The Black – Gorgoni

Mario Di Donato partorisce l’ennesimo cupo, oscuro e mastodontico lavoro patrocinato dalla sempre attiva ben nota etichetta genovese Black Widow Records. Un parto cosmico e viscerale com’era presumibile aspettarsi da quest’artista poliedrico anche in quest’occasione concentrato a concepirne l’agglomerato sonico e la cornice grafica. Ancora una volta Mario Di Donato pittore che si confronta con Mario Di Donato musicista. Un confronto, o meglio, uno scontro titanico, epico il cui risultato è palpabile in questo lunghissimo full-leght.

L’artista pescarese, coadiuvato anche in quest’occasione da uno staff con i controfiocchi, gestisce le atmosfere evidentemente epiche di questo “Gorgoni” con indomabile carisma.  Di Donato accompagna l’ascoltatore, lo spinge ad addentrarsi in meandri oscuri e lì tende l’agguato; lo assale, lo sventra, si nutre della sua linfa vitale… lo divora in toto per poi rigurgitarlo al termine… all’ultimo solco. “Gorgoni” attanaglia per il suo spessore, la sua profondità e questo è un dato di fatto. The Black è considerato un personaggio di spicco nel panorama heavy-doom italiano e, questo, è un altro dato di fatto.  Farsi sostenere da Ennio Nicolini al basso è una scelta azzeccatissima e il suo granitico lavoro sulle quattro corde è indispensabile e quanto mai essenziale. “Gorgoni” si traduce in potenza. Circa ottanta minuti di attacco frontale solido; un monolite, una pressa meccanica che trita senza pietà tutto ciò che incontra sul suo percorso.

Quattordici capitoli ispirati alla mitologia che scivolano su trame soniche a tratti claustrofobiche come, del resto, è giusto che sia. Sprazzi di doom intenso e ripeto, claustrofobico, che si alternano a sfuriate dal vago sapore stoner, ritmiche pesantemente “cubiche” e una mattanza di riff spinosi, il tutto amalgamato dall’originale cantato in latino; questi sono gli ingredienti prevalenti in quest’ultima fatica del Di Donato.

Monstrum, che dissacra subito l’aura mistica della breve Proludium, mostra fin da subito il carattere deciso e irriverente di tutto il concept grazie all’incisiva costruzione caterpillar ben sostenuta da una roboante sezione ritmica. Perseus, Pegasus e In Lapidem Muto non sono da meno; macinano giri su giri e si spingono in territori tanto diversi fra loro quanto comunque coerenti…

Altamir, dove registriamo la presenza di Thomas Hand Chaste, spiazza per intensità; uno strumentale d’effetto e di grande pathos.

L’opera si chiude con l’atto estremo di Metamorphoses, un’altalenante suite strumentale suddivisa in quattro parti dove visioni angoscianti e allucinazioni cosmiche esaltano quel sapore decisamente epico che, fino a quel momento, per tutto il disco ha sempre cercato di emergere con prepotenza.

Dietro una produzione esemplare ma, come del resto auspicabile vista la prestigiosa firma discografica che ne ha curato la produzione, si cela un qualcosa di troppo tentacolare perché sia minimizzato in questo o in quel sottogenere.

Rinchiudere “Gorgoni” nelle catacombe del doom, risulterebbe per me assai proprio difficile perché limitativo. In “Gorgoni” c’è molto di più. C’è creatività concreta e questo mi basta.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *