The PotT – To Those in the Eyes of God

L’ultima volta che erano stati avvistati si trovavano dentro il videoclip di Intimacy, ambientato nei pressi di un garage sotterraneo, intenti a riciclare, come insegnano i BungtBangt di Maurizio Capone, vari oggetti apparentemente obsoleti, pur di ricavarne un microfono e degli strumenti musicali. Cosa riuscita in tutto e per tutto. Ed erano solo in due a suonare, Emanuele Bertasso alla voce e Simone Seminatore, chitarrista ed anche responsabile delle manipolazioni elettroniche.

È passato qualche anno e il nucleo alla base di The PotT si è esteso ancora di più: da due a cinque musicisti, tra i quali un batterista e la scelta di fare cambio con Fabio De Filippo proprio per quanto riguarda i groove di cui sopra. E con un arricchimento, anzi, una rivoluzione simile, come gli stessi sostengono, il passo successivo non poteva che essere quello di mettersi di buona lena a comporre un primo vero e proprio full-length.

Considerate queste premesse, l’obiettivo portato a termine non poteva che prendere il nome di “To Those in the Eyes of God“, già dal nome un lavoro introspettivo, che penetra nell’indole dell’ascoltatore come in quella del musicista, al fine di fare suo il concetto d’individualismo e dargli risalto attraverso nove tracce, dove è evidente il prolificarsi del connubio tra synth ipnotici e chitarre distorte. Oltre ad Intimacy, un autentico tsunami che si verifica tra voci strozzate, cariche terzinate e qualche reminescenza 80’s, non vanno assolutamente tralasciate The Hollow e Sick, che attingono a piene mani dai Tool, la prima con i suoi giri di corde, in particolare durante la seconda metà, la seconda con Bertasso stesso che, nel secondo brano in particolare, non ha nulla da invidiare al buon Maynard, vocalmente parlando. Oppure la scarica hard di The Lost Art of Pretending, che fa a cazzotti con il placarsi delle atmosfere che via via avviene, fino al finale, che lascia il cammino spianato alla cupezza di In This Hole, una cupezza con tocchi ambient e che si distacca da quella più delicata di Prison of Social Conformity, quest’ultima che pare uscita fuori dai Nine Inch Nails di “The Fragile”.

Lo stesso discorso che si può fare per Alice, unica traccia cantata nella propria lingua madre, un isterico mantra recitato di fronte a dei bambini intenti a fare un girotondo, e canzone che meriterebbe un discorso a parte, così come il techno rock di Showing Muscles e la conclusiva SBV, disperata esplosione di riff avvenuta in un luogo sconosciuto, ma che non lascia che i giochi finiscano qui, almeno prima della sorpresa nascosta, fatta di percussioni e voci etniche che incontrano il mondo PotTiano, trovandosi a loro agio.

La convivenza tra stili i The PotT sanno cos’è, e questo esordio dimostra come sia pienamente possibile permetterla, senza pretendere di raggiungere la perfezione. Di sicuro questa è un’altra band che andrà molto lontano, meritatamente. Per quelli negli occhi non di Dio, ma dei loro stessi animi.

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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