Parkinson: l’11 aprile una giornata per conoscere la malattia

L’Italia si mobilita per la Giornata mondiale del Parkinson, tante le iniziative in programma che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale il prossimo 11 aprile. Obiettivo delle 24 ore dedicate a questa tristemente diffusa malattia neurodegenerativa è favorirne la conoscenza da parte di un pubblico sempre più ampio.

Il morbo di Parkinson, cos’è e chi ne soffre

Questa patologia è la seconda malattia neurodegenerativa più diffusa al mondo, dopo il morbo di Alzheimer. Ne soffrono oltre 4 milioni di persone nel mondo, con un’incidenza superiore nei Paesi industrializzati. Qui, infatti, i soggetti affetti rappresentano lo 0,3 per cento della popolazione.

La percentuale tocca l’1, il 2 per cento considerando solo gli individui over 70. Le previsioni parlano di un possibile aumento (raddoppio) dei soggetti affetti nei prossimi trenta anni, a causa dell’invecchiamento della popolazione. Nell’Unione europea, circa 1,2 milioni di persone sono affette dalla malattia di Parkinson. In Italia i malati di Parkinson sono prevalentemente uomini (1,5 volte in più rispetto alle donne).

Nel nostro Paese ne sono affetti circa 300 mila soggetti. I malati hanno tra i 59 e i 62 anni ma è ormai superata la vecchia credenza secondo la quale la malattia si presenta solo in tarda età.

Una malattia sempre più giovane

Sono sempre più numerosi i soggetti che si ammalano di Parkinson in età giovane. Un paziente su 4, oggi, ha meno di 50 e il 10 per cento non arriva ai 40 anni quando manifesta i primi sintomi della patologia. I progressi della scienza, che consentono di ottenere una diagnosi in tempi più rapidi rispetto al passato, al tempo stesso hanno dimostrato che i sintomi manifesti compaiono circa sei anni dopo l’insorgere del morbo.

Un soggetto quarantenne, quindi, ha iniziato a soffrirne verso i 34, dati che preoccupano molto. Informazioni importanti sul morbo di Parkinson sono offerte dal sito AbilityChannel, il portale dedicato al rapporto tra sport e disabilità.

Quali sono i sintomi che portano alla diagnosi di Parkinson? Tremori, rigidità, lentezza nei movimenti.

Conseguenze dirette della minore produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che controlla i movimenti del corpo. La produzione ridotta è dovuta alla progressiva morte dei neuroni presenti nella cosiddetta stanza nera (proprio l’area del cervello che controlla i movimenti). La comparsa di sintomi evidenti, però, avviene solo quando è già morto circa il 50-60 per cento dei neuroni dopaminergici.

Una Giornata di riflessione

La Giornata Mondiale del Parkinson, come detto, si propone di sensibilizzare i cittadini e aumentare la consapevolezza sulla malattia, promuovendone la comprensione e la conoscenza delle conseguenze sulla vita quotidiana dei soggetti affetti. Nel 2009, l’Epda (la European Parkinson’s Disease Association) ha promosso un sondaggio che ha coinvolto circa 5 mila persone. È emerso che oltre il 50 per cento degli intervistati non sapeva che il Parkinson è una condizione neurologica che colpisce il movimento. Più del 75 per cent, invece, ignorava che la rigidità rappresentasse uno i principali sintomi della patologia. Molti ignorano anche gli effetti collaterali dei farmaci che vengono assunti, come gli antipsicotici.

Antipsicotici e Parkinson, uno studio conferma l’allarme

Gli antipsicotici, seppur in diminuzione, sono ancora utilizzati nella cura di questa patologia. Di recente, uno studio statunitense, pubblicato da JAMA Neurology, ha lanciato un serio allarme: i soggetti affetti da morbo di Parkinson che fanno uso di farmaci antipsicotici presentano – nei sei mesi successivi all’assunzione – un rischio di mortalità doppio rispetto a chi non ne ha fatto uso. Lo studio è stato condotto da un team di ricercatori della Scuola Perelman di Medicina dell’Università della Pennsylvania su più di 15 mila cartelle cliniche di pazienti con Parkinson. Oggetto di analisi sono stati, complessivamente, 7.877 pazienti con malattia di Parkinson che facevano uso di antipsicotici, e altrettanti che non avevano assunto farmaci per la psicosi. Il periodo di riferimento va dal 1999 al 2001. Cosa è emerso? Che nei primi la mortalità a sei mesi del primo gruppo risultava superiore del 135 per cento rispetto al gruppo di chi non assumeva antipsicotici (rischio relativo 2,35). I maggiori danni sono stati causati dall’aloperidolo (rischio relativo 5,08), seguito da olanzapina (2,79), quetiapina (2,6) e risperidone (2,46).

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