O – Il vuoto perfetto

È un progetto ambizioso quello degli O, band biellese nata dalle ceneri (dalla lunga mano del tempo, mi verrebbe da dire) di altre band tra le quali ricordo i Deprogrammazione, all’epoca già alle prese con una foggia di metal estremo che pescava un po’ da tutte le parti.

Li ricordo con piacere dividere uno split con i postcorers Hungry Like Rakovitz, bergamaschi con la passione per il grindcore e il groove assassino calibrati in ugual maniera. Su quello split gli O ci facevano una figura incredibile, anche se solo con due pezzi. Una formula innovativa ed originalissima nata affidando le liriche all’italiano, la voce ad uno screaming che più che al black guarda a certo crust-grind (pensate agli ultimi Cripple Bastards, ormai vincenti alfieri accasati addirittura presso Relapse) e la resa sonora ad unamalgama piacevolmente testimone dei tempi che corriamo. Con loro farei volentieri le stesse riflessioni che a tempo debito ho fatto per The Secret (e, volendo, pure The End of 6000 Years). Ormai star lì a spaccare il capello in quattro cercando di risalire la corrente delle influenze più massicce (“chi me piglia p’ francese, chi me piglia p’ spagnola…”), più o meno dichiarate o cosa, è poca roba.

Io ci vedo tanto hardcore moderno, figlio delle esperienze convergiane dei dischi a cavallo tra “When Forever Comes Crashing”, “Jane Doe” e qualcosa di più recente, il tutto servizio di una formula piana e giocata molto sul groove e sui toni bassi. Ci vedo il black metal ‘evoluto’ di recenti gruppi sfrontatamente disinibiti nell’esibire la maglia dei Wolves in the Throne Room, la toppa dei Wolfpack e gli occhialoni che hanno imparato a portare leggendo i testi dei Neurosis o simili. Ci vedo l’umor nero di quei gruppi post-hardcore che hanno a loro volta scoperto mille derive oscure nel crust apocalittico suonato da innumerevoli band coeve. Ci sento la lapidea durezza di aspre parole e il lirismo dell’inossidabile metal estremo di sempre. Arpeggini slayeriani accanto a impennate tra black metal e grindcore.

Un disco che non è un concept, perché se lo fosse la vita e la sua quotidiana consunzione sarebbero il tema centrale. Una band che affida al buon Riccardo “Paso” Pasini la manipolazione analogica dei suoi suoni col risultato ottimale di una resa autentica e di una fedeltà al “vuoto” che riempie i solchi del disco. Pura atmosfera unita alla compressione tutta fisica e miseramente umana delle derive grindcore di pezzi come L’inizio.

Un packaging che fa il paio con la circolarità del concept ultimo della band (a partire dal nome), che accoppia con maestria l’idea primordiale del disfacimento delle cose umane e la esalta con una foto, posta in copertina, che resiste all’affanno del tempo, pronto ad inghiottirla.

A pensarci bene, un cerchio come concept più che logo di una band era già stato utilizzato dai seminali Germs, segno che la fascinazione per tematiche (nietzschiane?) come il “tempo che (non) ritorna” è dura a morire.

Nunzio Lamonaca per Mag-Music

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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