The Pride al Bellini di Napoli e l’Amore che non osa dire il suo nome: recensione

the pride a teatro bellini

Luca Zingaretti

Finita l’attesa a Napoli per lo spettacolo The Pride di Alexi Kaye Campbell, per la regia di Luca Zingaretti, in scena al teatro Bellini fino al 28 febbraio. Un grande fermento per la prima serata, presenti in platea molti attori, Antonella Morea, Nunzia Schiano, Patrizio Rispo, Marina Giulia Cavalli, Ilenia lazzarin, Gea Martire, Luciano Melchionna e tanti altri accorsi per assistere a un’opera d’arte, strutturalmente potente e creativa e profondamente sentita. Commedia che si svolge in due distinti periodi, Londra 1958 e 2015, sapientemente alternati, senza mandare in confusione il pubblico, dall’intensissima regia di Zingaretti, scene sorprendentemente contrastanti che s’intersecano tra di loro. Se nel ’58 sussistono sensi di colpa e repressione sulla propria omosessualità, nel 2015 la si vive tra promiscuità, naturalezza e orgoglio gay. Un dramma raffinato e compassionevole che affronta due nette e distinte problematiche sull’omosessualità, due storie di amanti gay e del loro tormento nel dichiarare il loro amore negli anni ’50, un crimine per quei tempi, e, quindi, costretti a reprimere il desiderio, ma liberi di farlo ai giorni nostri, con indiscreti tradimenti e affettazioni.

La scena si apre sugli anni Cinquanta, i tre protagonisti, Philip (Luca Zingaretti), Oliver (Maurizio Lombardi) e Sylvia (Valeria Milillo) sono in salotto a godersi un aperitivo, e tra accennate parole, si nota l’increscioso malessere che esiste tra di loro, con pause quasi lunghe, forse debitamente intensificate per creare il disagio in questo triangolo amoroso. Sylvia e Philip sono sposati e Oliver, scrittore e amico di Sylvia diventerà per un breve periodo l’amante di Philip. Nel 2015, invece, Philip ha lasciato Oliver per la sua incostante fedeltà, e a farne le spese e l’amica Sylvia che deve consolare Oliver.

Rigorosa, inflessibile e sgrammaticata, con scarsi tempi comici è l’impostazione recitativa di Luca Zingaretti, forse per risaltare nel personaggio quell’inquietudine interiore da cui è attanagliato, quel senso di vuoto e d’infelicità che pervade il Philip degli anni Cinquanta, e questa sua devastazione lo porterà poi a cercare una terapia per curare la sua attrazione per il suo stesso sesso, e, quando il medico gli chiede, il perché, Philip risponde: “Per dimenticare. Voglio una vita più facile.”

Mentre senza sosta e sferzante l’espressione attoriale, talvolta dannatamente divertente e caricaturale, di un eccellente Maurizio Lombardi, lucido e consapevole del suo personaggio, che ritrae lontano da convenzioni e luoghi comuni, in un alternarsi di forte carica emozionale, un Maurizio/Oliver/Ollie intenso, poetico, struggente, malinconico e spiritoso.

Sylvia, moglie ferita di Philip negli anni cinquanta e amica fedele di Oliver in età moderna, resa superba dalla magnifica abilità di Valeria Milillo, che si muove sul palco con noblesse oblige e irreale naturalezza, straordinaria, nessun altro aggettivo per descriverla appieno.

E, infine, l’attore Alex Cendron che offre tre camei nettamente distinti, particolari caratterizzazioni che fungono da contatto esterno e unico collegamento con la società, per ricordare che i pregiudizi esistono. Dapprima lo vediamo in una divertentissima e strana interpretazione di un prostituto mascherato da nazista sadomaso ma con flebili sentimenti, poi in Peter, un redattore di una rivista, che vuole che Oliver scriva ai lettori che è bello essere gay o qualsiasi altra cosa, e, poi, in uno psichiatra.

Tre indiscutibili attori di talentuosa professionalità e grandezza che affiancano il più conosciuto Luca Zingaretti che imperano in questo sorprendente The Pride. Assolutamente da vedere e rivedere.

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