Intervista a Michele Bitossi (Numero6, Mezzala)

Mezzala, non solo un termine calcistico. Dietro il monicker si nasconde una vecchia conoscenza della musica italiana. Quel Michele Bitossi capitano dei genovesi Numero6 (e già leader dei disciolti Laghisecchi) che, armato di “una discreta dose di coraggio”, decide di accantonare – momentaneamente – il gioco di squadra per lanciarsi in un’azione solitaria: se farà goal, a lui tutte le lodi del caso; ma se sbaglierà, se farà ripartire la formazione avversaria in contropiede… beh, è chiaro che stavolta non ci sarà nessuno con cui condividere il vaffa del mister (e forse la panchina). Michele ne è consapevole, ma questa volta non si tira indietro. “Il problema di girarsi” è la sua prima, personalissima marcatura – idealmente dedicata a Bruno Pizzul, simbolo di un calcio antico e “senza alcun dubbio più genuino di quello attuale”. Una marcatura che vale le luci dei (nostri) riflettori perché frutto di un allenamento faticoso e costante – “per me scrivere e suonare è un lavoro, spesso duro e impegnativo. Contrariamente a quanto pensa la maggior parte della gente comune per arrivare ad avere un disco finito in mano si sputa sangue”. La redazione di Mag-Music ha deciso di premiare Mezzala con il titolo di uomo-partita? No, con una serie di domande… ecco a voi le risposte.

– “Mi manca troppo il campionato per poter rendere queste domeniche sensate per non soccombere” (Nella vasca coi piranha). Quando leggerai queste domande, il campionato sarà iniziato da un po’. Contento? Il cosiddetto “sciopero” ti ha fatto incazzare? Qual è stata la tua opinione al riguardo?

Ritengo che ogni lavoratore debba poter rivendicare i suoi diritti, a prescindere da quanto guadagna e dal tipo di impiego che ha. Detto questo credo che i calciatori di serie a, con lo sciopero-non sciopero in cui si son prodotti, abbiano perso l’ennesima occasione per dare un segnale di maturità, di buon gusto e di senso delle cose. Detto questo ciò che mi ha dato più fastidio e’ che tutte le tifoserie organizzate italiane non si siano coalizzate indicendo uno sciopero del tifo di almeno tre domeniche. Quello si che avrebbe fatto clamore anche perché avrebbe messo in seria difficoltà un sistema calcio che vive per la gran parte su introiti pubblicitari. Senza pubblico la pubblicità non ha senso e in questo modo si sarebbe potuto rafforzare il concetto che i tifosi vanno rispettati altrimenti lasciano giocatori e società da soli, ed e’ la fine di tutto.

– Nelle liriche dei Numero6 non mancano, qua e là, alcune metafore calcistiche. Senza contare che la stessa ragione sociale del gruppo si riferisce anche a un ruolo calcistico, il libero. In questo tuo progetto solistico, i riferimenti al mondo pallonaro si moltiplicano. Ti dispiace spiegare ai nostri lettori che cos’è il calcio per Michele Bitossi? Una semplice passione? O addirittura una metafora della vita?

– Ho visto la mia prima partita in gradinata nord allo stadio Ferraris di Genova a quattro anni nel 1979. Da allora la mia insana passione calcistica di tifoso genoano sfegatato non ha fatto che aggravarsi. Nonostante per varie ragioni detesti il calcio moderno il Genoa rappresenta molto per me. È una fede tramandatami da mio padre che purtroppo da due anni non c’e più e si alimenta a prescindere dai risultati sportivi più o meno soddisfacenti. Detto questo, per quanto sia abbonato in gradinata non sono assolutamente un fissato. Per fortuna nella vita ho tante altre cose a cui pensare a parte il calcio che, comunque, in effetti si, considero per certi versi anche in senso metaforico. Nel disco infatti, oltre all’eloquente titolo “Il problema di girarsi”, ho usato alcune espressioni calcistiche che non vanno lette soltanto in senso letterale ma che, almeno per me, racchiudono anche altri significati.

– Veniamo al titolo. “Il problema di girarsi”. Un problema più d’attaccante spalle alla porta che da mezzala… lo hai scelto tu? Questo tuo progetto solistico ha significato anche la responsabilità di decidere, in solitudine, i titoli delle canzoni? Mi ricordo di un’intervista in cui parlavi proprio di questa tua difficoltà…

Sì, il titolo l’ho scelto io e, contrariamente a quello che mi è sempre capitato coi dischi dei Numero6, mi è uscito senza esitazioni intorno alla metà delle session di registrazione. Si tratta di una delle espressioni tipiche di Bruno Pizzul, un mito, emblema di un calcio antico e senza alcun dubbio più genuino di quello attuale. Poi comunque io sono una mezzala atipica, che spesso si trova a fare i conti coi difensori avversari… in effetti la scelta dei titoli da dare alle canzoni non è mai stata un mio forte e non lo è neanche adesso. Per i pezzi sei Numero6 ormai ho il mio titolista ufficiale, Tristan Martinelli (che fra l’altro mi accompagnerà come polistrumentista nel live a due che porteremo in giro con Mezzala). Per questo album li ho scelti quando ormai non avevo più tempo e scuse, ossia nel momento in cui dovevamo tassativamente chiudere le grafiche. Ti confido che non mi sembrano poi così male, ma nulla a che vedere con “working tiles” del calibro di “nananananan”.

– Com’è la situazione a Genova? Voglio dire, i tuoi colleghi musicisti sono in maggioranza genoani o sampdoriani?

– Beh sai, non è difficile risponderti. Qui è semplicemente una questione di pura statistica: a Genova ci sono molti più genoani che sampdoriani, di conseguenza più musicisti genoani rispetto ai sampdoriani. Detto questo ho parecchi amici (musicisti e non) di fede blucerchiata. Con loro (alcuni di essi patiti quanto me, anche se dell’altra sponda) ci sfottiamo bonariamente; questa cosa mi piace e mi diverte. Pur essendo anti-doriano fino al midollo mi piace tantissimo che a Genova ci siano due squadre di alto livello (quest’anno una di un livello leggermente più basso per la verità). La rivalità è fortissima e si vive ogni giorno, al bar, per le strade.

– Ti faccio una domanda che di solito i giornalisti musicali pongono a voi musicisti quando siete coinvolti in più progetti. Nei Numero6 i testi li scrivi tu, così come la musica. Come hai capito che le canzoni composte andassero meglio su un disco solista, e non invece su “I love you fortissimo” (oppure sul prossimo album dei Numero6, che spero esca presto)?

Francamente questo non è un problema che mi sono posto, almeno non in maniera scientifica e razionale. Semplicemente avevo delle canzoni su cui lavorare e la voglia di inaugurare un nuovo progetto in cui prendermi da solo tutte le responsabilità del caso. Essere in una band a trent’anni passati è fantastico per certi versi, stressante per altri. Io desideravo provare anche qualcosa di diverso, forse perchè sono un fottuto egotico, forse perchè avevo bisogno di fare tutto di testa mia senza dovermi confrontare con altri (cosa che poi fortunatamente invece ho fatto, perchè in sede di produzione è importantissimo l’apporto di Mattia Cominotto) e anche per una questione di coraggio. Questo comunque è soltanto il primo di album come Mezzala, di sicuro non l’ultimo. Detto questo forse si tratta di un mio personalissimo e incomprensibile trip ma sento differenze sostanziali tra i pezzi di Mezzala e quelli dei Numero6.

– Sei il titolare di un’etichetta discografica, la The Prisoner Records. Eppure “Il problema di girarsi” esce per la Urtovox Records. Come mai questa scelta, accordi pregressi?

– The Prisoner è l’ennesima delle mie incoscienze. Fondarla è stato tuttavia piuttosto naturale sia perchè come Numero6 di fatto stavamo autogestendoci sotto tutti gli aspetti delegando solo all’esterno il lavoro di ufficio stampa sia perchè mi piace scovare band e artisti che meritano supporto e provare a darglielo. Non ho certo l’ambizione di arricchirmi con l’etichetta ma lavorare al meglio per valorizzare gente che mi piace e musica che reputo valida. Quanto a Mezzala, in effetti con Urtovox c’era un accordo pregresso ma mi auguro che la mia collaborazione con Paolo Naselli continui nel tempo perchè la sua è una delle label indipendenti più prestigiose in Italia e sono fiero di farne parte. In più i dischi The Prisoner escono in collaborazione con Urtovox per cui si faranno delle belle e fruttuose co-produzioni!

– Su Facebook, se la memoria non m’inganna, ho letto che avete iniziato a registrare alcune parti del nuovo album dei Numero6. Come riuscirai a conciliare avventura solista e gruppo?

Altro che alcune parti, il nuovo disco dei Numero6 è già praticamente tutto registrato. Mancano solo le voci (ho finito di scrivere i testi da qualche giorno), qualche fiato, qualche arco e il mixaggio che faremo a novembre. Il disco uscirà poi a febbraio 2012. Non credo ci saranno particolari difficoltà nel portare avanti i due progetti anche parallelamente. Anzi la cosa mi stimola molto e comunque mi piace essere oberato dagli impegni perchè detesto star fermo senza far niente.

Aggiungo poi una cosa curiosa quanto vera: da quando ho inaugurato la mia avventura solista i Numero6 sono più vivi, creativi e uniti che mai. Forse c’era bisogno che sfogassi i miei eccessi altrove…

– “Notti candide levatacce indegne pannolini almeno fradici ecco la mia vita” (Cose che ho visto). Ma come?!? E la vita da rocker? E il “sesso, droga e rock’n roll”?

– (Ride, ndr) Ma guarda che io faccio parecchio sesso, mi drogo tantissimo e suono del gran rock’n roll! Tuttavia adoro dedicare più tempo possibile a mio figlio Pietro di quattro anni (gran batterista) con cui fra l’altro ho un progetto rockabilly chiamato “I farabutti”. I pannolini fradici torneranno fra qualche mese a tormentarmi perchè io e Ilaria, la mia ragazza, aspettiamo una nuova creatura.

In Vinavil canti: “Il solo modo per dimostrare che alle poltrone voi non siete attaccati è abbandonarle e farlo anche subito”. In Cose che ho visto invece affermi che “Il pianeta terra non è il mio parterre”. Hai iniziato a scaldare la penna per qualche futura canzone più “politica”?

– Non saprei, anche se non credo che sarò mai un autore smaccatamente politico. E’ ovvio che spesso, quando scrivo i testi delle mie canzoni, mi confronto con ciò che mi circonda bello o brutto che sia. Quando mi escono dei riferimenti se vuoi un po’ “prosaici” non li rigetto ma cerco di assecondare l’ispirazione con una certa curiosità. In generale comunque preferisco lasciare ad altri i proclami o le invettive sociopolitiche smaccate. Personalmente sento di non avere niente da insegnare a nessuno e cerco di evitare di salire su piedistalli. Mi piace scrivere cercando di alimentare e affinare un mio stile peculiare che si nutre di intimismo più che di slogan. Con la frase che hai citato intendo soltanto descrivere una certa stralunatezza (si dice così?) che spesso volente o nolente mi contraddistingue.

– Dario Brunori affermava in un’intervista che “per risultare autentici sia necessario comunicare ciò che davvero si conosce e che si è vissuto”, anche se non necessariamente sulla propria pelle”. È la stessa filosofia che guida la scrittura dei tuoi testi?

– Assolutamente no. Anzi. Anche perchè se uno prendesse alla lettera i miei testi penserebbe di me cose veramente distanti da ciò che sono in realtà. Capisco cosa intende Dario, che conosco e stimo molto, e il suo pensiero può essere condivisibile. Credo però che si possa riuscire a essere del tutto sinceri e autentici anche se si inventano storie, se ci si immedesima in personaggi irreali. Dipende da come lo si fa. Quanto a me mi trovo a scrivere storie come in Un progetto come un altro e canzoni personalissime come Heypa. Dipende dal momento.

– Le citazioni musicali, nei testi delle tue canzoni, sono diverse. Da Federico Fiumani a Robert Smith, passando per Jam e Lou Reed. In Heypa tiri in ballo i Mazzy Star. Che cosa stai ascoltando in questo periodo? Hai qualche nome nuovo da consigliare ai lettori di Mag-Music?

– Sì, in effetti capita che inserisca nelle mie canzoni alcuni dei miei punti di riferimento musicali. Trovo suggestivo farlo. A dire la verità in questo momento non sto ascoltando molti dischi perchè sono molto preso dalla mia musica, tra prove per il live e composizione di cose nuove. A differenza di quello che ho sempre fatto colgo cose qua e là in rete e ascolto un po’ di radio inglesi. Mi sono però comprato un ottimo giradischi e ho ricominciato ad ascoltare vinili. Cose piuttosto datate soprattutto, Nick Cave e Gram Parsons due nomi. Un nome nuovo lo faccio per i lettori di Mag-Music, si tratta dei Kramers, una band straordinaria di Genova che sto producendo e che farà parlare molto di sé nei mesi a venire, ne sono certo.

– “Con il solo talento stai in panchina” (Rocker carbonaro).Immagino che, anche con te come allenatore, Mario Balotelli non sarebbe titolare… scherzi a parte, proprio in Rocker carbonaro affermi che “suonare e scrivere è un lavoro duro è il mio lavoro”. Ma suonare e scrivere è solo un lavoro? Non ti senti un artista? In fin dei conti, le canzoni sono un’opera d’arte e le tue, come i quadri di Van Gogh, sopravvivranno al loro autore…

– Beh oddio, credo sia la prima volta (e temo l’ultima ahimè) che le mie canzoni vengono incoscientemente paragonate ai quadri di Van Gogh! Sei davvero molto gentile e ti ringrazio con tutto il cuore. Balotelli con me giocherebbe sempre perchè ho la presunzione di pensare che saprei come educarlo. In Rockercito una dichiarazione di Beatrice Antolini fatta nel corso di un’intervista che ho letto. Mi aveva colpito il modo molto secco e determinato con cui lei sentiva di voler difendere il suo ruolo di artista. io la penso esattamente come lei e in questa canzone, con una certa ironia credo, parlo delle difficoltà a volte davvero terrificanti che deve mediamente affrontare un musicista di area indipendente in Italia se vuole provare a combinare qualcosa di buono.

Io amo quello che faccio e sono consapevole che alcune cose che mi escono possono essere considerate arte. D’altra parte sono un assoluto sostenitore della disciplina a sollecitare l’ispirazione. Siccome so di non essere un genio (purtroppo) ma al limite di possedere una discreta dose di talento faccio in modo di alimentarlo il più possibile tramite un lavoro duro. Che mi diverte, che è il mio lavoro. La canzone poi comunque intende anche polemizzare con chi (e sono tanti) ha poco rispetto per i musicisti.

– “Pensano i coglioni che per magia le pure ispirazioni irrompano nel dolce sonnecchiare perciò sia sufficiente assecondare”, (Rocker carbonaro). Da chitarrista, quanto pagheresti per sognare un riff di chitarra epico come quello di (I can’t get no) Satisfaction?

Ho appena finito di leggere “Life”, la biografia di Keith Richards, uno dei miei eroi incontrastati. Consiglio a tutti di leggere questo capolavoro perchè si tratta di un libro che può cambiarti la vita. Lo stesso Keith, quando racconta di aver sognato quel riff, a distanza di quarant’anni non si capacita ancora della botta di culo che ha avuto. Mi accontenterei di sognare quello di Rocks Off ma darei un il mignolo e l’anulare della mano destra per tirar fuori quello di Jumping Jack Flash“. Tanto per farlo mi basterebbe avere tutte le dita della mano sinistra.

– Un’ultima domanda. Immaginiamo che Michele Bitossi sia un allenatore e debba schierare un undici per una partita di calcio. Chi sceglie, e in quale ruolo, tra i musicisti italiani da lui conosciuti (direttamente e non)?

In porta non ho dubbi, Federico Fiumani. Difesa a quattro: centrali Paolo Benvegnù e Manuel Agnelli, sulle fasce a destra Francesco Bianconi, a sinistra Samuel Katarro. centrocampo a rombo, vertice basso Paolo Conte vertice alto Samuele Bersani, esterno destro Mimì Clementi, a sinistra Alessandro Fiori. I fratelli Ferrari di punta.

Christian Gargiulo per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *