Midryasi – Corridors

Dietro un’accattivante copertina che lascia ben presagire il contenuto del disco ad alto concentrato di LSD, si celano tre personaggi che non hanno bisogno di tante presentazioni. I Midryasi, si sa, arrivano dalle terre lombarde e vantano un curriculum di tutto rispetto, vuoi per la loro collaborazione con i blasonati Doomraiser, vuoi per la partecipazione a festival prestigiosi quali lo “Stoned Hand of Doom Festival”. Se da una parte la nostra penisola sforna ormai assiduamente anzi, direi, quotidianamente dischi inutili, concepiti tanto per darsi un tono da musicisti completi, costruiti sulle basi di brani scontati scritti giusto per riempire un minutaggio adeguato, dall’altra c’è un’Italia che lavora seriamente; un’Italia propositiva che non teme confronti con i più blasonati nomi dall’estero e che si espone in maniera intelligente quando i tempi sono maturi.

Corridors” è, senza dubbio, un album intelligente che raccoglie sei canzoni ben strutturate e confezionate in maniera più che appetibile grazie ad una produzione curata e un mastering sviluppato addirittura in quel di Chicago. Sei capitoli piacevolmente ostici, fugace magari a un primo ascolto ma, sicuramente, capaci di ammanettare senza pericolo di distrazioni.

Infatti, i Midryasi, si muovono bene attraverso allucinazioni soniche marcatamente psichedeliche, passaggi sfacciatamente doom, appigli hard seventies granitici e sfumature velate di noise tipicamente newyorkese.  I tre di Varese rendono la vita difficile ai maniaci del paragone, ai fanatici della ricerca d’influenze precise ad ogni costo. La spiazzante Steal my breath racchiude e ostenta la duttilità compositiva del trio che, in questo catalizzatore, sfonda le barriere del doom attraverso il miraggio Melvins di “Stoner Witch” filtrato da un’ottica distorta e aggressiva, degna dei vecchi sixteen o degli Unsane rivestiti a festa.  “Corridors” scorre pregno di emanazioni lisergiche che trovano il loro sfogo assoluto in Lize, il cui chorus sembra uscire da “Dopes to Infinity” dei Monster Magnet ma che, in realtà, credo trovi più riscontri nel lavoro degli Hackensack. Nell’intensa Another hell within, l’empirico e mastodontico epilogo dell’album, Convulsion e soci mescolano cellule kraut e di LSD allo stato puro a pure a cavalcate elettriche prepotenti più incisive delle divagazioni strumentali dei Rotor più concreti e rocciosi.

Evidenti ingredienti raffinati per un lavoro dai connotati ruvidi; sicuramente non facile e non immediato, ma forse proprio per questo motivo interessante, stimolante e prevalentemente indirizzato a un pubblico esigente.

Procurarsi quest’opera è quasi un dovere.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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