Orne – The Tree of Life

Ci sarebbe veramente tanto da scrivere. C’è da dire un sacco sugli scappellamenti musicali della band, sulle influenze più evidenti, sulla faccenda della collaborazione mancata con Clive Jones dei Black Widow e Agony Bag (chi se li ricorda?) che per una band così legata all’occulto prog rock tipico del Nord Europa suona come la cresima fatta con Padre Pio. Ma la verità è che se ci piace quest’ondata nordica e non solo (silenziosa, ma decisamente tenace) di band consimili, allora vien facile anche smarcarsi dalle solite polemiche sul concetto di evoluzione di un genere che già in sé porta il segno della progressività come da statuto.

E sì, perché io a band del genere rimprovero sempre le stesse cose: eccessiva polverosità del sound a imitazione del calore sospensivo di quelle atmosfere psichedeliche delle band anni ’70, ritorno ossessivo di moduli stilistici immortali (arpeggi crimsoniani, Mellotron come piovesse, batterie percosse con fare jazzy, eccetera) e soprattutto una cappa di assoluto e contraddittorio, per le ragioni che abbiamo detto prima, immobilismo di genere. Perché già l’heavy è una musica “di genere” e i suoi cugini, fratelli e derivati sono a loro volta riconoscibili per stilemi ricorrenti, ma non può mettercisi pure il prog con la sua impermeabile fattura stilistica. Errore tipico, cioè: dall’infrazione delle barriere stilistiche alla ricerca di un proprio cantuccio.

Ma qui, sarò onesto, le cose cambiano decisamente e non perché la band vada alla ricerca di un suono all’avanguardia. Questo secondo disco sembra più riflettere il gusto per scelte stilistiche più coerenti con una musica d’atmosfera che non per le prodezze innovative di certo art rock. La chitarra del leader Kimi soccombe alla sempre più profonda infiltrazione silente del Mellotron fino a spostarsi sullo sfondo. In primo piano un ché di silvestre e bruegeliano descrive una scena sonica che ha sempre meno del Prog e più gradualmente qualche nota di Folk maledetto, dark rock a là Reverend Bizarre e sodomia boschiva (che non fa mai male). Perché il prezzo da pagare per smarcarsi da sottogeneri musicali passati per intellettuali e ricreare qualcosa di più semplice e intenso è proprio l’effetto-pecoreccio. Ma, scherzi a parte, devo ammettere che la band mostra grande classe e certe chitarre rimandano ai più fumati Deep Purple o ai Black Sabbath più psichedelici e intonsi (quelli del primo disco, insomma).

Sarebbe più facile in realtà ricordare una sfilza di nomi legati alla stessa scena, non so, mi vengono in mente i sempre più lievi Anekdoten, ma l’omografia in presenza di band così riconoscibili è francamente impossibile.

Altri nomi un po’ più classici: Genesis, i soliti Van Der Graaf (ma questo lo ammette la stessa band) e qualcosa tra il doom più classico ed “erbivoro” e suggestioni saintvitusiane.

Insomma, a forza di scrivere di Mellotron e di stomp batteria-Hammond che manco i Grand Funk Railroad (come nella traccia Beloved Dead), mi è venuta voglia di fare all’amore nei prati e occupare un attico in via Zamboni in nome di Mao. Però fuori ci sono circa zero gradi e il ’68 è esploso come una bolla si sapone.

Nevica, governo sobrio.

Ascoltatelo e fatecivi qualche birra sopra.

Nunzio Lamonaca per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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