Ephel Duath – On Death and Cosmos EP

ephel duath - on death and cosmosDavide Tiso ha sempre saputo cogliere l’attimo al momento opportuno, quando si tratta di sfogarsi e di reprimere ogni frustrazione attraverso una chitarra elettrica e in generale un suono bello pesante. Non hard rock, non crossover, ma il metal è la soluzione più appropriata da adoperare come forma di espressione, sin dal lontano 2000, quando la “Phormula” pubblicata nello stesso anno non si è rivelata per niente errata, ma una sequenza d’ingredienti utilissima per quello che è il “lato pesante” dello stivale, facendo sì che lo sviluppo di “The Painter’s Palette”, “Pain Necessary to Know” e “Through My Dog’s Eyes” avesse poi luogo con gli anni. Nel suo caso, in quanto mente principale degli Ephel Duath, dopo circa tre anni di pausa, bisognava pur prendere la decisione di riprendere in mano cotanta fase della propria vita e scrivere un nuovo capitolo.

Capitolo che, non a caso, ha il suo punto di partenza nell’inaugurazione di un ciclo differente proprio all’interno di chi respira e sente il progetto. Addio (o arrivederci?) a Luciano Lorusso George, benvenuta Karyn Crisis, nuova compagna di vita e di musica. Queste le prime premesse affinché si possa dare vita ad un EP come “On Death and Cosmos“. Se poi alla line-up si aggiunge Steve DiGiorgio, bassista che vanta un vasto curriculum in quanto a collaborazioni, e si conferma Marco Minnemann, già in linea da dopo l’allontanamento di Andrea Rabuini (e Davide Piovesan), allora i propositi ci sono tutti perché la creazione possa vedere la luce.

Che gli Ephel Duath, come gli Zu o gli Ufomammut, avessero dalla loro parte la creazione di un proprio stile, dall’immediato tiro, di quelli che si sanno come abbinare ai reciproci proprietari, si era già intuito (ne sa qualcosa anche chi, in passato, ha parlato di jazz metal). Ma quel che emerge da queste nuove tre composizioni è una sorta di suite che fa da punto d’incontro tra avant-garde, progressive e death. Avant-garde è l’ostica entrata in scena di Black Prism, l’oscuro ed affascinante andamento, abbellito da un improvviso sdoppiamento di voci, contrapposto al lento calar delle luci a cui si sussegue il drumming di Minnemann. Progressive è il morbido primo minuto che introduce Raqia, con un DiGiorgio il cui basso lascerebbe intuire la presenza di tutta un’altra atmosfera, ma che si tramuta in illusione, come intuibile dal suo proseguimento. Una simile svolta non sarebbe dispiaciuta ai primi Opeth, o magari anche a quelli di “Blackwater Park”. Death è la tempesta di Stardust Rain che si abbatte al suono dei riff di Tiso, su quello stesso terreno da sempre appropriato per Karyn, sempre pronta a liberare tutta la sua verve, che la rende, per certi versi, una figura androgina non solo dentro la band, ma dentro tutto il mondo metallico. Mentre il cosmo mostra le conseguenze di quanto appena udito dalle sue orecchie. O, quantomeno, quelle degli abitanti.

Perché “On Death and Cosmos” è un pesante macigno interstellare che stende in pieno l’ascoltatore, e necessita più di un singolo ascolto per essere compreso appieno. Un ritorno come questo, sperando non sia solo sotto forma di EP, era necessario. E il nucleo dello stivale pesante, ancora una volta, ringrazia.

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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