perché al pubblico, non oceanico ma caloroso ed entusiasta, offre la sua musica, la sua chitarra, la sua energia, che difficilmente le parole possono descrivere.

Ma ci proverò lo stesso, perché, come sempre mi accade, questo mio istinto di cercare di fermare quelle note, che altrimenti restano solo nella memoria e viaggiano, sfuggono nell’aria, mi frega ancora, e ancora di più quando la musica è come questa, penetrante e magica, quasi impossibile da tradurre in un altro linguaggio. E’ una sfida.

Il pubblico è vario, come vario è il panorama musicale di Gary Moore, che molti definiscono un chitarrista blues, ma al blues non si ferma, anzi, lo supera, lo esaspera e lo snatura nei suoni metal della chitarra, nel ritmo velocissimo, più che rock, di certi pezzi. Ieri sera c’era poco di blues, forse solo nelle ballate e nei brani storici dei bluesman. La band ha suonato pesante, senza tregua, un pezzo dopo l’altro, al ritmo incalzante della batteria e della chitarra di Gary, prima che questa si riservasse la scena negli assoli che hanno reso famoso il chitarrista di Belfast. Peccato solo per la scarsa qualità del suono, che non amplifica a sufficienza la voce, impedendo purtroppo al pubblico di apprezzare le qualità canore dell’artista.

La chitarra, nelle sue mani, cessa di essere un oggetto, si trasforma in magia. Le dita si muovono con velocità disarmante e grazia sulle corde, che vibrano ai suoi comandi con complicità compiaciuta. E’ una chimica degli elementi: quelle mani e la chitarra sembrano reagire con conseguenze imprevedibili, stupende. Gary gioca con la chitarra nei pezzi rock, la accarezza negli assoli strazianti, prolungati, acuti; la chitarra è una donna sensuale che si eccita a ogni suo tocco, che sprigiona energia e la condivide con il pubblico entusiasta. Il suono delle corde si alza nell’aria genovese, guardi il cielo, chiudi gli occhi, ed è un’estasi di musica. Le note sono un nastro di seta che ti avvolge, una corda di sacco che ti strazia, un soffio di vento caldo che ti penetra e ti rapisce. L’intero concerto è un’esperienza spaziale. Fino alla fine.

Quando, per l’ultimo pezzo, Gary alza l’amplificazione della chitarra a dismisura, davanti al palco le note acute ti vibrano nella testa, le senti nella gola, nello stomaco, fa quasi male. E’ bellissimo. Come un rito, capisci che sei arrivato al momento culmine, alla fase finale dell’iniziazione, e non vuoi perdertene nemmeno un po’. Alla fine del concerto, restano gli sguardi ammirati del pubblico che cerca negli occhi dell’altro lo stesso stupore, di fronte alla straordinaria capacità di Gary Moore. Più che capacità, magia. Come uno sciamano, con la chitarra invece dell’acchiappasogni, ci ha fatto viaggiare tutti, con il pensiero, in un vortice di energia che ti solleva nell’aria. E ora che siamo tornati a terra, non resta che il fischio continuo nelle orecchie, ancora per un po’. La vendetta dei timpani. Che prova, però, che non abbiamo soltanto sognato.

Tania Rusca per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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