Intervista ad Arctic Plateau (2012)

Con l’uscita del suo secondo lavoro, “The Enemy Inside”, incontriamo ancora una volta Arctic Plateau (nome d’arte di Gianluca Divirgilio).

L’aspetto più interessante di “The Enemy Inside” è l’immediata fruibilità delle canzoni, ricercate e dirette. Una perfetta fusione, secondo me, tra (post?) cantautorato (italiano in primis: Marco Parente, Paolo Benvegnù…) e solide strutture new wave. Un risultato che si è sviluppato spontaneamente? Come si è svolto il processo di songwriting?

Volevo che fosse principalmente un album di canzoni. Conosco molto bene la discografia di Benvegnù e certamente lo stimo, così come stimo Marco Parente, Moltheni e tanti altri Italiani, autori e compositori illustri di una scena che ho seguito molto in passato e che non considero solamente cantautori ma veri e propri artisti della comunicazione. Riguardo la mia musica non riesco a pensare di poterti indicare una direzione semplicemente perchè quando scrivo non ho una direzione ben precisa e lascio che siano il riff, l’armonia o la linea melodica che ho nella mente a guidare tutto quanto il resto. Può capitare che io abbia una melodia che mi ronza in testa da qualche giorno, così utilizzando quello che ho all’istante (solitamente il telefono) la “fermo” con la voce per poi affrontarla più tardi; può capitare che io scriva tutto su una chitarra acustica come in Abuse e che senta l’arrangiamento cantare in testa; capita anche che mi siedo e non è giornata. In quel caso, mi alzo e faccio altro. In “The Enemy Inside” è stato tutto molto improvviso e naturale, non ho mai dovuto faticare per scrivere musica. I testi e tutte le voci sono nati all’Isola d’Elba, quasi di getto.

Nello specifico, possiamo definire “The Enemy Inside” un concept album?

Sì, lo è certamente a livello di testi.

Le collaborazioni, per niente esagerate, sono sicuramente discrete: il disco non poggia sulle comparsate. Ma se il featuring di Carmelo Orlando (voce dei Novembre) è particolarmente azzeccato – “Misanthropy and Cries/Alternative Outside/When I Was a Shiny Angry and Pure Child Shy” (The Enemy Inside): le parole ben si legano alla sua poetica, oltre che al suo timbro vocale – quello di Fursy dei Les Discrets in Loss and Love scorre via nell’anonimato: l’impressione è che ci sarebbe potuto essere chiunque al suo posto.

Ma vedi, Fursy è davvero un mio grande amico e un artista di talento; ho scelto io stesso il brano in cui sentivo la sua voce legata alla mia. Non è stato qualcosa di fine a se stesso, il nostro in realtà è stato una specie di scambio di ruoli in quanto nel brano Ariettes oubliées II: Il pleure dans mon cœur… c’è la mia voce; un giorno, parlando al telefono mi disse chiaramente se io avessi voglia di utilizzare la mia voce in un brano del suo ultimo album e mi fece scegliere tra lingua italiana o francese; ho accettato ben volentieri facendomi aiutare con la pronuncia dalla mia ragazza e incisi in lingua francese quegli stupendi versi di Verlaine (“Il pleure dans mon coeur, comme il pleut sur la ville… “) in una giornata piovosa e perfettamente in linea con il mood di quel testo carico di storia ed ineluttabile romanticismo mistico. Ci siamo divertiti, è stato semplice, tra amici e compagni di label queste cose si fanno.

La tua voce in alcuni brani ha una maggiore voce in capitolo, e perdona il gioco di parole. È in un certo senso usata come uno strumento. Quali sono i nomi che ti hanno principalmente ispirato dal punto di vista dell’interpretazione?

Oggi, in “The Enemy Inside” la mia voce ha maggiore spazio rispetto al precedente album perchè quei brani non avevano bisogno di molte parole in più rispetto ai testi che avevo scritto. Non ho delle guide “spirituali” ma di sicuro il modo di portare la voce del signor Ian Curtis mi ha scosso da ragazzino. Posso citarti Mark David Hollis dei Talk Talk o altre mille voci che ho amato, ma in Arctic Plateau io considero la voce così come qualcosa che viene utilizzato come veicolo sonoro al servizio del brano. A meno che io non sia in possesso di una frase di senso specifico, è la musica che deve parlare ma in “The Enemy Inside” ho trovato interessante utilizzare maggiormente la voce, l’ho trovato congeniale.

Il primo concerto come Arctic Plateau fu in occasione dell’edizione 2010 del Wave Gothic Treffen di Lipsia, in Germania. Che ricordi hai di quella serata?

Suonare in un grande evento come il Wave Gothic Treffen di Lipsia mi ha fatto aprire gli occhi su tutto ciò che l’Italia non è. Una città completamente unita in musica può scioccare letteralmente un italiano. Un’esperienza gratificante ma tremendamente triste se pensi agli spazi che mancano qui da noi, al tipo di cultura a cui siamo totalmente costretti a estraniarci per mancanza di accessi. A Lipsia ho capito quanto sia importante cercare di esprimersi attraverso le proprie scelte, quanto in realtà sia importante saper guardare oltre la punta del proprio naso e oltre il recinto del proprio piccolo, pezzetto di terra. Ho avuto il piacere di vedere da vicino grandi band e interagire con alcuni di loro, ho conosciuto i miei produttori tedeschi e mangiato al tavolo con queste persone molto cordiali e dedite al lavoro con passione, spirito. Ho avuto modo di riflettere anche su quanto sia importante per me avere una band solida alle spalle e su quanto siano complesse le fondamenta umane alla base di un progetto come il mio, che non è una vera e propria band e non lo sarà mai. Se non ami questa cosa chiamata Arctic Plateau tu non puoi fare parte di questa cosa chiamata Arctic Plateau.

“The Enemy Inside” è un disco che sembra fatto apposta per essere suonato dal vivo nella sua interezza. Ci sono novità per quanto riguarda la possibilità di vederti dal vivo, con la tua band, in Italia e all’estero?

Hai detto bene, ci sono novità; quando ho creato questa cosa, provenivo da forti delusioni riguardo la complicità e sopratutto riguardo il grado di coinvolgimento delle persone che avevo attorno ai miei progetti musicali ed è stato questo uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere tutto interamente in solitaria. La mia band è composta da Massimiliano Chiapperi alla batteria, mentre per il basso stiamo provando alcune persone e non so dirti nient’altro a riguardo ora come ora, ma mi sto occupando anche di questo.

Nel panorama musicale italiano degli ultimi anni, molte band e artisti sono approdati all’italiano dopo trascorsi in inglese (o altre lingue). Tu hai mai sentito la necessità di esprimenti nella tua lingua madre?

Comincio a intravedere un certo interesse alla lingua Italiana, sì, anche se l’Italiano è una lingua piuttosto difficile da utilizzare in questo senso. Penso che affrontare le problematiche relative alle inevitabili, ricorrenti problematiche riconducibili a questa lingua, specie nel rock, è certamente complesso ma non è un buon motivo per non spingersi oltre se nella tua mente c’è qualcosa a riguardo.

A proposito di Music’s Like…,il pezzo che apre “The Enemy Inside”, è un “singolo” perfetto. Però, sembra scollegato al filo che lega, musicalmente, tutte le canzoni dell’album…

In realtà per il mio modo di ascoltare, il singolo perfetto in un album è sempre abbastanza “scollegato” dal resto, non credi? Io potrei annoiarmi se il singolo fosse un’anticipazione di tutto il resto; preferirei piuttosto un’anticipazione del futuro o qualcosa che riprende il passato, ma un potenziale singolo che suona il perfetto presente insieme ad una serie di brani linkati fra loro non è nel mio stile. Penso inoltre che Music’s Like… sia percepito maggiormente come singolo anche per via del fatto che è stato reso pubblico qualche tempo prima dell’uscita di “The Enemy Inside”, nello split con i Les Discrets che conteneva a sua volta due versioni particolari, come le di Ivory e Amethyst to #F.

I tuoi colleghi Alcest e Les Discrets hanno sperimentato per la prima volta, con l’uscita dei rispettivi nuovi album, il videoclip. E tu hai mai pensato di realizzare un videoclip per uno dei brani di “The Enemy Inside”?

Per ora è una cosa che non m’interessa molto, ma sono certo che in futuro farò qualcosa a livello di video promozionali. Riguardo all’ultimo album credo che nessun brano possa essere descritto attraverso le immagini, mentre forse alcuni brani del precedente album meglio si addicono a questo genere di cose.

In un periodo di crisi economica e di grosse difficoltà per quanto riguarda il mercato musicale, c’è un’etichetta coraggiosa come la tedesca Prophecy Productions che si occupa di tutto quello che concerne i suoi artisti, dalla produzione fino alla stampa (affiancate spesso da pregiate edizioni limitate). Senza l’apporto della Prophecy Productions, credi che Arctic Plateau sarebbe mai emerso?

Capisco cosa intendi ma la strada dell’autoproduzione è un percorso impervio e al limite, specie ora; io non avevo mai davvero pensato a una produzione del genere quando scrivevo, non ho mai davvero cercato insistentemente di avere un contratto discografico, scrivevo musica perchè ne avevo bisogno, semplicemente perchè ne avevo bisogno. Non ho mai dato in giro promo con la mia musica e non ne ho mai pubblicizzato l’esistenza pur registrandomi continuamente. Probabilmente c’è da chiedersi cosa vuol dire “emergere”, specie nel nostro paese. E c’è da chiedersi se uno vuole davvero autocontemplarsi oppure fare sul serio. Se fai sul serio si sente, e se qualcuno ti sente, ti produce. Nessuno ti regala niente, è ovvio; meno ovvio è imparare a fare l’abitudine con un mestiere che non è contemplato in quanto tale; un “mestiere” che per regola (e oggi io dico per fortuna) non contempla neanche l’unanimità: puoi piacere e non piacere e nessuno sarà mai davvero d’accordo con te se piaci o no, vuoi per una sorta d’indulgenza verso il proprio modo di pensare, vuoi per il gusto di volerti rompere il cazzo se piaci troppo o troppo poco. Bisogna smettere di fare le vittime sacrificali, questa è musica, non è il posto fisso al ministero! Devi imparare a fare l’abitudine con concetti che spesso esulano la musica stessa e devi renderti consapevole e al passo con i tempi che cambiano continuamente. Se credi in quello che fai, non ha importanza il contratto discografico, guarda Federico Fiumani, lui potrebbe insegnarlo.

Roma, la Città Eterna, la “capitale del (doom) metal”, ma non solo. Gruppi come Klimt 1918, Spiral69, Spiritual Front, Der Noir, The Foreshadowing, Doomraiser e molti altri, hanno contribuito (e contribuiscono ancora) nel renderla un vero splendore internazionale. Qual è il tuo rapporto con Roma?

Della scena che hai esposto conosco quasi tutti quelli che hai citato e molti sono miei amici, persone e progetti musicali che stimo e apprezzo. Il mio rapporto con Roma città è molto difficile, odio il traffico e il caldo umido dell’estate. Ma ci convivo e a volte ne contemplo le bellezze, tutto qui.

Marco Gargiulo

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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