Casa del Mirto – The Nature

Ormai ci si sorprende sempre meno a sentir parlare di Casa del Mirto, tant’è di primo piano il loro nome tra gli scaffali degli amanti italiani (e non) della scena glo-fi/chillwave che da un paio d’anni pare essere un po’ il fulcro del nuovo modo di porsi sugli anni’80 dei synth e dei ritmi dritti, e quindi sulla nostalgia ad essi collegata. Certo però che, dopo i vari EP e il pressoché qualitativamente simile “1979”, ascoltare il nuovo album lungo del progetto trentino provoca delle sensazioni nuove ed è indubbio che “The Nature” sia la massima espressione fin qui raggiunta da loro in termini d’emotività e d’urgenza.

Già il titolo, insieme all’immaginario che esso vuole raggiungere attraverso l’ascolto, è tutto un programma. Perché “The Nature”, la natura? Fare caso ai due lati del cd e ai loro titoli che, se vogliamo, sono riscontrabili nei due intro Act I – The Nature e Act II – Behind the Nature, spiega già un bel po’ di cose riguardo alle intenzioni della band capitanata dal sempre speciale Marco Ricci. È, infatti, la prima parte del lotto che introduce l’ascoltatore verso l’entità vera e propria di natura, magari incontaminata; perché dall’accoppiata Fake – Human Feelings, entrambe ricche d’appeal Washed Out, al finale più moscio e stralunato di Don’t Let Me Down, si percepisce un senso di beatitudine e di celestialità. Anche quando la cassa dritta di Child o l’incedere “truzzeggiante” di Ultimatum (gli anni ’90 dei Beloved sono vicinissimi) la fanno da padrona, il mood nostalgico – malinconico rimane il fattore essenziale, sempre in combutta col cantato disteso e lontano à la Washed Out (ma si sa, questo è il comun denominatore di quasi tutto il filone chillwave). Apprezzabili, in questi frangenti, le intuizioni dal sapore new age come la sei corde acustica di Good Boy e il perenne manto di synth su cui si poggia tutto il lavoro dell’album.
Ma a far da contraltare a questo piacevole senso di smarrimento c’è il lato cool e fashion della storia. Si vedano ad esempio quelle tastiere dalle sembianze deep, rese solide da un basso voluminoso e da una cassa che piacerebbero anche al più fighetto (ed elegante) dei producer house europei. È di sicuro nella seconda parte che quest’ultimo aspetto si palesa maggiormente, ma perdendo quasi del tutto la vena malinconica ed eterea. Behind the Nature, dietro la natura; cioè chi per secoli e secoli l’ha trasformata e manipolata, tralasciando e sfigurando il suo volto candido in favore di un’emotività più spicciola e meno d’impatto. Just Promise, cantata dal valido Freddy Rupert dei Former Ghosts, ne è un po’ l’emblema col suo presentarsi schiettamente dance e accelerata, come anche la successiva Sorry. Ancor più fuori dal coro è il rap di Bulls (feat. Hot Sex & High Finance), a differenza del combo con gli inglesi Cornershop (sì, quelli di Brimful of Asha), intitolato Snap Yr Cookies, che un po’ riporta sulla “retta via” grazie al suo flemmatico downtempo vagamente black.

Nel complesso, è chiaro il salto di qualità; ma è altrettanto riscontrabile anche la spontaneità con la quale l’album è stato prodotto, senza mai calare in termini di maturità, anzi. Sempre più felice, me e tanti altri, d’avere qui da noi una band dal respiro così internazionale e di posare tra i “the best” dell’anno l’ultimo “The Nature”.

Davide Ingrosso per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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