Stefano Testa – Il silenzio del mondo

Il sepolcro del prog può essere complicato da esplorare e liberare da quintali di polvere e ragnatele accumulatesi nel giro di qualche decennio. Là, nella zona destinata a coloro che sono stati delle meteore, possono però venire fuori diverse sorprese, gemme che hanno luccicato all’insaputa dei più e che sono pronte a fare altrettanto al giorno d’oggi. Un’operazione che parte da Messina, casa base della Snowdonia dischi, si dirige alla volta della Sicilia del reduce dalla Cramps Andrea Tich (“Siamo nati vegetali”) e adesso si sposta a Roma, il cui interessato altri non è che Stefano Testa, classe ’49, il cui “Una vita, una balena bianca e altre cose” è diventato con gli anni una chicca per pochi, poi, parentesi Boogaboo a parte, assieme al clarinettista Tony Scott, l’oblio.

Il silenzio del mondo” è la fine di uno stato d’ibernazione perdurato una ventina d’anni, tempo del quale si è usufruito per rendersi spettatori di un passaggio dal rurale all’urbano, la campagna che oggi si vede testa a testa con la città, la consapevolezza che è ancora possibile riuscire a conciliare determinati ambienti e periodi senza creare dei pastiche di scarsa valenza.

È già un po’ chansonnier un po’ menestrello quello che, alla luce del sole, si accorge che “Domani è festa“, trovandosi in bilico tra il passato e il presente, mentre quello che canta è un “Sabato del villaggio” in chiave metropolitana, dove alle donzellette e agli zappatori di Leopardi si sostituiscono il “Pilù pilò” costantemente in fuga dall’uomo nero, raccontato da quello che potrebbe essere il Renato Zero dei tempi che furono, una Magioel in cui si riconosce il Michel lolliano di oggi, ma in una visione più ottimista, come anche da finale, e la semplicità autoriale di una visione come quella de La ballata dell’angelo svogliato, uno dei punti di maggiore rilievo, come anche un’altra ballata, quella Della città felice, che non dispiacerebbe a Ivano Fossati.

Il faccia a faccia si denota anche nelle nuove tecnologie sonore. Il rapporto tra Testa e l’elettronica dà già dei frutti belli che maturi, in particolare nella scanzonata Nel vostro quartiere, nel volo dei gabbiani su cui si regge Argo soltanto, nei cori etnici che risuonano in un caleidoscopico manifesto di vita come Musica e in un Max Manfredi in chiave Zen e meno ricercata testualmente come quello di Trecento gradini. Non soccombe di certo il lato personale del nostro, quello di Metamorfosi e Una canzone banale, la cui parte arrabbiata verrà fuori una volta sopraggiunto Niente, inaspettatamente.

Quattordici brani per un album così facilmente fruibile eppure più complesso da comprendere nel giro di un istante. Quello di Stefano Testa è un ritorno in scena che gli fa solo onore, e che probabilmente non sarebbe avvenuto facilmente senza il contributo della label messinese. A rimanere è un viaggiatore sulla coda del tempo, ma con una grazia maggiore, anzi, ineccepibile rispetto a quella di Baglioni.

Gustavo Tagliaferri

Blogger, articolista. Sono un appassionato di televisione in genere con maggiore attenzione alle serie tv soprattutto americane. Scrivo praticamente da sempre prima cominciando con racconti brevi thriller e horror. Oggi scrivere è una passione ma anche un lavoro a tempo pieno. Mi occupo anche di attualità, green e lifestyle. Sono un appassionato di lettura, cinema e adoro in modo sconfinato i gatti.

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