Intervista a Marco Parente

Dall’acqua alla neve, dalla neve ai fiori. Questo è il percorso che vede ancora una volta Marco Parente, uno degli esponenti dell’era post-cantautoriale degli ultimi decenni, farsi strada tra la fauna per trovare la flora, il tutto attraverso dei brani che possono essere la descrizione di tanti personaggi appartenenti a questa dimensione. Sentiamo cosa ha da dirci su ciò Parente in persona.

Musicalmente parlando, si può dire che tu sia uno di “vecchia data”. Negli anni ’90 ti sei fatto conoscere come batterista per il Consorzio Suonatori Indipendenti e per Andrea Chimenti, prima di iniziare la tua carriera solista, guarda caso proprio con il C.P.I. (“Eppur non basta” del 1997). Come ti senti ripensando al tempo che è passato da quei momenti fino ad oggi?

Ero un marziano all’ora e son un marziano oggi, con l’unica differenza che adesso lo so! E questo rende tutto un pò più leggero.

2011: nuovo disco, nuova etichetta. Dopo il sodalizio con la Mescal, durato fino alla pubblicazione del secondo capitolo di “Neve Ridens”, adesso si passa alla Woland.

Sì! Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto. Ci son voluti 5 lunghi anni prima di trovare un nuovo referente “discografico” e finalmente è arrivato nella persona di Pierluigi Fontana che guarda caso niente a che vedere con questo mondicino. La struttura Woland nasce appositamente per sostenere tutto il mio lavoro e “La riproduzione dei fiori” ne è la prima “buona” prova. E spero sia di buon auspicio.

Ed anche nuove vie di distribuzione, visto che quest’album è nato attraverso “la Pubblicazione vivente”, con cui, tramite una serie di spettacoli partiti dalla fine del 2009, hai presentato man mano i brani dell’album.

Il testo programmatico de “la Pubblicazione vivente” accompagnava l’anteprima dello spettacolo “Il diavolaccio”: In sintesi affermavo e lo affermo tuttora con convinzione, che ogni qual volta mi esibisco in pubblico, ecco! In quel momento io sto pubblicando e riproducendomi nella memoria di chi mi sta davanti. Questa è l’unica cosa di cui son sicuro, il resto(compreso tutti i ritrovati tecnologici)ha da tempo imboccato la strada del fallimento.

Osservando la maschera che contorna il look utilizzato in procinto dell’uscita di questo nuovo “La riproduzione dei fiori”, si può dire che c’è una certa tendenza a “umanizzare” la flora, a dotarla di vita propria?

Al contrario, sono io che cerco di “naturalizzarmi”. Il fiore incarna da sempre un ideale di bellezza come oggetto della natura che “sente” la sua fabbricazione. Ed è proprio un quel “sentire” che nascono e abitano queste canzoni.

A proposito di vite proprie, e quindi a proposito anche del disco, una figura che assume un grande significato all’interno dell’opera è quella del diavolo, presente in più vesti, da quella “umana” (Il diavolo al mercato) a quella molto più vicina alla sua indole (Il diavolaccio, Bad Man), non è un caso il fatto che sia presente un citazionismo a Sympathy for the Devil dei Rolling Stones.

Beh certo non è un caso. E ce n’è una terza di veste, più risolutiva,che potremmo definire il riscatto del diavolo tramite la metamorfosi dell’atto creativo, o poetico se preferisci. E quale miglior esempio/citazione se non quello del brano forse più rituale e propiziatorio della storia del rock’n’roll per rappresentare questo atto/riscatto?!

In Sempre appare, come arrangiatore di archi, nientemeno che Robert Kirby, già famoso per le sue collaborazioni con personaggi come Nick Drake ed Elvis Costello. Che cosa ti suscita il fatto di aver portato a termine questa collaborazione?

Soddisfazione, onore, emozione, orgoglio, melanconia, ricordi reali e altri sognati, convinzione, naturalezza, sorriso beffardo, commozione… eterno grazie a Kirby e Drake insieme!

E giusto perché si parla di Nick Drake, si può dire, come riportato anche nella recensione, che qui è presente un moderno River Man, meglio identificabile come Sea Man, come s’intuisce da La grande vacanza.

River man per me è la canzone più bella del mondo, quindi mi è impossibile accettare il paragone. Comunque grazie!

Shakera Bei è un brano un po’ atipico per la tua produzione, anche considerando il suo refrain: “Shakera, shakera, shakera, bei pensieri stasera“. Com’è nato?

È nato come un “action painting” alla Pollock, però invece che su tela, in musica. Doveva rappresentare, tramite i suoni, la fuoriuscita copiosa di idee di un poeta.

Ormai sei uno dei nomi di punta della corrente cantautoriale moderna dei giorni nostri. Come vedi la situazione della musica in Italia, non solo cantautoriale?

Insieme al fatto di aver capito di essere un marziano, ho anche capito di sentirmi davvero estraneo al piccolo mondo della nostrana musica italiota ed ai suoi culti. La condivisione è un’arma a doppio taglio, dove però tutti vogliono stare dalla parte del manico, tranne me! Io mi trovo bene sul confine.

Gustavo Tagliaferri

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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