Intervista a Paolo Benvegnù

Nulla da dire: anche se gli Scisma non ci sono più, quella che è stata una delle menti, ovvero Paolo Benvegnù, continua a scrivere canzoni che colpiscono al cuore. Così è stato con “Piccoli fragilissimi film” come con “Le labbra”. E “Hermann“, sua ultima fatica in studio, non fa eccezione, specialmente in un anno particolarmente florido per la musica italiana come il 2011. Abbiamo anche avuto modo di incontrarlo dopo un estenuante soundcheck prima del concerto al Palapartenope “Club” di Napoli.

Da come sono strutturati, si può dire che i tuoi lavori possono essere interpretati come una specie d’immersione nella vita di determinati individui, per non dire che sono dei concept album…

In realtà sono, come dire… è così difficile non raccontare le proprie intuizioni. Per ciò, più che album di concetto, sono raccolte d’intuizioni mi vien da pensare. Nel caso di “Hermann”, raccolta d’intuizioni collettive, per ciò ancora più bello umanamente: alcune cose le ho scritte io, altre cose le ha scritte Guglielmo, altre cose le ha scritte Andrea, altre cose le ha scritte Luca… ci siamo un po’ compattati, e questo umanamente è una cosa molto bella. Per me è stato un grande passo in avanti.

Venendo a questo “Hermann”, è un’opera che si snoda sul tema dell’uomo, della sua storia, la sua evoluzione (o involuzione?), intorno a cui si muove un mondo fatto d’immagini, d’intuizioni letterarie, di fantasia concreta come nessuna realtà. Il titolo è preso da un’opera di Fulgenzio Innocenzi. È un caso che il nome Hermann, scisso in due, produca “Her”, ovvero “Lei”, e “Man”, ovvero “Uomo”? Parole che conducono al pezzo Andromeda Maria: da una parte lei, “vita e miele”, dall’altra lui, “padre, guerrigliero, avaro e assassino”.

Assolutamente giusto. Nel concetto di “Hermann” ci sono tante chiavi di lettura già dal nome, questa è una delle chiavi di lettura, c’è proprio una personale femminile, “Her”, e una maschile, “Man”.

Anche nella copertina, da quel che ho visto.

La “uoma”, il “donno”… in realtà gli esseri umani che non posso prescindere dal senso della creazione femminile e per ciò è terribile vedere come invece questo sia come dice James Brown “It’s a Man’s World”, nel senso che è terribile aver perso quella trascendenza matrilineare che c’era tanti anni fa e ancora sopravviveva, nel ‘900 specialmente, in alcune zone di montagna, dove le donne comandavano la vita quotidiana, non tanto magari l’economia familiare. Secondo me, perdere questa trascendenza e perdere questi tempi, perché il tempo della nonna è ovviamente più armonico rispetto al nostro, perché noi siamo guidati purtroppo da questa piccola asta, nel mio caso che produce anche danni (ridiamo, ndr)… questo tempo lo stiamo perdendo e la civiltà diventa sempre più maschile sotto il profilo della vendita di prodotti, nel senso della seduzione. La società diventa sempre meno femminile e sempre meno a tempo con il nostro pulsare. Questo è ciò che pensiamo noi, poi ci sono altre chiavi di lettura. Ad esempio Hermann è un nome tedesco ma contemporaneamente è un nome che ha radici ebraiche, come se il perseguitato e il persecutore fossero all’interno dello stesso soggetto. Il manoscritto di Fulgenzio Innocenzi è un escamotage, un po’ come lo usavano i grandi romanzieri dell’ottocento, anche del settecento, come Balzac, Hugo, lo stesso Manzoni, per prendersi meno responsabilità. Diciamo un sacco di cose ma in realtà le ha dette Fulgenzio Innocenzi, questo è quanto visto che questo è un disco di letteratura.

Il tuo è un disco tormentato anche dal punto di vista della band, visto l’allontanamento del chitarrista Igor Cardeti. Tale notizia è stata, per certi versi, influente, per quanto riguarda il risultato complessivo?

Più che un allontanamento, una divisione. Lui doveva fare anche delle altre cose e noi avevamo bisogno di una persona che ci desse più tempo a disposizione ed anche un’energia diversa. Sì, questo è stato un disco tormentato ma tutti i dischi sono tormentati, tutti i libri sono tormentati, tutti i dipinti sono tormentati…

L’arte nasce dal dolore…

Nasce sicuramente dalla fuga dal dolore. Noi uomini da sempre fuggiamo da un dolore che neanche conosciamo. Quell’abisso di Herman Melville dove si rifugia Achab e tutto l’equipaggio nell’ultima pagina di “Moby Dick”…

Focalizziamoci su alcune delle canzoni che fanno da rosa al tutto. Avanzate, ascoltate. Parte vitale di quello che è il cammino di Hermann, ma anche una dedica alla recente scomparsa della madre, più precisamente durante la gestazione dell’album. Com’è stato scrivere un brano di questo tipo?

Non lo so, come tutti gli altri pezzi scritti da me in questo disco, ma anche quelle cose che ho scritto prima, ci si mette lì e si aspetta. Una volta aspettavo con rabbia, adesso aspetto con impegno. Fare questa cosa come vogliamo farla noi richiede un’attenzione spasmodica, giorno per giorno… l’attesa non è soltanto dalle quattro alle sette del pomeriggio ad esempio. Perciò, non posso nemmeno dire “attività” perché in realtà è una passività dal punto di vista economico, è una cosa che consuma molto. Io sono un po’ consunto, gli altri un po’ meno, faccio fatica a concentrarmi spesso e volentieri adesso perché ho usato quest’’attenzione talmente tanto negli ultimi quindici anni. Questo porta un po’ a consunzione, però anche gioia. Quel pezzo è chiamare la proprio parte migliore che poi il più delle volte sta proprio nel legame di sangue che è una cosa così difficile da sentire quando è presente, così facile da sentire quando non c’è più.

Johnnie e Jane, frammenti non lineari di una storia d’amore. Dalle cinque strofe emergono diversi momenti emotivi: la fuga di lei; la consapevolezza, dolorosa, che nuotare nei ricordi non basta ad alleggerire il peso della morte; l’immensa felicità della coppia; i problemi economici; la fantasia. L’attesa, dopo l’amore, è l’altro tema di questa canzone. “Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?”, dice la trapezista Marion nel film “Il cielo sopra Berlino”. L’attesa è davvero una cura?

La crisi è una cura. In questo caso l’idea era di parlare di una storia d’amore che si risolve, come direbbe Calvino, attraverso il volo, la leggerezza. Tante storie d’amore purtroppo sono tormentate dalla nascita e permangono durante tutta la vita per impossibilità di uscire da una visione tormentata dell’amore che invece dovrebbe dare veramente gioia e completezza. L’idea di risolvere attraverso un “volare via” non è una maniera di abbandonare i problemi dove stanno, ma semplicemente di porre la vita esattamente dov’è. Se uno si carica la responsabilità di avere un rapporto tormentato deve anche avere la leggerezza di saperlo affrontare. Io in passato non sono mai riuscito ad avere questo tipo di leggerezza, perciò è un auspicio. Nel mio caso ora sono “sentimentalmente preparato”, ho passato tanto tempo a cercarmi, dopo tanti tentativi di comprensione falliti, ora penso di essermi compreso, ma la vita ci sorprende…

A proposito della sopracitata Andromeda Maria… che sia, a giudicare dal titolo, una visione della donna come qualcosa che ha la stessa luminosità, la stessa intensità di quella delle stelle in cielo?

Sì, è ciò che per l’umano dovrebbe essere una stella. Noi possiamo, ad esempio, tu sei un giornalista, sei uno scrittore… le cose più belle che possiamo fare noi uomini nella nostra vita come posso avere a che fare con la creazione vera? La creazione vera è un’altra cosa, quella è arte, noi uomini facciamo dell’artigianato, magari anche ottimo, però le donne creano.

Dobbiamo esseri grati alla donna…

Sì, forse se riuscissimo a rendercene conto aldilà del fatto che è ovvio che negli uomini scorre il sangue pulsante e tutto ha anche una dimensione belluina, guerriera, possessiva, cieca. La cosa saliente è che loro creano e dovremmo essere grati sempre.

Invece L’invasore, ultima traccia del lavoro, presenta alla voce Andrea Franchi, batterista della band. Considerata la natura di concept album che può avere ogni tuo disco, si può considerare tale canzone come una specie di testimonianza del protagonista del disco, lo stesso Hermann…

Oltre ad essere un disco di letteratura siamo così presuntuosi da pensarlo come un film, “la colonna sonora di un film mai girato”. L’idea era quella che le riprese si chiudessero con Il mare è bellissimo, ritrovare attraverso la cecità un’alba bellissima, sobria, piena di sviluppo.

Che poi Il mare è bellissimo è collegata a L’invasore dal sottofondo dei bambini in spiaggia…

Esattamente. L’idea è che il film finisce lì, la macchina da presa si muove, un attore parla agli altri attori e dice: “Ma guarda che cosa strana…” e la macchina da presa li segue. È come un cinema nel cinema. Ovviamente nel testo di Andrea, che secondo me è bellissimo, c’è un fattore guidante per quanto riguarda Hermann… chi è l’invaso, chi è l’invasore se non noi stessi? Lui ha scritto questo pezzo per un’altra cosa ed io gli ho detto: “Secondo me è perfetto”. Ci siamo subito trovati d’accordo.

Facciamo invece un attimo un tuffo nel passato. L’esperienza con gli Scisma è finita da anni, ma tu ancora proponi qualche brano scritto con loro nei tuoi live. Che sensazione ti dà risuonare canzoni come Simmetrie?

– È una sensazione strana, perché quel pezzo lì l’ho scritto agognando ciò che a quel tempo riuscivo soltanto a immaginare attraverso un’idea astratta di poetica di vita. Perciò, quando lo faccio, ritorno a quel tipo d’idea però con una consapevolezza molto superiore. Rosemary Plexiglas, ad esempio, per me è un pezzo molto importante, anche se viene da una situazione molto greve. A questo greve, come un naufrago, mi attacco come se fosse una ciambella di salvataggio.

Che rapporto hai con il passato?

Nessun rimpianto sinceramente. L’unica cosa che penso non aver mai fatto veramente bene è stata studiare di più. Parlo proprio di tempo perduto in contemplazioni sbagliate. Per il resto non rimpiango nulla, mi assumo tutte le responsabilità di tutte le cazzate che ho fatto perché ne ho fatte tantissime, se avessi studiato di più le avrei fatte ugualmente ma con molta più consapevolezza e sarei molto più tranquillo.

C’è un brano cui sei maggiormente legato tra tutti quelli da te composti? Se sì, ti è mai servito di spunto per la nascita di qualcun altro?

Io sono molto legato a “Le labbra”, è un disco molto importante per me, è stato quello che mi ha fatto comprendere come avrei potuto vivere senza il tormento. Scrivendo quello sono andato, finalmente, verso un periodo senza tormento scegliendo il desiderio che è una cosa così difficile. Capire il desiderio è già difficile, sceglierlo fortemente ogni giorno è ancora più difficile. Quel disco mi ha permesso di arrivare a questo, perciò in quella scrittura che è stata anticipatrice di verità mi ci ritrovo ancora nonostante tutto. Pensandoci, quando suoniamo alcuni pezzi di quel disco, sono molto contento, mi piacciono molto, però probabilmente il pezzo più alto che abbia mai scritto è Avanzate, ascoltate, però da lì non penso che verrà fuori nient’altro. Io devo continuare a spiazzarmi, ovviamente.

Ormai sei uno degli esponenti di una corrente post-cantautoriale che comprende, tra gli altri, nomi come Marco Parente, Cesare Basile, ma anche Gianmaria Testa. Come vedi l’evoluzione della musica in generale in Italia?

In Italia si fa musica bellissima. Hai citato Marco Parente che è meraviglioso, ha fatto un disco bellissimo, Cesare Basile che per me è straordinario, Gianmaria Testa è favoloso… penso alle canzoni dei Mariposa, penso ad Alessandro Fiori come uno dei più grandi scrittori della musica italiana.

Il nuovo De Andrè?

Molto meglio. Mi assumo le responsabilità di quello che dico, non è un problema. In visione, in immaginario, in scavalcamento dell’io ad esempio, nella scrittura eh! Detto questo, in Italia si fa musica fantastica, abbiamo paura di portarla verso l’esterno, perciò probabilmente rimarrà sempre una realtà molto stretta, circoncisa (ride, ndr), circonflessa, circo… insomma, che rimane in una piccola realtà. Penso che mai come in questo momento ci sia una grande diversità tra la musica d’intrattenimento e la musica che è altro. Quest’ultima mi piace di più della musica d’intrattenimento, è inutile che lo dica (sorride, ndr). Noi Paolo Benvegnù dobbiamo ancora arrivare veramente a fare qualcosa di buono, magari tra cinque – sei anni, se avremmo fatto un paio di dischi belli, riparti con quella domanda “Ormai sei uno…”.

Foto di Eduardo Bassolino

Gustavo Tagliaferri e Marco Gargiulo


Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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