My two cents#8

In questo numero: Gli Insipienti, Shinin’ Shade, Il Triangolo, Tears|Before, Melatti, The Villains, Gea, Oratio, Tobia Lamare & The Sellers, New Candys.

Gli InsipientiL’invenzione del cavallo EP (Autoproduzione)

Premere “Play” e ritrovarsi dopo meno di un minuto il “Si… può… fare!” di “Frankenstein Junior”, mentre incombe come apertura del primo EP dei campani Insipienti, quintetto il cui repertorio è all’insegna del sollazzo, del gioco, del tempo da ammazzare quando necessario. “L’invenzione del cavallo” nasce proprio con l’utilizzo di questo genere d’ingredienti, che vanno a formare cinque tracce, a loro volta nove con gli intermezzi, introduzione di cui sopra inclusa. Grazie in particolare al tono dissacrante di Gianni Bardi vengono fuori dei Jesus Lizard per nulla restii ai francesismi o agli schizzi di follia espressi attraverso una specie di nastro a fiato, con tanto di finale finto ecclesiastico (Mi fa cacare), pronti ad interrogarsi sulle tematiche del brutto e del bello (Effetti del narcisismo) e sul primato del raggiungimento della Luna (L’uomo sulla Luna) o a improvvisarsi come padri di famiglia con una drum-machine che fa capolino per caso (Mio figlio), prima di sfociare in una sbronza in cui gli effetti collaterali altro non sono che risate (Ho bisogno di sfamare la mia sete). Non entrerà di certo negli albori della musica made in Italy, ma come mezzo di evasione ci sta, vista la sua simpatia.

Gustavo Tagliaferri

Shinin’ ShadeSlowmosheen EP (Moonlight Records)

Fondere diversi generi e tirarne fuori qualcosa di nuovo non è mai facile. Ma l’impresa è riuscita, e anche bene, agli Shinin’ Shade, quintetto proveniente da Parma. Dopo un full-length omonimo rilasciato nel 2010, nel 2012 arriva l’EP “Slowmosheen”, banco di prova per la nuova vocalist Jane Esther-Collins. In soli quattro movimenti, la band si avventura in sentieri inesplorati, selve oscure e antiche rovine dove le voci e gli strumenti possano echeggiare furiosamente. Più che un tuffo nell’abisso, l’antipasto In the Darkness sembra più un’esplosione di luce che squarcia le tenebre: la voce di Jane è sensuale e allo stesso tempo energica, perfetto complemento per una sezione strumentale che passa da arpeggi e incastri melodici a momenti di pura rabbia metallica. Lungo le quattro tracce dell’EP si dipanano e vengono alla luce i diversi filoni musicali che compongono il sound della band. Dal prog dei Riverside al rock/stoner psichedelico old school (In the Darkness, May you rest in slowmo), da passaggi di chitarra distorta che fanno il verso a J Mascis dei Dinosaur Jr. (Square the Circle) fino ad atmosfere musicali e vocali che riportano alla mente i migliori Anathema ({Day} – Eye). Insomma, ce n’è davvero per tutti. E per una volta è davvero bello sapere che certi piccoli gioiellini vengano fuori dalla complessa scena italiana. Aspettiamo con ansia il prossimo full-length.

Dario Marchetti

Il TriangoloTutte le canzoni (Ghost Records)

Vintage. Quello che emerge subito ad una prima ed immediata occhiata a questo lavoro, per quanto riguarda artwork e titolo. Ma per essere l’esordio di tre reduci dal punk e dal post-core come Marco Ulcigrai, Thomas Paganini e Mauro Campoleoni non è fondato solo su questa caratteristica. “Tutte le canzoni” è un’ulteriore attualizzazione di periodi che vanno sempre tenuti sott’occhio, e uno dei brani della lista dice già tutto: Nessuna pietà per quelli che odiano gli anni ’60. E se il brano di lancio “Le forbici” rilascia echi di Corvi e Rokes, è il western ad avere una grande valenza con la cavalcata “Canzone Per Un Soldato” prima e le trombe mariachi di Johnny dopo. Come anche il surf ribelle di Quando Isacco gridò contro il popolo o persino l’intima Una sola preghiera, per non parlare di quando viene da cantare la “Carmen” bizetiana, appena incombe Canzone per una ragazza libera. Più pulpiana è La primavera, mentre Battisti è l’unico episodio che si avvicina a quanto già provato da colleghi come i Baustelle. Ad uscirne, complessivamente, è un esordio sorprendente, con il quale il trio di Luino, quando si è trattato di scegliere la strada più appropriata, ha dimostrato di non aver preso alcun granchio.

Gustavo Tagliaferri

Tears|BeforeMinus (Autoproduzione)

Circa due anni fa, di questo periodo, recensivo “Reversal”, primo EP dei bellunesi Tears|Before. Ne rimasi piacevolmente sorpresa. Un EP che iniziava con una citazione ad “Old Boy” e così si imponevano come speranza italica, uno di quei gruppi di cui non avresti mai avuto dubbi e che ti riempiva di aspettative. Oggi mi arriva il loro primo full-length e le aspettative son state rispettate tutte: i Tears|Before continuano il loro cammino sulla stessa strada “spaccatutto”; otto tracce piene di hardcore (l’influenza dei Converge e dei Botch si fa sentire) dove picchi noise (da leggersi Unsane) sono sapientemente inseriti. Un attimo di tregua si nota con Pavillion, Home e Vibes, tre tracce di ispirazione più cupa e melodica che ci getta con violenza in un clima totalmente ambient. Se ve li ricordavate violenti, non sbagliavate. Questo rappresenta un ottimo esordio dei Tears|Before. Amateli, perché c’è da andar fieri d’avere un gruppo così; i bellunesi prendono la tradizione americana e la frullano con i fagioli Lamon e polenta per regalarci un disco da lasciar senza fiato. La dimostrazione che gli autoprodotti fanno sempre di meglio.

Eliana Tessuto

MelattiQuando le ore e i minuti sono uguali EP (Delta-Top)

Una volta tanto, il pop d’autore. Di quello sincero, che porta ad andare oltre il secondo ascolto e non tende all’autolesionismo e al sapore nullo tra le papille di chi lo sta assaporando. Alberto Fiori e i suoi Melatti (nome che omaggia la madre) sembrerebbero non essere mancati all’apprensione di esso, con la pubblicazione di un EP. d’esordio come questo “Quando le ore e i minuti sono uguali“. Cinque brani che ondeggiano tra Franco Battiato e i Radiodervish, musicalmente e testualmente: oltre al brano di lancio, L’uomo più fortunato, la reincarnazione che si fa tutt’una con una compagnia mai mancata, c’è uno sguardo all’universo che porta all’allontanamento da tutti i dogmi e ad un continuo avvicinarsi a ciò che è reale (E così è l’amore), un dolce tappeto su cui scorrono le note di un pianoforte e un morbido synth, vie di espressione di un innamorato (Sono davanti a te), l’”Empatia” che lo accomuna con la sua anima gemella e persino un non meno importante contributo firmato David Rhodes, e rintracciabile in Avanzo, i cui archi sono un tessuto che sa come intonarsi alla chiave di lettura del lavoro. Premesse molto interessanti, augurandoci che il rosa delle nuvole della copertina coincida con il futuro.

Gustavo Tagliaferri

The VillainsHere Comes the Villain EP (Forears)

Le strade buie di periferia a volte nascondono bunker post-punk e scossoni dark wave che ti prendono alle spalle alla sprovvista. È l’esordio di una band modenese, i The Villains, che consta di cinque tracce adrenaliniche, il loro modo di sbatterci in faccia direttamente quello che gli passa per la testa. “Here Comes the Villain” spazza via la timidezza e fa rumore, tanto rumore quanto quello che fuoriuscirebbe da un garage di uno stacanovista, un garage che sputa fuori quattro teppisti armati di strumenti (tastiera, basso e batteria) e sparano a raffica per quindici minuti fino a quando, stremati a terra vi lascerete convincere che hanno vinto loro. Personalità energica, voce sporca e carismatica, riff a scandire il tempo. Una cittadina di provincia si trasforma, nella notte, in una pericolosa metropoli dominata dai quattro cattivi di turno (Georgia Minelli, Davide Tebaldi, Luca Bagatti e Riccardo Cocetti). Occhio ai cazzotti psichedelici!

Carmelina Casamassa

GeaAlle ore blu (Santeria)

Ancora in viaggio, con tanto di videoclip avente come protagonisti un simpatico pupazzo (lo stesso della coetanea Cocktail) e una ruota mai intenta a fermarsi, non è una canzone che ricorderanno in molti. Ma qualcuno sì. Quel pizzico di simpatia in connubio ad un suono duro e rockeggiante rispondeva al nome di un trio bergamasco di nome Gea, da diversi anni di nuovo in carreggiata. Se “From Gea with Love”, del 2009, è stato l’inizio della ripartenza, questo “Alle ore blu” è da considerare come una continuazione dove capita di tutto e di più. Stefano Locatelli passa da una voce di stampo marleniano (Potato Republic) ad una più pelùiana (Peep Hot), fino al raggiungimento di un vero e proprio equilibrio, mentre a sollecitare il tutto sono momenti come lo stoner di As It Is, lo stop and go della title-track, la waitsata meta-elettronica di Single Malt Nightmare, le avvolgenti pause di Dèmodè e il salto nel vuoto di Mid air Dance, tra le cose maggiormente riuscite. Sì, c’è anche qualche calo, come nel caso di Besgatobe, ma complessivamente quella che si ha di fronte è un’opera più che dignitosa, per un gruppo che, sin dai propri albori, è sempre stato senza pretese.

Gustavo Tagliaferri

OratioDiscorrendo senza ratio (Malintenti Dischi/Disastro Records)

Bastano le prime note di Credi in me per sentirsi quasi catapultati in una festa liceale anni ’60, luci soffuse, gonne svolazzanti e balli petto a petto. Si apre così, con una vena romantica un po’retrò, questo nuovo lavoro di Oratio, lavoro che si pone come obiettivo quello – messo già in atto da artisti come Colapesce – di mescolare cantautorato italiano e sonorità di più ampio respiro internazionale. Ed effettivamente alcuni pezzi (come Scegli il vizio, Etnagigante o la bellissima Un posto sconosciuto, che chiude il disco) centrano perfettamente il bersaglio affiancati da interessanti momenti di intimità e delicatezza di tracce come Sonno stregone e Ct/Pa. Uniche, minuscole pecche in questo lavoro adorabile sono certi episodi e certe “sillabazioni” (il “taritata” ne Il laccio, per fare un esempio) un po’ troppo à la Brunori Sas/Dente; nel complesso, però, “Discorrendo senza ratio” merita il riconoscimento d’essere un disco ben fatto e più ispirato di molti altri lavori neo-cantautoriali partoriti dall’attualmente floridissima scena musicale siciliana.

Annachiara Casimo

Tobia Lamare & The SellersAre You Ready for the Freaks? (Lobello Records)

Dopo il debutto avvenuto con “The Party”, ecco riaffacciarsi sulle scene Tobia Lamare e i suoi Sellers con un nuovo album, ancora una volta reso caratteristico dagli stimoli provenienti dal territorio (quello vero e quello voluto), dagli stili, dalle sembianze e da un immaginario che va dal caldo delle estati salentine a quello del Tennessee visto come luogo da cui attingere e lasciarsi ispirare, passando per il surf e per la frenesia che copertina e titolo stessi lasciano intendere. Il nuovo “Are You Ready for the Freaks?” si allontana in parte dalle coordinate country (inteso all’americana, tout court) del disco precedente muovendo, invece, verso un approccio dalle ali più grandi che va dalla grinta indie-rock dell’iniziale Step by Step a quella più classicheggiante di The Last Love Song, dalle melodie soffici che si incontrano in Lemmings ai toni carezzevoli e nostalgici di Lisa. O ancora ci si ritrova tra rimandi più o meno classici ai vari Bob Dylan ed altri in cui si assumono pose Wilco (si veda Drive Me Back) o piccoli intrecci psichedelici. Il tutto con un approccio, come già detto, un po’americano ed un po’ europeo; tra armoniche, lap steel guitar e cori (anche gospel nella title-track) ad impreziosire le più classiche chitarre, basso e batteria. Un disco fuori dalle mode e, credo, piuttosto onesto. E poi, basta farsi un giro estivo dalle sue parti per verificare quanto, tra serate e dj-set, questo personaggio smuovi le acque qui presenti. Power (folk) from Salento.

Davide Ingrosso

New CandysStars Reach the Abyss (Foolica Records)

Accendemmo le lampade e seguimmo un banco corallifero in formazione: la luce, giocando tra quegli alberi vivamente colorati, produceva effetti fantastici e i ramoscelli di corallo sembravano tremare sotto la carezza dell’acqua” (Jules Verne). Il loro EP del duemiladieci era stata una vera scoperta e si era candidato a presupposto solido per un buon futuro. Ora arriva questo “Stars Reach the Abyss”  e i New Candys si confermano una delle realtà italiane più interessanti. Foschie cupe che si tingono di trip psichedelici “à la Horrors” e un immaginario lisergico e allucinato accompagnano l’ascoltatore in una dimensione fluttuante in cui a tratti galleggiare irradiati da una luce particolarmente limpida, a tratti perdersi in fondali profondi e impenetrabili. Ritmi incalzanti e martellanti per testi (in inglese) che, inevitabilmente, s’imprimono nella memoria (soprattutto Hand Chain Dog, pezzo-bomba d’apertura, e Dry air Everywhere) e un packaging bellissimo ed esplicativo, realizzato da due degli stessi componenti del gruppo. Un lavoro ben fatto e curato nei dettagli, imperdibile.

Annachiara Casimo

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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