Ghost – Opus Eponymous

Un’interessante, almeno sulla carta, proposta che giunge dalle fredde lande scandinave. Una band indiscutibilmente anomala rispetto all’attuale trend svedese che vede primeggiare nerboruti satanisti ricoperti di spuntoni aguzzi e mostruosi colori di guerra…

Opus Eponymous” è l’opera prima di questi oscuri individui che, come dicevo qualche riga fa, poco hanno a che vedere con i loro conterranei.  Nove brani, curiosi e a tratti degni di nota se non fosse per quella latente ricerca della melodia ad ogni costo che, a parer mio, nel corso dell’opera sembra quasi forzata. Una sorta di retaggio vagamente power pop, se così lo possiamo definire, che smorza gli entusiasmi del primo ascolto. La sensazione è la stessa che mi creò a suo tempo “Angel Rat” dei Voivod, e, non a caso, cito il combo canadese, in quanto Ritual e Stand by Him potrebbero rievocare vagamente quello sperimentalismo techno trash targato Snake e soci.

Deus Culpa accende l’interruttore evocando concretamente quell’atmosfera tipica da funzione rituale: un minuto e mezzo di solo organo da chiesa sviluppato su accordi lunghi, catatonici ed eterei che fungono da intro per l’intero concept. Strizzate d’occhio a un certo progressive, hard rock quel tanto che basta e fumi vagamente Blue Öyster Cult primeggiano in questo lavoro sostanzialmente articolato discretamente ma senza sobbalzi emotivi di rilievo almeno per quel che riguarda le prime quattro songs, dove i Ghost stentano a decollare.

Pur muovendosi e nuotando tra nebulose atmosfere intrise di mistica cattiveria imbrattata di retrò, i Ghost cercano comunque di rimanere distanti dal genoma del “trend” e con impegno si spingono alla ricerca dell’originalità e, dopo quella prima parte poco convincente, finalmente, ci si ritrova faccia a faccia con qualcosa di sostanzialmente più interessante. Death Knell e Prime Mover accarezzano visibilmente il dark più attuale, fortunatamente, senza cadere nella trappola del “bello ma scontato” architettando così gli episodi più interessanti dell’intero disco.

Infatti, man mano che il disco scorre, l’ammiccamento “easy” lascia spazio a una ricerca più intelligente e ricca, dove trova spazio addirittura quel vago retrogusto di Cathedral che non guasta per poi sfociare nel gran finale nell’evocativa e strumentale Genesis che sigilla e chiude il cd in maniera decisamente più che decorosa.

Meno articolati dei Big Elf ma più ruvidi dei teutonici Psychedelic Shag, i Ghost hanno parecchie cose da dire. Con tutta probabilità le vedremo concretizzare con la prossima fatica discografica, certo è che “Opus Eponymous”, pur non facendo urlare “al miracolo”, rimarrà comunque un disco particolare e interessante da non sottovalutare.

Cecco Agostinelli

 

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *