Drago – Parte 2°: un racconto di Emanuel J.Winter

Drago. Erano già passati due giorni dall’inizio della scalata e il freddo aveva iniziato ad essere così intenso da indolenzire gli arti, persino con le tute imbottite di protezione.

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Kristian

Kristian si pulì i paraocchi dalla neve. Erano già passati due giorni dall’inizio della scalata e il freddo aveva iniziato ad essere così intenso da indolenzire gli arti, persino con le tute imbottite di protezione. Aggrappati ad una corda di metallo, stavano scalando una parete di ghiaccio, sotto di loro c’era il vuoto, nascosto dalla tormenta di neve.

«Non guardate… è molto meglio se non lo fate» Disse Kristian ad uno dei ricercatori.

Li aveva guidati fino a quel punto, ma l’obiettivo era la vetta. L’ossigeno iniziava a scarseggiare e la stanchezza era sempre più accentuata. Poi finalmente Kristian alzò lo sguardo e riconobbe la vista davanti a se. Quella era la parete dove i suoi compagni erano morti e fu assalito dall’insicurezza.

«Non pensare ai tuoi sbagli Kristian» Gli disse James sorridendo da sotto il passamontagna. «Vuoi tirarti indietro adesso? Se vuoi davvero quella vetta, se vuoi davvero raggiungere il tuo sogno, allora non guardarti mai indietro, prosegui e ignora tutto il resto»

L’urlo incessante della neve fu mischiato al grido dei suoi compagni, che echeggiava nei suoi ricordi. Kristian soppresse il suo dolore e affondò la piccozza nel ghiaccio proseguendo.

Ogni volta che lo faceva, ogni volta che si faceva strada verso l’altro, la dove aveva fallito, la dove i suoi compagni lo avevano lasciato, i ricordi si facevano sempre più intensi. Il ghiaccio era colmo di quella empatia, macchiato da un sangue invisibile, da una disperazione lontana. Per quanto tempo aveva soppresso quel dolore dentro di se? Per quanto ancora avrebbe dovuto continuare a vivere così? E ancora una volta si fermo… ricordò i sorrisi dei suoi amici, tutto il tempo passato assieme a sognare la vetta. La neve aveva aumentato la sua intensità, la bufera era così violenta che sembrava volerli scaraventarli via. Kristian stava piangendo, ma le sue lacrime si erano congelate, poi chiuse gli occhi e con decisione oltrepassò quella frontiera. Scalò verso l’alto, senza pensare a nient’altro, dando indicazioni ai suoi compagni. Era determinato a salire e alla fine lo vide… le nuvole lo celavano aldilà della tempesta ma riuscì a distinguerlo. Era il suo obiettivo, la sua più grande aspirazione. Una gioia mai provata iniziò a pervaderlo in un piacevole abbraccio di calore. Rise commosso e guardò il cielo azzurro oltre le nuvole. «Ci siamo!» Esclamò. Erano arrivati e una volta li si alzarono in piedi e osservarono il mondo. Era tondo, circondato dal bianco e dalle nuvole. Un luogo dove le falsità, il dolore, i problemi di tutti i giorni erano soltanto un ricordo lontano. Kristian allargò le braccia e si lasciò abbracciare dal vento gelido, poi tirò fuori la foto dei suoi compagni e la fissò.

«Ragazzi, spero che da qui riuscite a vedermi un po’ meglio… cel’ho fatta. Dopo tanto tempo, sono qui. Avrei voluto che ci foste anche voi a guardarlo…»

James gli poggiò una mano sulla spalla. «Gran bel lavoro Kristian…»

Lui si voltò e vide i suoi compagni annuire e gioire. «Chi siete voi? Perché mi avete portato qui?»

James indicò il panorama «Il Drago ci ha portati qui Kristian…»

Una intensa luce si sollevò dalle nuvole. Era il sole che sorgeva e brillava come nessuno lo aveva mai visto prima. L’ultima cosa che Kristian ricordò è che la foto che teneva tra le mani gli scivolò via dalle dita, lasciandola trasportare al vento.

Hyrma

Il giorno dopo Hyrma si avvicinò timidamente all’entrata della biblioteca. Un luogo costantemente pattugliato dalle forze di sicurezza di Los Angeles, alla costante ricerca dei Retroattori, considerati terroristi e pericolosi per la stabilità della società. Quell’edificio era l’unico a non essere stato ristrutturato, aveva un aspetto trascurato, sporco e le piante rampicanti avevano conquistato quasi del tutto le mura di pietra tutt’attorno al perimetro. Hyrma salì le scale e aprì la porta che cigolò echeggiando nel complesso interno. Ad accoglierlo c’erano migliaia di scaffali e libri antichi, ricolmi di polvere e sporcizia. La pioggia aveva persino penetrato il lucernario di vetro sul tetto e sgocciolava a ritmo di metronomo. C’era un rosone più avanti, quel luogo doveva essere stata una chiesa nei tempi antichi e trasformata in seguito nel tempio della conoscenza. I colori a mosaico, penetrati dai raggi solari, illuminavano il suolo dove vi era un aiuola con dei fiori di loto.

Hyrma avanzò un passo alla volta e osservò quel luogo, dove un tempo gli studiosi antichi si riunivano per studiare.

«Ciao Hyrma» Una voce famigliare lo accolse e lui si voltò spaventato.

«Scusami, non volevo spaventarti, sono felice che tu abbia accettato l’incarico. Stavi cercando questo?» L’uomo davanti a se aveva il cappuccio, proprio come lui e stringeva tra le mani un libro.

«Chi sei? Come sai il mio nome?» Gli chiese Hyrma intimidito.

«Sono l’Oracolo, uno dei tanti… non mi hai mai visto in volto, ma la mia voce dovresti averla riconosciuta»

«Eminenza… cosa ci fa qui?»

«No ti prego… non chiamarmi così qui. In questo luogo non conta più a nulla il nostro status, siamo tutti uguali e infatti…» L’Oracolo si scoprì il volto e si mostrò a lui un giovane albino dagli occhi rossi e i capelli bianchi come la neve. «Piacere di conoscerti Hyrma io sono Omar…»

Hyrma rimase immobile a fissarlo e non disse nulla. Ogni suo sentimento, ogni suo pensiero era celato da quel cappuccio ed era pressocché impossibile capire cosa stesse pensando, ma Omar sorrise.

«So cosa stai pensando Hyrma… hai paura di mostrarti, di mostrare il tuo dolore a chi non può comprenderti. Vivi in una società dove piangere è proibito, dove soffrire non è una cosa normale, ma non devi più trattenerti adesso… qui in questo tempio, finalmente potrai essere te stesso…» Omar consegnò il libro tre le mani di Hyrma e per la prima volta nella vita sentì la ruvida carta sulle sue mani. «Quella in cui sei vissuto fin’ora è un luogo dove la felicità era solo apparente. Non devi vergognarti della tua sofferenza, non devi più trattenere le lacrime. Vieni con noi… il Drago ha bisogno di te Hyrma, tutto questo è per il suo volere…»

Hyrma guardò il libro tra le mani, dove erano scritte una serie di vecchie favole, le stesse che gli raccontava sua madre prima che lei morisse. Senza trattenersi Hyrma si lasciò andare al pianto e abbracciando il libro, per la prima volta si sentì libero.

Laura

Nella tranquillità della notte un rumore la svegliò. All’inizio fu impercettibile, ma alla seconda volta lo sentì chiaramente. Qualcosa aveva colpito la sua finesta. La sua stanza coperta dal manto della notte, era schiarita solamente dalla luce diafana della la luna piena, che osservava placida dall’alto. Lentamente Laura si alzò da letto e spaventata si avvicinò alla finestra, scansando la tenda. C’era qualcuno di sotto che stava lanciando delle pietroline: un bambino, lo stesso che Laura aveva visto quella mattina. Lei aprì la finestra e si affacciò.

«Che stai facendo?» Gli domandò a bassa voce Laura, per non svegliare i suoi genitori.

Il bambino sorrise e gli mostrò una corda «Te lo lancio ok? Afferrala…»

«Cosa? No! Aspetta…»

Ma il bambino la ignorò e lanciò la corda che entrò direttamente nella finestra. Laura prese l’altro capo della fune e guardò il bambino basita.

«Su legala al letto e scendi…» Disse il bambino.

Per un paio di secondi Laura guardò la sua stanza e poi tornò a fissare il fanciullo che gli sorrideva.

In quell’istante lei si chinò e fece un nodo sulla giuntura del letto, qualcosa dentro di lei gridava libertà, ma un’altra parte di lei aveva paura. Ma alla fine, nonostante l’ansia che gli scavava nel petto, si calò dalla finestra con la corda e per la prima volta in tutta la sua vita sentì il tatto dell’erba sotto i suoi piedi scalzi.

Sorrise e felice fissò il bambino che gli porse la mano. «Vieni… il Drago ci sta aspettando»

«Il Drago?» Gli chiese Laura confusa.

«Lo vedrai! Vieni…» Il bambino prese la mano di Laura e la trascinò nella buia foresta.

Non aveva mai provato una gioia così immensa nella sua vita. Stava correndo sui prati come aveva sempre desiderato, gli sembrava una favola poi però all’improvviso il vento gli scosse i capelli biondi e lei si fermò liberandosi dalla presa del bambino. Si voltò e vide due persone a distanza:

sua madre e suo padre. La stavano fissando con sguardo severo e Laura sapeva di aver violato le regole. «Laura…» Il bambino la chiamò e lei girò lo sguardo verso di lui «Non avere paura, non incatenare la tua volontà. Puoi fuggire se davvero lo vuoi, non serve importi dei limiti. Sei libera… e se ora sceglierai di nuovo loro, le cose non cambieranno mai»

Laura si voltò di nuovo verso i loro genitori e poi guardò ancora il bambino. Era indecisa, aveva paura, ma quando guardò nuovamente sua madre e suo padre erano scomparsi. In quel momento, Laura finalmente capì qual’era la scelta che doveva fare. Non aveva mai osato violare le regole imposte dai suoi genitori, era sempre vissuta sulle loro ombre, con la paura delle conseguenze, ma in realtà era perfettamente libera di scegliere cosa fare nella sua vita. Così Laura guardò il bambino che gli porse la mano e lei sorridendo la afferrò e assieme corsero via nella foresta.

Richard

Non appena Richard entrò nel cimitero si sollevò una folata di vento arido, come se i morti si fossero appena agitati dalla presenza di uno sconosciuto nel loro territorio. Avanzò in avanti e abbassando il fucile tirò fuori un dispositivo radar per rivelare i suoi obiettivi. Il segnale era buono e un suono ripetuto gli fece capire che si trovava molto vicino a ciò che cercava. Cercò lapide per lapide, accompagnato dal gracchiare di un corvo nero,  finché il dispositivo non iniziò a ridurre gli intervalli dei suoni. Richard si chinò sulla lapide e lesse i nomi incisi sulla pietra di marmo: Alena e Alex Freeman. Richard posò il fucile e il dispositivo e toccò la lapide sconvolto di ciò che aveva appena letto. Quelli erano il nome di sua madre e suo padre, e a differenza delle altre tombe c’era un fiore di Loto poggiato sul terreno. Richiard si sbottonò la maschera anti-gas e la rimosse sorridendo commosso, toccando ancora la superfice del marmo.

«Mamma… Papà… siete stati sempre qui non è vero?» Disse col cuore in gola.

Tredici anni da solo, tredici anni senza mai dire una parola. Aveva persino dimenticato quale fosse la tonalità della sua voce, ma in realtà non era mai stato da solo… i suoi genitori, i suoi cari, i suoi amici erano sempre affianco a lui e vivevano per sempre nelle sue memorie. Ora la sua missione per il Drago aveva tutto molto più senso. Il motivo di tutto ciò, era quello di lasciare un segno tangibile, qualcosa di positivo, su quel mondo ormai in rovina. Così quando quel giorno, in cui anche la sua vita sarebbe stata reclamata, il mondo lo avrebbe ricordato come un benefattore, come colui che aveva contribuito a costruire qualcosa di positivo. Richard prese dunque il fiore di loto e lo chiuse in una busta impermeabile da laboratorio, dopodiché restò affianco ai resti dei suoi genitori, vegliando su di loro per tutta la notte.

Zack

Quella mattina Zack si alzò più tardi del previsto. Fece una doccia, sorseggiò il suo caffe e poi si lavò i denti come di routine. Per la sua testa non vi era alcun pensiero positivo. Aveva letto su internet che il malumore e la sensazione di fallimento era soltanto un illusione della mente, ma ci credeva ben poco. Quel vuoto dentro di lui era sempre più largo e aveva semplicemente voglia di mollare tutto e di trovarsi un lavoro decente e magari mettere su famiglia. Ma all’improvviso qualcuno suonò al suo campanello. Zack si chiese chi fosse a quell’ora e andò alla porta aprendola. Dall’altro lato c’era un uomo di mezz’età, molto elegante, dai capelli bianchi ben pettinati.

«Buongiorno signor Mcnair, mi chiamo Jason Redwood. La disturbo?»

«Jason Redwood?» Domandò Zack sorpreso «Lei era il festeggiato del locale di ieri sera?»

L’uomo sorrise gentile «Sono proprio io… sono venuto a parlarle di una cosa che potrebbe interessarle. Posso entrare?»

Zack si fece da parte e lo lasciò entrare.

«Vengo subito al dunque» Disse l’uomo «Le interesserebbe esibirsi nuovamente questa sera? Ma in un luogo molto speciale. Il London Pavillion, uno dei più prestigiosi teatri di Londra»

Zack rise appena «Sta scherzando vero?» Disse incredulo.

«Non scherzo affatto signor Mcnair, le sue melodie, le sue musiche, sono uniche e rare. Qualcosa che non sentivo da molti, moltissimi anni a questa parte. Forse non ve l’ha detto nessuno signor Mcnair ma lei è un pianista di talento e sarebbe uno spreco non sfruttare questa sua speciale latenza»

«Nessuno apprezza davvero la mia musica signor Redwood» Disse Zack «Nessuno è davvero interessato alle mie melodie»

«Questo non ha importanza signor Mcnair» Rispose lui sorridendo cordiale «Lei è felice quando suona? Lei si sente completo quando preme quei tasti? Pensa davvero che quello che lei fa e riprodurre semplicemente note? Non importa cosa pensano gli altri signor Mcnair, lei non deve dimostrare niente a nessuno. Non tutte le orecchie sono fatte per ascoltare la sua musica e se ne deve fare una ragione. Sopratutto di questi tempi bizzarri no? Ma io sono qui e non voglio lasciarle perdere questa opportunità. Molti potrebbero non apprezzarla, ma io la sto pregando di suonare in uno spettacolo più appropriato. Non è questo ciò che ha sempre desiderato?»

Quella sera Zack era dietro le quinte del backstage. Era vestito in una maniera molto sfarzosa, ma sentì che quel luogo era dove davvero apparteneva. Si, era abituato a suonare in pubblico, ma quando vide la Regina d’Inghilterra, i suoi figli e nipoti sedere in prima linea si sentì bollire il sangue dall’emozione. Seguì un attimo di silenzio, fissò i tasti del pianoforte con una placcatura in madre perla di un fiore di Loto, e improvvisamente, chiudendo gli occhi, la sua mente si svuotò. Quella sera Zack suonò una delle sue più belle sinfonie. Mise in quei tasti, in quelle che per la maggioranza delle persone erano soltanto note, i più forti sentimenti che aveva mai provato in vita sua. Si sentì vivo, si sentì bene e libero, sorrideva e si muoveva a ritmo di sensazioni e note e quando il dito si poggiò sull’ultima nota sospesa, il pubblico lo accolse in tripudio.

Zack era confuso, stordito, commosso. Riuscì solamente a inchinarsi più volte e sorridere.

Quando tornò al backstage, il signor Redwood gli diede una pacca sulla spalla e annuì fiero.

«Il Drago ha scelto proprio bene signor Mcnair…»

Ma cos’è realmente il Drago?

Sono i legami, il respetto delle volontà, dei sogni e degli obiettivi.

Sono le paure, le sofferenze, le emozioni.

Sono le insicurezze, i dubbi, il voler essere liberi di scegliere.

Sono i nostri cari, le nostre memorie che mai ci abbandoneranno, sopratutto nei momenti di disperazione.

E sono anche gli ideali, le opportunità, la perseveranza, la paura di essere giudicato.

Ma sopratutto, il Drago sei tu…

Che esisti dall’altra facciata di queste parole.

Che semplicemente hai concluso ogni storia nel modo che hai desiderato.

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Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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