Drink to Me – S

Drink to Me - SChe anche l’Italia stia diventando capace di comporre musica pop utilizzando metodi, mezzi e percorrendo vie non convenzionali pare piuttosto chiaro. Ed è uno dei motivi di gioia per chi spera in una risposta dall’estero finalmente slegata da ogni tipo di pregiudizio, chiamiamolo così. Si è già parlato bene di Boxer The Coeur (un progetto, però, non alla portata di tutti) ma, tra i vari nomi, tutti meritevoli, ora tocca dar corda ai torinesi Drink to Me, giunti al terzo album grazie anche alla pregevole opera dell’etichetta che li produce, Unhip Records.

S” ha tutte le carte in regola per essere un disco degno di attenzioni sincere e provenienti da diverse qualità d’ascolto. Sa essere, sempre nelle giuste dosi e col giusto calibro, un album sperimentale, melodico, cantabile, danzabile, attuale e pure improntato su un sentire (quasi) collettivo che viene covato ormai da diverso tempo. Un sentire basato su una necessità, su un bisogno finalmente soddisfatto a pieni voti da una band che riesce a coniugare frontiere lontane eppur vicinissime: “S” è il punto in cui s’incontrano miraggi che fino ad’ora sembravano lontanissimi. Già l’iniziale Henry Miller è coinvolgente e pulsante quanto basta, con la sua potenza sonica generata dall’incrocio di una base poderosa (i synth, di primo piano in tutto l’album) e di un clapping stile M.I.A. Sembra di essere a metà tra un prodotto suonato analogico e digitale al tempo stesso, come avviene per un po’ tutto il suo percorso, caratterizzato da un sottofondo che è sempre ritmico e movimentato (ci troviamo bassi distorti, percussioni, clapping, batterie ora in sequenza ora lievemente più math Dig a Hole with a Needle). Colpisce la cura nei dettagli e il saper immortalare il momento giusto per stregare come si deve: Picture of the Sun non esplode mai, eppure colpisce e folgora nella sua ripetitività che va avanti, con le solite armonie vocali azzeccatissime, a mo’ di slogan da interpretare bene; proprio come quello del pezzo che rimarrà meglio impresso in testa, Future Days (“No revolution was ever made with love”). Sì, in quest’esplosione di freschezza, di sorrisi, d’immagini, di ricordi e sogni c’è anche il lato concettuale; perché “S” è fatto per i giovani, per gente giovane dentro, con cui puoi condividere senza paura i tuoi sogni per il futuro, e senza impantanarsi nell’ormai inutile ridondanza della polemica tout-court. Ora non voglio star qui a citare e spolpare tutti i brani ma, di sicuro, oltre ai già citati, colpiscono L.A. 13 pt.1, da cantare soddisfatti, e la conclusiva Airport Song, attenta ai suoni come del resto tutto l’album. Perché è proprio nei suoni, nella ricerca e nei dettagli che bisogna trovare quello stimolo che permette successivamente, nei secondi ascolti, di lasciarsi avvolgere dal potenziale melodico.

Non è facile da descrivere quest’ultima uscita firmata Drink to Me, ma già l’introduzione dovrebbe bastare a spingervi all’ascolto. Senza pretesa alcuna, è quello che dovete fare, dopo saprete meglio dove rivolgere lo sguardo.

Davide Ingrosso

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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