Intervista a Jocelyn Pulsar

Jocelyn Pulsar, al secolo Francesco Pizzinelli, è uno degli esempi più sinceri e meritevoli dell’attuale cantautorato italiano. A due anni di distanza da “Il gruppo spalla non fa il soundcheck”, torna con nuovo lavoro, “Aiuole spartitraffico coltivate a grano“, prodotto da Garrincha Dischi. Abbiamo virtualmente chiacchierato con lui del nuovo disco e delle difficoltà che incontra quotidianamente come musicista ma anche di tv e b-movie. Buona lettura!

– Ho sempre pensato – e riscontrato anche nell’ultimo disco – che un punto di forza della tua musica fosse nella semplicità con cui racconti le piccole cose del quotidiano, una semplicità che per molti versi mi sembra ispirarsi a un certo tipo di tradizione cantautorale italiana (penso, per esempio, a nomi come De Gregori ma anche, prima ancora, Sergio Endrigo). Ti senti in qualche modo in continuità con questo tipo di “storia musicale” italiana? Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente in generale? E, attualmente, quali sono i musicisti (nazionali e internazionali) che trovi più interessanti e stimolanti?

– Ti svelo una cosa: io ascolto poca musica, soprattutto da qualche anno a questa parte, in radio preferisco programmi dove si parla e si approfondiscono degli argomenti. Detto questo, i miei riferimenti principali sono appunto De Gregori ma anche Ivan Graziani: tu citi Endrigo e sicuramente anche lui è un nome che amo, così come Piero Ciampi… credo che ci si stia dimenticando di alcuni autori importanti, purtroppo scomparsi, come Bertoli o Bruno Lauzi… nel disco c’è una ghost track che si riferisce proprio a questo.

Riguardo a nomi più contemporanei, mi piacciono Bersani e Gazzè, poi mi devo sforzare per farmi venire in mente qualcun altro. Adoravo i Pavement, al loro concerto “reunion” a Bologna due anni fa ero in prima fila e tra un po’ piangevo.

– È sempre entusiasmante esplorare gli interessi degli artisti: dopo quelli musicali, quali sono stati – se ci sono stati – gli stimoli letterari o cinematografici più influenti sullo sviluppo dell’arte di Jocelyn Pulsar?

– Il cinema in particolare è una grande fonte d’ispirazione per me. Amo il cinema cosiddetto di “serie b”, i miei cult sono “Mezzo destro, mezzo sinistro” con Gigi e Andrea, “L’allenatore nel pallone” con Lino Banfi, ma anche “Lo chiamavano Bulldozer” con Bud Spencer e i film di Fantozzi (diciamo i primi cinque). M’interessa molto l’arte moderna e contemporanea, in particolare la pittura: mi considero un appassionato dilettante… proprio oggi sono a Milano a suonare e ho approfittato per andare a visitare il Museo del Novecento: bellissimo.

– Un’altra componente principale del tuo modo di scrivere è la nostalgia, legata maggiormente a eventi calcistici o musicali. Anche nel nuovo disco ci sono diversi pezzi costruiti su pensieri legati all’infanzia e l’adolescenza (il titolo di uno di questi pezzi è, non a caso, Mi ricordo): come mai questo sguardo sempre volto al passato? Quanto conta la componente autobiografica per comporre? Qual è stata la canzone del nuovo album più difficile da partorire?

– Me lo ricordo è una canzone dedicata alla televisione di una volta che a mio parere era qualitativamente migliore di quella di oggi: riconosco di essere un nostalgico, a volte esagero pure un po’, però non mi pare che oggi, nello spettacolo come nello sport, ci siano personaggi che possano eguagliare lo spessore dei loro colleghi del passato…i caratteristi del cinema, per fare un esempio: oggi abbiamo Biagio Izzo, Enzo Salvi… una volta avevamo Mario Carotenuto, Sandro Ghiani, Silvio Spaccesi… i comici di oggi sono quelli di Zelig, una volta c’era Walter Chiari…

Personalmente la componente autobiografica è importante, anche se in questo disco è meno marcata rispetto al precedente, che, infatti, contiene delle canzoni che oggi faccio fatica a riascoltare, proprio perché troppo personali. In fase di scrittura nessuna delle canzoni mi ha creato particolari difficoltà, mentre forse Inevitabilmente, naturalmente, il Cesena perde è stata la più complessa in fase di arrangiamento.

– Ho sempre ammirato la tua capacità di dissimulare la tristezza con una certa serenità e ironia; ascoltando pezzi come Inevitabilmente, naturalmente, il Cesena perde, non si sa mai se sorridere o lasciarsi prendere dal magone, per esempio. Questa capacità è evidente, a mio avviso, anche dai titoli e dalle copertine che scegli per i tuoi lavori: com’è sorta l’idea di intitolare il disco “Aiuole spartitraffico coltivate a grano” e com’è nata la collaborazione con Giulia Sagramola?

– Intanto grazie per il bellissimo complimento. Il titolo si riferisce alla crisi che c’era durante la guerra ed è un parallelo con quella che viviamo oggi, sicuramente meno tragica ma comunque la peggiore che la mia generazione abbia mai vissuto… mentre scrivevo il disco dalla finestra vedevo tutto questo e ho voluto chiamarlo così. Giulia la conosco da un paio d’anni, da quando illustrò una mia intervista su Rockit, poi abbiamo collaborato in altre occasioni (ha realizzato le locandine delle ultime due edizioni del +Tostcheniente Indiefest, un festival che organizzo con La Valvola Eventi a Forlì); a questo punto mi è sembrato naturale coinvolgerla, e devo dire che ha fatto un lavoro bellissimo.

– “Aiuole spartitraffico coltivate a grano” è, fra l’altro, il tuo primo disco prodotto dalla bolognese Garrincha Dischi, più che un’etichetta, una piccola famigliola d’artisti. Com’è nata questa “adozione a vicenda”?

– Intanto devo premettere che io sono un fan di 4fioriperzoe da tempi non sospetti. Quando, durante la seconda edizione del +Tostcheniente, invitai Matteo (e anche Marcello “33ore” Petruzzi) a suonare ebbi anche l’occasione di conoscerli di persona. L’anno successivo invitai i LE-LI e lì mi fu proposto di partecipare alla compilation “Il Natale (non) è reale”, una delle primissime della Garrincha. A questo punto mi è venuto naturale proporgli le mie canzoni nuove e, con mio grande piacere, Matteo ha accettato di fare il disco insieme. Devo dire che, dopo anni di sostanziale e totale indipendenza, quest’approdo in Garrincha lo considero una sorta di “premio alla carriera” (ride, ndr)!

– Quali sono le difficoltà principali che incontri nel tuo cammino di musicista? E quali i problemi che maggiormente, secondo te, attanagliano il mondo della musica italiana oggi?

– Sicuramente il problema dei live esiste, in Italia ancora non abbiamo una grossa cultura a riguardo…

La cosiddetta “scena indipendente” non di rado partorisce invidie, orticelli, steccati, gelosie: non ci dovremmo mai dimenticare che, per la maggioranza delle persone, noi che facciamo canzoni siamo fondamentalmente degli autori di sottofondi per tragitti in macchina.

– Prima di salutarci, la curiosità delle curiosità: ci spieghi la provenienza del tuo nome d’arte?

Jocelyn Pulsar è l’unione tra il nome della scienziata astronoma Jocelyn Bell Burnell e la sua scoperta principale, le Pulsar. Inizialmente il nome era solo “Pulsar”, poi ho scoperto che esisteva già e l’ho modificato in questo modo: lo so che è bruttino, ma almeno ha una storia dietro, me lo porto dietro da anni e ormai ci sono affezionato. E Marlene Kuntz non è poi tanto meglio.

Annachira Casimo per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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