Sleep + A Storm of Light – Circolo degli Artisti, Roma 16/05/12

Quello del 16 maggio al Circolo degli Artisti di Roma è un vero e proprio appuntamento con la storia. Fanno tappa a Roma, infatti, per la prima data italiana della loro carriera, i seminali Sleep, riconosciuti da più parti come la band stoner/doom definitiva e autori di capolavori lisergici quali “Sleep’s Holy Mountain” e “Dopesmoker”. L’evento si fa ancora più ghiotto se ad aprire la serata sono chiamati gli A Storm of Light di Josh Graham, fondatore dei Red Sparowes e collaboratore, tra gli altri, dei Neurosis.

Alle 21 il Circolo degli Artisti è già pieno di metallari pronti ad assistere a un concerto storico. L’età del pubblico è decisamente eterogenea, così come la provenienza. Non solo romani, ma anche tantissimi spettatori che hanno macinato chilometri per il primo show italiano degli Sleep. Non a caso, come avviene sempre per eventi tanto attesi, il banchetto del merchandise è letteralmente preso d’assalto.

Sono da poco passate le 21:15 quando tocca agli A Storm of Light cominciare a scaldare il numeroso pubblico del Circolo e, come immaginabile, la band riesce pienamente nel suo intento. I quattro di Brooklyn creano un muro sonoro da pelle d’oca e in poco meno di tre quarti d’ora sciorinano ottimi brani riuscendo a creare un’atmosfera suggestiva, permettendo così anche a chi non li avesse mai ascoltati prima di assistere al loro set senza distrazioni, carpendone ogni singola nota. Sugli scudi soprattutto il bassista Domenic Seita, capace con lo strumento e costantemente dedito ad un headbanging massiccio. Il pubblico dimostra di apprezzare.

Venti minuti circa di cambio palco, a cui comunque prendono parte gli stessi Al, Mike e Jason, e finalmente è il turno della storia: Sleep. Difficile descrivere a parole l’atmosfera creatasi al Circolo degli Artisti nelle quasi due ore di set della band californiana. Definire il tutto lisergico o psichedelico sarebbe sin troppo riduttivo. Il trio ha letteralmente portato tutto il pubblico in un’altra dimensione. Un biglietto di sola andata per un universo parallelo fatto di suoni pachidermici e ridondanti. Un muro di suono senza fronzoli che rapisce l’udito e lo distrugge con colpi lenti, decisi, interminabili.

La band è visibilmente su di giri e “stoned”, come testimonia la canna che Al passa al pubblico all’inizio del concerto, la cui setlist da urlo, peraltro, pesca a piene mani da quel capolavoro che risponde al nome di “Sleep’s Holy Mountain”. Pezzi del calibro di Dragonaut e From Beyond si scagliano sul pubblico inerme, preda dei suoni della band. Jason Roeder è un metronomo perfetto, ideale traghettatore della nave Sleep verso inferni lisergici ancora sconosciuti. Al Cisneros, con il suo Rickenbacker distorto e la sua voce spettrale, è quanto di più ipnotico si possa vedere su un palco, e a ciò senz’altro contribuisce il suo sguardo abbondantemente ipnotizzato, per usare un eufemismo. Matt Pike, poi, è a dir poco mostruoso nello strapazzare la sua chitarra scandendo ogni singola, lenta, nota.

Le due ore di concerto scivolano via che è una meraviglia, grazie anche alla riproposizione live dell’intero “Dopesmoker”, il brano/album con cui la band ha cominciato e terminato il suo show.

Alla fine, si resta con l’impressione di aver assistito a un evento mitologico, ma soprattutto con la certezza di aver detto arrivederci, con buona pace, a un po’ del proprio udito davanti ai mastodontici suoni degli Sleep.

Foto di Enrico Mantovano

Livio Ghilardi

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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