Giovanni Lindo Ferretti – Teatro Massimo, Benevento 14/5/12

Il teatro si fa trovare gremito di gente, il palco illuminato attende Giovanni Lindo Ferretti.

Grazie ai ragazzi del Morgana e della Grande Mago Music Farm, questo evento culturale ha preso vita e ha visto anche tanti occhi lucidi e orecchie attente.

Sicuramente un personaggio complesso, discusso, per quelle che sono state le scelte di vita di chi non ha avuto paura di mettersi in discussione. Un artista di grande importanza, che ha segnato un cambiamento radicale nel modo di intendere il rock e il punk in Italia. Ferretti sale sul palco accompagnato da Luca Rossi (basso, chitarra elettrica) ed Ezio Bonicelli (violino, chitarra elettrica) degli Ustmamò. Il pubblico li accoglie con applausi e urla moderate.

Ad aprire le danze sono i toni cupi di Depressione Caspica passando poi a percepire, “tra indistinto brusio particolari in chiaro“, uno spazio determinato dal suono del violino, della chitarra, del canto profondo, che ci incanta. A tratti ci immerge totalmente nel live. Al terzo brano siamo già “In viaggio” e cadiamo di vertigine. Un viaggio che lui stesso definisce “musicoterapia” (“solo una terapia, sono una terapia”). Mi ami? e And the radio plays si fondono, mentre Ongii scorre e sembra rasserenare tutti.

Mi guardo intorno per qualche secondo e non distinguo più le persone separatamente, ma scorgo solo un mantello, una “tabula rasa”, ma “elettrificata”.

Cupe Vampe molto più “morbida” rispetto alla versione studio, ma sul finire il violino prende un ritmo assassino e Ferretti intona “bella la vita a Sarajevo città“, come fosse satira pungente.  La voce familiare e sicura, i brani sono di una carriera lunga trent’anni, in un vestito nuovo fatto di corde di violino e di chitarre che cadono perfettamente sulle forme del corpo di Annarella.

Lindo si dondola, sul finire di una canzone fa piccoli passi all’indietro, quasi impercettibilmente si allontana dal microfono un po’ curvo su se stesso, canta con le mani dietro la schiena, si contorce, medita, forse prega, mentre ci canta Del mondo, giovane e forte di un tempo. Un’armonia a tratti inaspettata, chitarre smussate, minimali e piene di calore.  A fine canzone probabilmente ci sente partecipi, ci sorride piano, sincero.

Una masticata preghiera: Polvere diventa un racconto con voce decisa, che sa perfettamente su quale punto cadere. L’intro di Morire si fonde con Barbaro, un brano che da sempre ho snobbato e che invece mi sorprende e s’infiltra come una colpa da espiare. Irata spunta fuori da quel “Linea Gotica” buio e violento che riesce ancora a pulsare nelle vene di questo teatro. È stato l’unico momento in cui si è sentita la mancanza di Maroccolo, Canali, Zamboni e Magnelli.

Tanta voglia di alzarsi, avvicinarsi, qualcuno non ce la fa e si abbandona alle onde sonore, nonostante la location teatrale si adattasse più che bene al tipo di performance. Tu menti e M’importa’na sega ci rallegrano, segue Per me lo so e l’atmosfera sembra essere ancora troppo viva per lasciarci, invece siamo giunti alla fine.

Ferretti è un punkettone nascosto o forse quasi morto ma ne conserva le ceneri e si sente, mentre canta assorto, con le mani intrecciate. Alla faccia di quelli che credono che ormai la Linea non esista e che fedeli non lo sono più.

Una scaletta di tutto rispetto con brani dei CCCP e dei C.S.I. e tanti cuori contenti, scaldati ulteriormente nel vedere il modo in cui ci sorride timido o ci ringrazia a fine concerto.

… un’emozione sempre più indefinibile, teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi… “.

Così è stato.

Foto di Angelo Cusano

Carmelina Casamassa per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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