Black Oath – The Third Aeon

Black Oath - The Third AeonDev’essere successo qualcosa negli ultimi anni nella scena doom, con un probabile apice proprio l’anno scorso. Ecco, io non so bene cosa sia successo, se gli attuali musicanti del destino abbiano una qualche aspirazione saintvitusiana alla trasfigurazione dell’ossessione catatonica per la musica più cupa del mondo in un generale senso della collettività metallara e birraiuola, come avveniva un po’ per i thrashers che (chissà quando) s’incontravano, mettevano una cassetta nel mangianastri e skateavano per ore, o come avveniva per i punk e chissà quante altre sottoculture. Insomma, suppongo di sì. Però, ecco, fa un certo effetto pensare che la costruzione di un epos doom collettivo possa armonizzarsi con la morte dell’Io cui si tende con musiche così deprimenti e ossianiche.

Detto ciò, non siamo ancora nel mondo del drone, ci mancherebbe. Anzi, la band in questione mostra di aver appreso bene la lezione più passatista di band che nel calderone del doom ci hanno sguazzato per anni, magari anche senza essere propriamente doom bands. Parlo di Paul Chain e Death SS, per dirne un paio (sempre gli stessi immancabili nomi). La band predilige in tal senso il mood oppressivo e marziale che può offrire l’incedere definitivo di riff basici e colossali. Tastiere a tappeto e atmosfere sospese come se King Diamond dovesse fare una comparsata da un momento all’altro, sparare un falsetto dei suoi e ritornare nella tomba danese dove quotidianamente sodomizza galline da sacrificare al demone Salcazzo.

Ma la band è dannatamente determinata. Meno groovy dei Caronte (ai quali dedicai la mia prima recensione per questa testata!), con i quali però condividono la venerazione del verbo nero del capoccione rasato si Crowley (toccatio pallorum), la band milanese sembra aver però preferito sviluppare più un discorso di appiattimento delle sonorità su un complesso di stilemi metallari veramente tipici anziché tentare la strada del tiro hard o della circolarità stoner di certi riff al sapore di cannabis.

È proprio questo il punto. Quanto si può criticare un disco nato per essere dato in pasto all’underground più verace e coriaceo? A ben vedere, ben poco. Ecco allora che la band gioca il tutto e per tutto con un’edizione classica in cd per la label svedese che li ha raccolti dall’underground, la I Hate Records, un’edizione in vinile per la danese Horror Records e, a quanto pare, pure una cultissima musicassetta!

Quanto ancora vogliamo sbrodolarci addosso? Un disco che affonda orgogliosamente le proprio radici nel più sincero non ha bisogno dei miei consigli sulla sezione ritmica o sui riff di chitarra, ammesso che ce ne siano… certo, è vero che accuso una non molto lodevole ripetitività nel sound, ben distante da quanto sia normale amministrazione nel genere stesso, ma mi auguro che la band col prossimo full-lenght riesca a dare conferma della propria statura di figliocci del demonio. Per ora, considerando la recente formazione del combo e il loro costante impegno per la causa (è disponibile il loro nuovo EP “Cursed Omen” e persino uno split) non posso che augurare loro il meglio che si possa attendere. Bravi, ragazzi e che il demonio beva la vostra anima dagli occhi. Ah, e scusate il ritardo con cui arriva la mia recensione.

Slow music for slow people.

Nunzio Lamonaca

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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