Intervista a Il tempio delle clessidre

Genova non è solo Ansaldo, non è solo mare, ghetti portuali, carrugi… Genova, la Liguria tutta è da sempre quella fabbrica d’inestimabili talenti. “Genova, la Superba” anche in quest’occasione, si fa carico dell’ennesimo piccolo capolavoro. “Il tempio delle clessidre” è questo.  Un piccolo capolavoro costruito con sana passione e tanto rispetto per gli “anni che furono”.

Abbiamo cercato di capire insieme alla giovane Elisa Montalto, tastierista de Il tempio delle clessidre, i segreti di questo intenso masterpiece e, soprattutto grazie alle sue parole, ci siamo addentrati in un viaggio lungo quasi quarant’anni. Elisa e il suo Tempio sembrano quasi voler raccogliere l’eredità di un colosso quale il Museo Rosenbach per continuarne degnamente il discorso.

– Da una parte abbiamo una giovane e talentuosa organista, dall’altra un navigato vocalist d’eccezione. Quasi un’antitesi generazionale: impeto ed esperienza a confronto. In certi casi, anzi, nella maggior parte dei casi poteva finire col diventare una peculiarità controproducente. Dal Tempio, invece, emerge una verve compositiva sopra la media, il disco lo dimostra. Cosa ci dici a proposito?

– Beh, intanto ti ringrazio per i tuoi complimenti. Spesso le cose che funzionano accadono per caso o per fortuna, è stato così nel 2006 e per tutti gli avvenimenti conseguenti che ci hanno portato fin qui. C’è da dire che la musica è una delle poche entità che ha il potere di azzerare le differenze di età, lingua, posizioni sociali, per cui alla fine quando si suona insieme ci si sente simili: per me all’inizio suonare insieme a Lupo era incredibile, il Museo Rosenbach è uno dei miei gruppi “culto”, personaggi irraggiungibili e geniali che hanno scritto una parte di storia della musica… per Lupo suonare con persone giovani eppure così appassionate di musica anni ’70 è stato un po’ come rinascere, e con il suo entusiasmo pari se non superiore a quello di un giovane pieno di grinta e voglia di suonare è stato semplice affiatarsi e trovare linfa per la nostra musica!

– L’album è stato accolto più che favorevolmente dalla critica e i dati di vendita sono più che confortanti. Nonostante si possa imputare una parte dei risultati a una promozione adeguata e precisa abituati, siamo tutti consapevoli del valore stesso dell’opera frutto inequivocabile di un’evidente solidità e convinzione di chi l’ha concepito. A “giochi conclusi”; se tu possedessi un’ipotetica macchina del tempo, torneresti a correggere qualcosa? I musicisti di solito sono preda di un perfezionismo maniacale che spesso li spinge a non essere mai soddisfatti, è anche il tuo caso?

– Per quanto mi riguarda, da anni il mio obiettivo era di concepire un disco e un progetto musicale con un’identità precisa. Amalgamando le mie concezioni con le diverse personalità dei componenti del gruppo è nato quest’album, frutto di duro lavoro, dedizione assoluta e fatica. È impossibile essere obiettivi perchè conosco ciò che sta dietro ad ogni nota, a ogni decisione sonora, ma posso dire che io e Fabio in primis, che siamo i compositori dei brani, abbiamo rasentato la maniacalità spesso portando al limite la pazienza del bravo Verdiano Vera che ha eseguito missaggio e master; tutti noi volevamo che questo disco uscisse nel miglior modo possibile (entro i nostri limiti ovviamente): a giochi conclusi possiamo dire di essere soddisfatti perchè con i mezzi che abbiamo avuto, le condizioni in cui è stato eseguito il lavoro e il poco tempo libero a disposizione per ognuno il risultato supera le nostre aspettative. Ovviamente se potessi tornare indietro cambierei parecchie cose, correggerei alcuni errori e soprattutto rifarei alcune parti di organo hammond usando la nuova Nord Electro che purtroppo ho acquistato pochi mesi dopo le registrazioni!

– Sono d’accordo con la tua affermazione, se non ci fossero scadenze di tempo o limiti di denaro la maggior parte dei musicisti non riuscirebbe mai a chiudere definitivamente un lavoro perchè ci sarebbe sempre qualcosa da correggere o rivedere, cadendo nell’infinitesimale maniacale!

– Sì, anch’io sono così, ma in un disco mi piace anche sentire l’imprecisione, la piccola sbavatura che rende più calda l’esecuzione… per esempio nelle parti di pianoforte acustico ve ne sono diverse, dal “rumore” del pedale d’espressione tra le note a piccole imprecisioni dinamiche dovute all’emozione ecc, con l’orecchio “critico” avrei voluto correggerle ma mi sono resa conto che la musica è calore e certe piccole imprecisioni la rendono viva, vera. Lo stesso credo valga anche per gli altri strumenti e ovviamente per la voce.

– Quindi, se ho capito bene, ”l’istintività”, se così vogliamo definirla, è quella che potrebbe generare valore aggiunto. Un album vivo, vero, suonato nel vero senso della parola potrebbe avere quel qualcosa in più… quel calore tipico degli anni ‘70, dove la musica era eseguita e non programmata a computer. Oggi la digitalizzazione fa da padrona. In questo mare di gruppi figli del “midi” ci sono band come la vostra, Areknames, Emmablu per esempio che sembrano voler ostentare una tendenza all’analogico (ben venga). Moda, esigenza o cos’altro?

– Per quanto riguarda Il tempio delle clessidre, fin dall’inizio è stata nostra intenzione riuscire ad ottenere un suono caldo e tipicamente vintage che comunque avesse pulizia di suono e precisione nelle parti. Non è stato per niente semplice, non siamo musicisti professionisti e quindi abbiamo dovuto fare il tutto principalmente nel poco tempo libero, senza un allenamento tecnico costante e con i nostri mezzi: per me poi è stata la prima vera e propria esperienza “discografica” per cui ho dovuto abituarmi a essere registrata e domare spesso l’emozione. La scelta di inserire suoni acustici (concertina, violoncello, organo liturgico) è diretta proprio a rendere il suono più “vero” possibile, con lo scopo di ricreare quelle atmosfere che tanto amo nei dischi degli anni ’70, avremmo fatto prima a usare emulatori o plug-in (che al giorno d’oggi sono davvero realistici), ma la nostra filosofia è stata proprio quella di vivere il disco come un prodotto più artigianale possibile, e questo è rispecchiato anche dalla copertina disegnata a mano e dal concetto grafico del libretto. L’uso della tecnologia oggi è inevitabile e utile, con essa siamo riusciti a “pulire” le varie tracce, a intonare alcune note dell’organo liturgico e a correggere le sbavature d’esecuzione, la tecnologia usata in modo intelligente aiuta a rendere il disco qualitativamente migliore e piacevole all’ascolto. In questo ci ha aiutato molto Verdiano Vera dello Studio Maia che ha seguito mix e mastering in modo davvero eccellente.

È vero, si assiste a un ritorno all’analogico, soprattutto per quanto riguarda i suoni di tastiera. Sono sempre stata piuttosto “tradizionalista” e preferisco suoni acustici e vintage, quindi non posso che approvare questa “corrente stilistica” perchè, di fatto, una tastiera può anche avere migliaia di suoni, ma il vero suono di un synth analogico vale di più, l’espressione data da un pianoforte acustico non ha pari e il vibrato di un violoncello suonato da un essere umano sa far accapponare la pelle come nessun suono virtuale può fare.

– Che cosa ti, vi aspettate da quest’album? Spesso l’investimento “emotivo” in un progetto è in attivo rispetto l’effettivo risultato che poi si va a ottenere sul campo. Sinceramente non credo che questo sia il vostro caso. I riscontri ricalcano le vostre aspettative o possiamo parlare di sorpresa?

– Per quanto mi riguarda, questo è il mio sogno di sempre che si avvera per cui l’investimento emotivo è stato per me enorme. Dentro a quella musica ci sono molte emozioni, belle e brutte, esporle in questo modo al mondo non è cosa semplice perchè si ha la paura che non piacciano o peggio risultino indifferenti. Notare il riscontro per lo più positivo di un pubblico è una gioia che ripaga di tutti gli sforzi, una felicità davvero grande in quanto si sente di essere riusciti in qualche modo a comunicare e a trasmettere qualcosa. Sinceramente non mi aspettavo che il disco piacesse, mi preoccupavo solo di portare avanti le composizioni e riuscire a trovare il giusto modo di suonarle con il gruppo. Ho preferito non riporre troppe aspettative, ma grazie al lavoro di tutti e all’efficace promozione discografica stiamo riuscendo a far arrivare la nostra musica in diverse parti del mondo e ricevere messaggi, complimenti e interessamento da parte di persone da ogni dove è una cosa bellissima che nemmeno speravamo! Credo di poter dire da parte di tutti i componenti del gruppo che siamo davvero contenti di poter vivere questo piccolo grande sogno.

– Ormai la critica, gli addetti al settore in genere, soffrono di una patologia cronica che si manifesta attraverso la ricerca affannosa del paragone, della similitudine forzata.  Il tempio delle Clessidre, in questo senso, sembra quasi farsi carico di un’eredità pesantissima e, volendo, pericolosissima. Il legame tra Il tempio e il Museo Rosenbach sembrerebbe più che vivido. Ora… alla luce dei riscontri oggettivi e dall’interesse che il progetto suscita, sia a livello di stampa sia a livello live, credi che “Il tempio” sia una sorta di evoluzione di Museo Rosenbach?  “Il tempio delle clessidre”, disco d’innegabile spessore potrebbe diventare, secondo te, lo “Zarathustra” del terzo millennio?

Quando il progetto è nato tutto è stato fatto in modo “ingenuo”: la presenza di Stefano, il cantante originale del Museo Rosenbach, ci ha portato inevitabilmente a cimentarci nella riproposizione di “Zarathustra”, vero punto d’incontro tra lui e noi. La scelta del nome “Il tempio delle clessidre” è stata fatta per definire proprio questo, senza alcuno scopo “commerciale”, cercavamo un nome evocativo che avesse un significato per noi e per lui. A parte l’esecuzione di “Zarathustra” non ci sentiamo un’evoluzione del Museo Rosenbach, anche se ovviamente sarebbe un onore essere considerati tali: ci siamo preoccupati di seguire una nostra strada con scelte stilistiche dettate dall’istinto e dalle diverse influenze dei componenti del gruppo. Certo la voce di Lupo inevitabilmente riporta al sound del gruppo sanremese e i miei suoni possono ricordare quelli di “Zarathustra” così come di altri dischi del progressivo italiano (sono una fanatica delle sonorità vintage), le influenze si sentono e siamo consci che il nostro suono richiama fortemente a quello tipico del progressive italiano ’70: il capolavoro del Museo è uno dei miei dischi preferiti di sempre.

Non credo che il nostro lavoro possa essere all’altezza di un paragone con “Zarathustra” ma mi fa piacere se questa nostra musica possa dare anche solo la metà delle emozioni che io provo ascoltando i dischi del “periodo d’oro” del progressive italiano!

– Il progressive rimane l’elemento cardine del vostro lavoro. Tutto, stilisticamente, ruota intorno ad un qualcosa che richiama inevitabilmente gli anni d’oro del progressive made in Italy. Dai già citati Museo per arrivare al Banco del mutuo soccorso e, perché no, ai Balletto di bronzo. Vorrei a questo punto infilarci una sorta di simpatica provocazione. L’etichetta discografica che vi accompagna porta il nome di una storica formazione inglese e punto di riferimento assoluto di un certo sound. Quanto può aver influito nel vostro lavoro il concetto “Black Widow”? L’album è ricco di episodi suggestivi ed evocativi. La band di Leicester aveva tanto da insegnare in questi termini. Pensi che Il tempio delle clessidre ne abbia subito il fascino in qualche modo?

Domanda molto interessante, che crea spunti di discussione all’interno della band. Premetto dicendo che di noi cinque io sono la vera “malata” di progressive mentre gli altri sono meno fanatici del genere, pur ascoltandolo e apprezzandolo.

Anni fa ho scoperto “Sacrifice” dei Black Widow proprio acquistandolo nell’omonimo negozio in Via del Campo, quando la ricerca musicale era per me all’inizio, esaltante e nuova, e vivevo nella costante gioia della scoperta musicale: uno dei punti di ritrovo più importanti in tal senso era proprio quell’”antro oscuro” nel centro storico di Genova. Mi sono innamorata di questo disco perché esprime quelle atmosfere oscure che da sempre cerco nella musica (e tuttora prediligo): trovo nella loro musica qualcosa d’ineffabile, quasi “bestiale”, come se ci fosse un’ispirazione che va oltre all’umano… alcuni momenti sonori sono davvero incredibili e ho scoperto che i miei tentativi compositivi spesso hanno caratteristiche simili. Il brano del disco che preferisco è “Seduction”, adoro l’uso degli archi in modo che creino melodie apparentemente soavi ma maledettamente sinistre, quell’apparente melodia “infantile” che inganna con sprazzi di luce ma racchiude in sé un’anima nera, profondamente evocativa.

Gli altri componenti del gruppo non hanno avuto questo “colpo di fulmine” con il disco in questione ma hanno contribuito a creare quel sound oscuro che ho cercato di esprimere soprattutto in alcuni pezzi (Danza esoterica di Datura / Faldistorum).

– Hanno contribuito come? Il tempio sembra una formazione molto omogenea a livello di punti di riferimento. Secondo te quali “colpi di fulmine”, quali punti di riferimento, hanno influenzato gli altri elementi della band?

– Tutti noi proveniamo da background musicali differenti, pur con diversi punti in comune: Giulio e Fabio sono più sul versante metal/prog metal/rock e hanno entrambi una preparazione classica, Fabio è un grande arrangiatore, versatile e con innato talento. Paolo è spiccatamente rock (amante dei The Who e dell’hard rock in generale) e molto “power” (non a caso viene soprannominato il “mighty warrior”) benché esplori anche il mondo del funky/jazz, insomma è versatile e dall’intelligenza musicale sviluppatissima. Stefano “Lupo” è innegabilmente bluesy, ha l’hard rock e il blues nel sangue e da sempre ama quel genere musicale. Il mix di queste diverse influenze ha spontaneamente fatto nascere il nostro sound, guidato dalla volontà di un’identità di gruppo progressive rock, ma non chiuso a sperimentazioni e divagazioni soprattutto compositive. Per quanto riguarda il “sound oscuro” di cui sopra, hanno contribuito sopportando la mia insistenza nel curare quest’aspetto per me così importante e nelle scelte di suono in sede di mixaggio.

– Ne “Il tempio delle clessidre” un certo plusvalore viene dato dalle liriche. Testi che talvolta sembrano sconfinare in una sorta di sognante ermetismo e, spesso, spingono alle riflessioni. Insomma, sembra quasi che il filo conduttore, il linguaggio comune delle nove tracce (se togliamo la strumentale Verso l’alba) passi attraverso la poesia. Mi sbaglio forse?

– È strano come nel complesso il disco e i testi vengano recepiti come “uniti” da un filo logico, mentre in verità le composizioni sono nate in momenti diversi, da persone diverse e in modo del tutto slegato! Certo esiste un concetto “denominatore comune” che lega i testi, ovvero la riflessione sulla condizione umana e il concetto del tempo come centro di conflitti emozionali. Come simboleggia la copertina, “Il tempio delle clessidre” è qui visto come un’entità ingovernabile (così come lo spazio) e l’uomo vive nella costante impotenza di “misurare” la realtà, nonostante i tentativi di tenerla in pugno. Il tempio è scandibile ma non governabile, così come le emozioni che si vivono nei diversi periodi della nostra vita. Per quanto mi riguarda, scrivo testi introspettivi nei quali cerco di esprimere le mie emozioni e i miei stati d’animo, spesso pessimisti nei confronti della realtà attuale, immersi in condizioni d’inadeguatezza ma non privi di gioia, quella “gioia triste” che spesso risiede nelle anime sensibili e romantiche. Diverse persone ci hanno scritto dicendo che nei nostri testi trovano le loro sensazioni e modi di pensare, sentirsi compresi in questo e persino apprezzati è una gioia enorme che dimostra una volta di più che la musica è un’arte che avvicina le persone e può essere facilmente condivisa.

A parte Le due metà di una notte che è stata scritta a quattro mani (Fabio Gremo la prima metà, io la seconda) abbiamo scritto testi senza consultarci né collegarli in qualche modo, trovando che alla fine essi avevano comunque qualcosa in comune e ciò è stato un forte stimolo a trovare una nostra identità di gruppo precisa e sperimentare in modo istintivo.

– Cosa pensi, invece, di coloro che ancora oggi (e sottolineo “oggi”) si ostinano a utilizzare la musica per trasmettere idee, concetti, messaggi concreti? Mentre anche solo una quindicina di anni fa la politica, l’idealismo, le tematiche sociali erano prese d’assalto nel mondo del rock. L’attuale appiattimento sociale sembra aver mandato in pensione il concetto di “contenuto”.  Credi ci sia ancora spazio per il messaggio sociale o si rischia di essere bollati per anacronismo?

I tempi sono cambiati, credo che negli anni ’70 la coscienza sociale fosse molto forte nei giovani e si sente dalla grinta della musica che esprimeva tali tematiche, sebbene nel progressive siano spesso usate la metafora e la fantasia: mi vengono in mente gruppi come gli Area e il Banco. Al giorno d’oggi manca un po’ questo concetto, stiamo vivendo in una società che ci sta “anestetizzando” sotto quel punto di vista e non ci sono ideali così forti da spingere a osare e inserire tematiche “pericolose” nelle canzoni. Personalmente trovo comunque più giusto non usare la musica come veicolo di pensiero politico in generale. Sono più per la musica che aiuta ad allontanarsi dalla realtà, che offra un rifugio non senza spunti di riflessione, anzi che stimoli a rendersi conto di quanto la realtà intorno a noi sia squallida e superficiale: insomma una musica che sia un “antidoto mentale”, che ci faccia aprire gli occhi e capire come possiamo fare per non farci schiacciare da un mondo che non sentiamo nostro.

– Il nostro paese sembrerebbe rimasto al Paleolitico, musicalmente parlando. Il rock vegeta e suscita poco interesse tra i giovani… forse la colpa sta nell’appiattimento delle nuove proposte troppo influenzate dai trend e dai cliché sfornati all’estero e dai mass-media. Ci sono a parere tuo band nostrane capaci di cantare fuori dal coro? Esistono artisti che spingeresti come rappresentanza del rock tricolore all’estero?

– Sono d’accordo con te, nel nostro Paese i mass-media propongono musica per lo più “piatta” e conformata a clichè ormai collaudati e di facile presa: credo che questo sia solo un aspetto dell’”appiattimento culturale” al quale siamo sottoposti e che, pare, dobbiamo inevitabilmente subire. Purtroppo la maggior parte delle persone nemmeno si rende conto di che cosa sta oltre a questa superficie. Per fortuna esistono parecchie realtà musicali che cercano di esprimere la propria identità e di portare avanti concetti di livello superiore al medio/basso della cosiddetta “massa”: sono spesso misconosciuti ma degni di attenzione. Per esempio gruppi come Il bacio della medusa, La maschera di cera, i LoreWeaveR, gli Stàmina, hanno identità diverse ma interessanti, così come i Quintorigo e i Lomè per quanto riguarda gruppi che suonano generi diversi dal rock che ho avuto modo di conoscere. Ma è probabile che all’estero alcuni di questi gruppi siano più conosciuti che da noi!

– Cosa ti senti di dire a coloro che non si sono mai avvicinati al Tempio e cosa a chi invece vi conosce come realtà?

– Credo che possa essere interessante conoscere Il tempio delle clessidre se non altro perché dentro a questo disco ci sono tanta passione ed energia con le quali abbiamo tentato di esprimere la nostra gioia di fare musica, l’amore per un certo genere e nel quale abbiamo raccolto e mischiato tutto ciò che ci piace della musica per creare qualcosa di nostro, che parlasse in un linguaggio conosciuto e da noi sempre “vissuto” e ritenuto il più adatto al nostro tipo di espressione musicale. Abbiamo usato melodie semplici su arrangiamenti articolati che potessero essere apprezzate non solo dagli “iniziati” del progressive più difficile e contorto proprio per descrivere la nostra voglia di comunicare. Ascoltare Il tempio delle clessidre può portare a vivere atmosfere intense, raccontate con tappeti di suoni evocativi e sognanti, con ritmiche a tratti nervose e coinvolgenti, con soli di chitarra fluidi e dalle melodie emozionanti, con una voce che porta in sé un pezzo di storia della musica e che racconta pensieri e sogni ora con calore ora con entusiasmo.

A chi già ci conosce posso dire di venire a sentirci in concerto e condividere con noi la gioia di suonare, ogni volta cerchiamo di mettere tutta l’energia e il calore possibili nelle esecuzioni live, corredate da alcuni elementi “scenografici” per dare un tocco di mistero e tentare di aggiungere un po’ di magia alla musica.

Siamo contenti quando ci si confronta e si ricevono critiche, consigli, complimenti… troviamo che una delle ricchezze di essere riusciti a farci conoscere con questo disco sia proprio la possibilità di imparare da persone ed esperienze.

Inoltre, è un piacere rispondere a domande come queste, aperte al dialogo e interessanti che ci danno modo di poter raccontare meglio il nostro pensiero musicale e non solo, insomma di condividere questa passione per la musica e avere spazi dove ci possa essere un sincero e aperto scambio di opinioni!

Cecco Agostinelli per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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