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Blackguards 2 – Recensione

Blackguards 2

  • Piattaforme: Nintendo Switch, PlayStation 4, Xbox One, Microsoft Windows, macOS, Classic Mac OS
  • Developer: Daedalic Entertainment
  • Publisher: Daedalic Entertainment
  • Data d’uscita: 15 Giugno 2022
  • Genere: RPG Tattico, RPG Strategico, Gestionale
  • Versione testata: Nintendo Switch

Uscito nell’ormai lontano 2015, Blackguards 2 torna nel panorama videoludico di ultima generazione con un porting realizzato ad hoc per i possessori di Nintendo Switch. Il team di sviluppo dietro quest’incredibile impresa è il tedesco Daedalic Entertainment, incaricato tra le altre cose di portare in campo il videgioco d’avventura ispirato dal Signore degli Anelli, ovvero The Lord of the Rings: Gollum™.
Blackguards fu un titolo pieno di sorprese e, nonostante le evidenti difficoltà e i diversi difetti, riuscì a conquistare comunque una fetta di pubblico interessata agli RPG “puri” e classici. La domanda che sorge spontanea è se possa essere possibile la fruizione di un titolo del genere su una console come Nintendo Switch: ecco i nostri pareri in merito.

La storia è sicuramente il punto forte dell’intera produzione. Come ogni RPG classico che si rispetti, è ricca di colpi di scena e caratterizzata da un’estrema profondità psicologica di ogni singolo personaggio, con parentesi d’introspezione che sicuramente richiameranno più volte all’attenzione il giocatore.
Blackguards 2 riesce a tenere col fiato sospeso per i suoi numerosi colpi di scena e per la possibilità concreta di poter cambiare l’andamento di gioco ed il destino di ogni singolo personaggio. Cominceremo l’avventura guidando Cassia, una principessa decaduta che dovrà affrontare i corapia, dei ragni cui veleno riesce a corroderla sino a farle perdere il senno. Durante il corso del titolo troveremo i personaggi già incontrati nel primo episodio, come Naurim e Takate. L’obiettivo sarà quello di riuscire a dominare sulla regione di Mengbilla attraverso la costruzione e la creazione di quella che a tutti gli effetti potremmo definire un’anti-eroina accecata dal desiderio di vendetta e assetata di sangue. Le possibilità di scelta che il gioco ci fornisce sono pressoché infinite, alcune di queste molto più crude e aggressive di altre che ci aiuteranno a sbloccare nuove missioni, il tutto basato su un sistema di allineamento che influenzerà permanentemente la struttura del gioco e lo sviluppo del party.

A differenza dei moderni RPG, la mappa di Blackguards non è completamente e liberamente esplorabile ma è fatta di zone in cui sarà possibile avventurarsi e nelle quali andrà a svolgersi la maggior parte del combattimento o delle scelte di dialogo. Con uno stile che strizza l’occhio a quello delle graphic novel o avventure grafiche, Blackguards 2 permetterà al player di spostarsi su griglie in 3d in cui potremmo andare avanti con la storia. Novità del titolo è l’introduzione di un accampamento in cui sarà possibile acquistare armi ed equipaggiamento.
L’elemento gestionale è molto marcato e ci consentirà in effetti di diversificare di molto il gameplay attraverso battaglie campali con il classico utilizzo delle unità o anche missioni che guideremo noi stessi ed il nostro party che si svolgeranno in una dimensione sicuramente più ridotta.
Punto fondamentale e sicuramente punto forte dell’intera produzione è la possibilità di diversificare l’approccio in maniera esponenziale, ricorrendo per esempio all’interrogatorio dei prigionieri per ottenere informazioni e cambiare così approccio all’invasione.

Intricato e complesso la meccanica di personalizzazione di ogni singolo personaggio dotato di un albero abilità che ci consentirà di migliorare non solo le nostre statistiche ma anche di scoprire nuovi talenti. Resta tuttavia forse l’elemento più caotico e meno ispirato del titolo, in quanto spesso e volentieri tenderà a confondere le idee del giocatore abituato a sistemi nuovi e moderni.

La natura prettamente estetica del titolo è ciò che lascia maggiormente a desiderare. Dal punto di vista tecnico è chiaro che si tratta di una di quelle produzioni che purtroppo, pur non essendo invecchiate male, risentono dei moderni titoli RPG e verso i quali non riescono sicuramente a tenere testa. Il problema fondamentale è sulla qualità delle texture ed in generale sulla qualità delle animazioni, a volte troppo macchinose. Anche i fondali ed in generale gli ambienti sembrano essere riciclati, a volte dando l’impressione di ripetitività che in titoli dall’elevato bisogno di grinding non dovrebbe esserci.
Nella versione Switch molti di questi problemi si fanno sentire soprattutto anche a causa di una gestione di comandi non sempre ottimale, ma è encomiabile il fatto che siano state aggiunte nuove meccaniche (quelle gestionali e quelle difensive) che vanno a diversificare l’offerta. Non è solo un porting o un’impresa di remaster, è una vera e propria veste alternativa al titolo ormai vecchio.

  • Recluta mercenari, trova upgrade e costruisci un esercito indomabile
  • Trova i Vinti delle Nove Orde e scopri cosa è successo a Takate, Naurim e Zurbaran
  • Una storia con molti colpi di scena, decisioni fatali e più di 20 ore di gioco
  • Comanda fino a 20 personaggi nel tuo gruppo e conducili alla morte o alla gloria
  • Padroneggia e finisci il gioco attraverso percorsi non lineari diversi
  • Prendi decisioni che influenzeranno la tua squadra e la fine del gioco
  • Scegli i tuoi incantesimi, talenti e abilità con saggezza. Dai priorità all’offensiva o alla tattica in battaglie impegnative
  • Interagisci con il tuo ambiente e lascia crollare i muri o addirittura scopri nuovi percorsi nel tuo viaggio attraverso l’Aventuria
  • Distruggi i tuoi nemici con potenti incantesimi e abilità. Ma stai in guardia: anche i tuoi nemici possono brandirli.

Commento finale

Se siete appassionati della saga e avete giocato anche il primo titolo, consigliamo questo porting su Nintendo Switch. Offre nuove meccaniche di gioco prettamente gestionali e rappresenta comunque un lavoro piuttosto discreto, non consigliato però ai neofiti del genere per via della sua crescente difficoltà.

VOTO: 7

Pro

  • Ottima gestione della storia e della sua progressione
  • Nuove meccaniche create ad hoc per questa versione
  • Buona longevità

Contro

  • Direzione tecnica non brillante
  • Difficoltà troppo elevata per i neofiti
  • Dinamiche un po’ macchinose

Kowloon High-School Chronicle – Recensione

Kowloon High-School Chronicle

  • Piattaforme: Nintendo Switch, PlayStation 4
  • Developer: Shout! Design Works Co., Ltd.
  • Publisher: PQube Ltd
  • Data d’uscita: 18 Marzo 2022
  • Genere: JRPG, Avventura
  • Versione testata: PlayStation 4

Kowloon High-School Chronicle è la versione rimasterizzata di un titolo uscito nel lontano 2004 su PlayStation 2, in esclusiva per il solo mercato giapponese. Il lavoro dei ragazzi di Shout! Design Works Co. e la pubblicazione ad opera di PQube non poteva di certo passare inosservata, soprattutto per l’audace scelta di portare un titolo fuori dai canoni occidentali in un mercato così difficile come quello del panorama videoludico attuale.

Kowloon High-School Chronicle è uno spin-off di una saga ben nota ai giapponesi, ovvero Tokyo Majin Gakuen Denki (un dungeon crawler in prima persona) che conta all’attivo 12 titoli e una serie di merchandise e prodotti in esclusiva: manga, anime, OAV, intere fiere e mostre dedicate a quello che a tutti gli effetti sembra un fenomeno alla stregua di Persona o Shin Megami Tensei (al quale si ispira moltissimo).

La prima cosa che può essere percepita una volta avviato il gioco è sicuramente l’incredibile influenza che opere come Indiana Jones e Ghostbusters hanno apportato al titolo. Vestiremo i panni di Kuro Habaki da poco trasferitoris dalla Kamiyoshi Academy, una scuola superiore di Shinjuku. Kuro è il classico protagonista adolescente giapponese, tranquillo di giorno e rivoluzionario di notte: in realtà è un cacciatore di tesori appartenente al gruppo conosciuto come Rosetta Society cui scopo primario è quello di trovare tesori perduti in giro per il mondo. La scuola che frequenta Kuro nasconde a quanto pare uno di questi tesori riconducibili a delle rovine egizie. Qui inizierà la nostra esplorazione.

Il titolo è di natura episodica. Per ogni transizione da un episodio all’altro troveremo un’introduzione e una presentazione precisa che coprirà un intero giorno scolastico. Si tratta di una caratteristica tipica delle visual novel, soprattutto grazie alla presenza di altri personaggi comprimari che impareremo man mano a conoscere. Una volta suonata la campanella si potranno esplorare i dungeon presenti sotto al cimitero della scuola, dando il via al titolo vero e proprio e soprattutto a una delle meccaniche più importanti del titolo, nonché marchio di fabbrica: un sistema di risposta emotiva dotato di quattro categorie e due intensità che consentirà ogni volta di dare ben otto risposte diverse.

Il sistema di risposta emotiva, un po’ complesso da capire all’inizio.

Tra i vari episodi potremmo sfruttare una piccola squadra composta ogni volta da due compagni che potremmo scegliere da un roster di circa venti scelte. Ciascuno dei personaggi risulta essere ben caratterizzato, dotato di un solido background e di un carattere ben definito e mai scontato.
Tralasciata la parte prettamente narrativa che rappresenta tutt’ora un punto inarrivabile in molte altre produzioni più moderne, Kowloon High-School Chronicle comincia a mostrare il fianco con un sistema di esplorazione e di combattimento che non sono stati in alcun modo svecchiati o adattati alle nuove tendenze e che per questo motivo relegano il titolo ad una fruizione non troppo vasta. Ogni puzzle fornito dal titolo sarà di tipologia ambientale e questo approccio potrebbe da un lato divertire i giocatori esperto ma dall’altro scoraggiare i neofiti che potrebbero trovarsi costretti a visualizzare qualche guida online per venire a capo degli enigmi più complessi.
I mob che troveremo saranno di livello piuttosto variabile, a volte molto forti ed altre volte invece tendenzialmente facili da abbattere. I nemici verranno rigenerati nell’esatta posizione in cui li troveremo inizialmente, fornendo un pallido riflesso del grinding che resta comunque del tutto assente in un titolo di questa tipologia.

Il lavoro sui personaggi resta la punta di diamante della produzione.

Nonostante le evidenti difficoltà di comprensione del sistema emotivo (dovuto principalmente ad un problema di adattamento dei kanji) c’è da dire che il lavoro del team di sviluppatori è stato immenso, soprattutto se pensiamo al fatto che i dati del gioco originali erano stati persi. Il titolo, che ha ormai quasi vent’anni, non sembra essere invecchiato male, ma è semplicemente complice di un effetto nostalgia che potrebbe interessare coloro che erano, una volta, appassionati di titoli di questo tipo.

Medaglia d’onore sicuramente all’enorme lavoro che è stato fatto per fornire un doppiaggio in inglese, completamente assente nell’edizione originale. Le musiche, dalle tonalità esplorative, riescono bene ad accompagnare una direzione artistica che tutto sommato è perfettamente adatta all’atmosfera generale del titolo.

Commento finale

Kowloon High-School Chronicle è un titolo che consigliamo agli amanti del genere e agli appassionati della saga che, a distanza di quasi vent’anni, torna in una veste sicuramente più nuova. Se si ignorano i limiti dovuti all’età del titolo ed un combat system piuttosto noioso e ripetitivo, resta un titolo godibilissimo e ancora attuale.

VOTO: 6.5

Pro

  • Ottima caratterizzazione dei personaggi…
  • Storia appassionante…
  • Enigmi ben diversificati…

Contro

  • … che a volte però sono un po’ stereotipati
  • … ma meccaniche un po’ ripetitive
  • … ma talvolta troppo complessi

JoJo’s Bizarre Adventure: All-Star Battle R – Recensione

CyberConnect2 rilancia il suo picchiaduro di JoJo con una versione ampliata. Ecco la nostra recensione di JoJo’s Bizarre Adventure: All-Star Battle R!

  • Nome completo: JoJo’s Bizarre Adventure: All-Star Battle R
  • Piattaforme: Nintendo Switch, PlayStation 4, PS5, Xbox One, Xbox Series X
  • Developer: CyberConnect2
  • Publisher: Bandai Namco
  • Data d’uscita: 1 settembre 2022
  • Genere: JRPG, Picchiaduro
  • Versione testata: Xbox Series X

Pubblicato originariamente tra il 2013 e il 2014 su PlayStation 3, il picchiaduro di Jojo’s Bizarre Adventure All-Star Battle realizzato dai CyberConnct2 riuscì a distinguersi tra i vari prodotti su licenza animati proponendo un gameplay accessibile, ma non privo di finezze per renderlo appetibile anche a quella frangia di utenti più hardcore.

Basato in questo caso sul manga de Le bizzarre avventure di JoJo di Hirohiko Araki, la versione originale del titolo arrivò sul mercato con un roster di quasi 40 personaggi giocabili, ma a limitarne le ambizioni era un comparto tecnico non proprio eccelso, con 30 fotogrammi al secondo neanche stabili. Un compromesso che, nell’ambito dei picchiaduro è parecchio rischioso, soprattutto quando si cerca di proporre una formula ibrida con l’intento di coinvolgere non solo l’accorata fanbase del manga, ma come già detto, anche gli appassionati del genere che sono alla costante ricerca di nuovi picchiaduro. Ma al netto di queste problematiche il gioco originale nel suo insieme funzionava e anche molto bene, diventando in particolare un gradissimo successo soprattutto nel Sol Levante.

A distanza di ben 9 anni dalla release originale, CyberConnect2 e Bandai Namco ripropongono il gioco in una nuova veste aggiornata per le console attuali, complice la grande popolarità della serie animata (la nuova stagione è in onda su Netflix). Ecco quindi la nostra recensione di JoJo’s Bizarre Adventure: All-Star Battle R!

Un picchiaduro enciclopedico

JoJo’s Bizarre Adventure: All-Star Battle R incarna tutto lo spirito del popolare manga di Araki, al punto di assumere quasi dei connotati enciclopedici, con ben 51 personaggi giocabili e quattro nuovi DLC già confermati che arriveranno in una fase successiva.

CyberConnect2 d’altro canto ha sempre saputo imbrigliare lo stile dei manga per realizzare dei videogiochi che dal punto di vista tecnico e artistico rasentano lq perfezione e questo picchiaduro di Jojo non fa affatto eccezione grazie ad una minuziosa attenzione nel riproporre ogni caratteristica fisica dei personaggi, incluse le assurde “Jojo pose” tanto care ai fan.

Per quanto la R nel titolo possa far pensare ad una classica remaster con qualche aggiunta, l’operazione messa in piedi da CyberConnect2 non si è limitata a raddoppiare i fotogrammi al secondo (che qui diventano finalmente 60), ma c’è stata una vera e propria ricostruzione del gioco fin dalle basi con l’obiettivo di rivederne ogni aspetto a livello competitivo, puntando su un gameplay estremamente più rifinito con alcune aggiunte e un roster che, come anticipato, è stato ampliato con la consueta maniacalità che contraddistingue lo studio giapponese.

Parliamo infatti di un roster che tiene fede al ciclo generazionale dell’opera: si parte da Jonathan Joestar di Phantom Blood e il suo diabolico fratello adottivo Dio Brando, al discendente di Jonathan Jotaro Kujo dall’arco di Stardust Crusaders, culminando con Josuke proveniente dal più recente Jojolion. Ai protagonisti principali si affiancano poi tutte le varie figure secondarie. Ognuno di questi combattenti di distingue con stili di combattimento diversi, dall’Onda Concentrica, passando per gli utilizzatori della Maschera di Pietra fino ai più celebri Stand. Non mancano anche soluzioni ancora più esagerate, dove gli sviluppatori hanno cercato di mixare tante dinamiche diverse, invitando il giocatore a scoprire quale dei 51 lottatori si adatta meglio al suo modo di giocare. La ciliegina sulla torta è poi rappresentata dal coinvolgimento dei doppiatori giapponesi che hanno lavorato sugii adattamenti animati, tornati proprio per riprendere i loro ruoli.

Come dicevamo in qualche paragrafo più in alto, l’opera di CyberConnect2 è quasi enciclopedica: ogni epoca di JoJo ha abilità e regole di combattimento uniche. La prima generazione che usa Hamon, può ricaricare la barra HH tenendo premuto un pulsante e usarla per mosse speciali più forti. Altri hanno poteri vampirici, mentre quelli dell’arco Steel Ball Run possono combattere addirittura a cavallo. E’ tutto estremamentre schizofrenico come dovrebbe essere.

Un picchiaduro accessibile

La parola d’ordine qui è accessibilità, tuttavia chi vuole approfondire meglio certe meccaniche, troverà comunque pane per i suoi denti. Ad esempio, indipendentemente da chi si sta giocando, le combo di base sono facili da realizzare, con attacchi leggeri che possono diventare dei potenti medi e pesanti. Inoltre buona parte del roster presenta quasi la stessa mappatura per l’utilizzo di certe tecniche speciali, rendendo quindi meno faticoso per i principianti approcciarsi al parco lottatori.

In soccorso delle nuove leve arriva poi Easy Beat, uno strumento che i nuovi giocatori possono utilizzare per creare combo semplici usando solo il pulsante di attacco leggero. Ma è quando si padroneggia il sistema di combattimento che All Star Battle R offre  il suo meglio. Ad esempio, le battaglie si svolgono principalmente su un piano 2D, ma il pulsante di schivata consente a un personaggio di muoversi sullo sfondoo.Imparare a schivare è fondamentale per aprire opportunità di contrattacco e arrestare l’aggressività dell’avversario. Il tempismo è essenziale ed è proprio qui che l’aggiornamento a 60 fotogrammi al secondo si fa sentire, dato che permette di avere una visione nitida e pulita di ogni frame.

Tra le novità nel gameplay troviamo anche gli Assist characters, che che possono affiancare i personaggi principali durante gli scontri. I personaggi di assistenza selezionati da qualsiasi membro del roster possono anche essere chiamati per mettere pressione sull’avversario, estendere le combo oppure utilizzarli in maniera strategica come dei scudi umani. Anche le provocazioni svolgono un’importante funzione, dato che possono prosciugare la barra delle risorse dell’avversario mettendolo in difficoltà. In generale l’esperienza complessiva è quella di un picchiaduro solido, ma come spesso accade in questi casi, il suo variegato roster comporta anche degli sbilanciamenti importanti.

Tanti contenuti offline

Sul fronte dei contenuti il picchiaduro non lesina affatto, con una ricca galleria di sbloccabili che spaziano da costumi, frasi, e altri elementi per la personalizzazione da sbloccare. Troviamo poi la classica modalità Arcade, la competizione online con missioni speciali che permettono anche di ottenere oggetti aggiuntivi per la personalizzazione e l’inedita All-Star Battle.

Questa nuova modalità di gioco si ispira palesemente alle Torri di Mortal Kombat, con una progressione scandita attraverso varie battaglie con gradi di sfida variabili e modificatori di ogni genere.L’idea è solida e grazie alla presenza di numerosi sbloccabili, allunga di molto la permanenza dei giocatori sul titolo. Inoltre, sempre per assecondare coloro che cercano qualcosa di leggero, è possibile aggirare i modificatori pagando il denaro accumulato per avere dei vantaggi.

Meno entusiasmante invece tutto il comparto online, che torna sul mercato a distanza di 9 anni con un comparto online datato, ancora “delay based”. Si tratta quindi della medesima infrastruttura che lo sviluppatore aveva adottato ai tempi della versione PS3, che già non brillava affatto per la sua stabilità.

In un mercato dove tutti i picchiaduro online si stanno adattando alla tecnologia “rollback”, che offre una ben più solida esperienza online, la scelta di CyberConnect2 di restare ancorata al passato richia di compromettere seriamente la community online. Durante il nostro test infatti, salvo qualche sporadica occasione in cui l’esperienza si è rivelata soddisfacente. in altri frangenti abbiamo riscontrato un lag eccessivo che ha ci ha messo non poco in difficoltà. Ad affossare quasi del tutto l’esperienza online ci pensano poi la mancanza di filtri dedicati al matchmaking, una soluzione che avrebbe permesso di arginare la presenza di un netcode decisamente non ecezionale.

Commento finale

JoJo’s Bizarre Adventure: All-Star Battle R è un divertentissimo picchiaduro che abbraccia e consacra su schermo tutto lo spirito del manga originale, che vive in larga parti di eccessi e follie. E’ un titolo che riesce a muoversi tra i giocatori principianti e quelli più navigati, con un roster immenso e sfaccettato che paga il dazio di uno sbilanciamento generale tra le varie tipologie di lottatori proposti. Inaccettabile la decisione di voler puntare su un netcode ormai datato, che rischia di tarpare le ali allo sviluppo della sua community. Dal canto suo il lavoro di CyberConnect2 è abbastanza solido per essere fruito anche dai tradizionalisti del gaming offline, grazie ad un gran quantitativo di contenuti da sbloccare.

VOTO: 7.8

Pro

  • Tutto lo stile stravagante e ricco di eccessi di Araki
  • Combat system solido che cerca di accontentare tutti
  • Solidi contenuti offline che allungano la rigiocabilità
  • Roster immenso di personaggi
  • Finalmente i 60 fotogrammi al secondo

Contro

  • Il netcode “delay based” è una scelta veramente incomprensibile
  • Estremamente sbilanciato

Thymesia – Recensione

Thymesia: la crudele piaga di un mondo in rovina.

  • Nome completo: Thymesia
  • Piattaforme: PlayStation 5, Xbox Series X/S, Nintendo Switch, Microsoft Windows
  • Publisher: Team17
  • Developer: OverBorder Studio
  • Distribuzione: Digitale, Fisica
  • Data d’uscita: 18 Agosto 2022
  • Genere: Action RPG, Adventure, Soulslike
  • Versione testata: PC (Steam)

L’esperienza soulslike nel panorama videoludico è incrementata in modo esponenziale nell’ultimo periodo, con titoli fortemente ispirati ai colossi della From Software. Molti di questi esperimenti subiscono purtroppo un processo inverso, tendendo ad allontanarsi fortemente dalla fonte d’ispirazione e finendo con il realizzare titoli dimenticabili e dalla realizzazione tecnica non troppo convinta.

Non è il caso di Thymesia, titolo dotato di forte personalità che pur restando nella dimensione indie riesce a sorprendere con un gameplay divertente, una lore abbastanza stratificata ed un sistema di personalizzazione fuori dagli schemi. L’ultimo titolo dei ragazzi del team di OverBorder Studio sembra promettere bene, e noi di Tivoo abbiamo avuto la possibilità di provare Thymesia nella sua versione PC. Ecco le nostre considerazioni.

Il Regno di Ermes: dove l’alchimia guida il popolo

Vestiremo i panni di Corvus, un guerriero senza memoria che si ritrova a vagare nel Regno di Ermes, un mondo guidato esclusivamente dall’alchimia che a lungo è stata fonte di ricchezza ma che adesso è responsabile del declino dell’intera umanità. L’abuso di quest’ultima ha infatti generato la presenza della Piaga, una malattia che sta decimando la popolazione. Il nostro obiettivo sarà quello di recuperare alcuni nuclei e sintetizzare così una soluzione alchemica che possa portare nuovamente prosperità e che possa consentire l’inizio di una nuova era per gli esseri umani.

Verremo guidati dalla principessa di Ermes, poco più di una ragazzina, che poco a poco ci svelerà segreti di un mondo di cui inizialmente non ci sentiremo di far parte. La trama è scarna, sicuramente non resa evidente attraverso la narrazione ma bensì tramite l’escamotage della lore e di elementi (documenti, lettere, manifesti affissi) che potremmo trovare con l’avanzare della nostra avventura. Questi potranno essere consultati dal menu, e il player potrà in effetti metterli in ordine ed interpretarli nel modo corretto.

Il feeling immediato è quello di essere visitatori di un mondo che non ci appartiene. Passeremo il nostro tempo ad affrontare orde di nemici (dal design non troppo diversificato e memorabile) e boss, passando da uno scenario all’altro senza un apparente filo logico, che andrà invece a delinearsi nelle battute finali in cui verremo messi dinnanzi il classico dubbio sullo scontro tra bene e male, giusto e sbagliato; una dicotomia che non trova però uno sviluppo memorabile. Thymesia non fa della trama il suo punto di forza.

Una commistione di generi

Il feeling di Thymesia è sicuramente quello di un soulslike. Di quest’ultimo manca la caratterizzazione del personaggio, in questo caso fisso, e tutto un sistema di gameplay che sembra in questo caso essere ridotto all’osso. Thymesia infatti si impegna maggiormente nel sistema di personalizzazione e crescita, strizzando l’occhio a titoli completamente opposti ai classici From Software.

Al centro del gameplay vi è l’utilizzo di due armi: una sciabola e un artiglio. La prima serve effettivamente ad infliggere danni agli avversari (dotati di due barre; una per l’armature e un’altra per la vita. Queste andranno a rigenerarsi nel tempo, e per questo motivo Thymesia obbliga il player ad uno stile veloce ed esagitato e sicuramente poco analitico e razionale) mentre la seconda consente di estrarre dal corpo dell’avversario energia che può essere poi tramutata in armi pestilenziali da utilizzare come dei consumabili.

Lo stile a cui il gioco obbliga il player è un chiaro riferimento a Sekiro piuttosto che a Bloodborne, ma a differenza del primo Thymesia manca di fluidità. Rispetto la demo il team ha comunque realizzato molte migliorie, ma in alcune fasi di combattimento (soprattutto contro più avversari) si avverte una certa pesantezza ed una legnosità che in Sekiro non è ravvisabile. Resta comunque lodevole il tentativo di ricreare un’atmosfera simile che sa come far divertire e che soprattutto risulti essere bilanciata: nelle fasi iniziali il progresso è reso semplice, ma man mano che si avanza la difficoltà e la possibilità di crescita si riducono drasticamente. Complessivamente, abbiamo ritenuto il tutto molto equilibrato.

La punta di diamante della produzione è sicuramente la parte dedicata ai level up ed ai potenziamenti. In Thymesia è posssibile non soltanto potenziare le statistiche (soltanto tre, manchevoli della stamina classica dei soulslike) ma anche acquisire delle vere e proprie abilità attraverso gli appositi alberi abilità.
Si tratta sia di bonus passivi (come l’aumento di unità di colpi consecutivi possibili o altre caratteristiche) che di bonus attivi, come per esempio la possibilità di concatenare e diversificare più attacchi possibile. Questo strizza molto l’occhio a titoli Ubisoft del calibro di Assassin’s Creed Odyssey, Origins e Valhalla. La seconda meccanica è quelle delle armi pestilenziali, attacchi molto potenti che nascondono un potere offensivo devastante. Dedicare la giusta attenzione a quest’ultime potrebbe fare la differenza nelle impegnative e lunghe boss fight. Queste armi vengono di base rubate dai nemici in seguito ad un’uccisione. Dai loro cadaveri verranno infatti generati dei frammenti che se raccolti e sommati potranno sbloccare in maniera definitiva l’arma: queste sono molto diverse tra loro. Esistono magli, alabarde, lance, spade e ognuna di queste armi dona un moveset completamente diverso a Corvus e non solo, anche una profonda differenziazione dei danni. Si tratta di un risvolto strategico essenziale attraverso il quale dare uno spessore diverso al gameplay ed arricchirlo ulteriormente.

Nelle tenebre dell’arte

La conduzione artistica di Thymesia è palesemente ispirata a Bloodborne. I colori, gli ambienti cupi, la devastazione e la caducità della vita appesa ad un filo… i lamenti dei malati, i ruggiti dei nemici. Tutto sommato, l’esperienza di rimando è delle più piacevoli.

Non vi è monotonia ambientale, in quanto ogni zona è molto diversificata dall’altra sia per quanto riguarda il disegno in sé che per quanto concerne la realizzazione delle classiche shortcut (scorciatoie) da sbloccare per consentire il passaggio da una zona all’altra il più celermente possibile.

Non vi è sicuramente un risultato complessivo degno di lode, ma neanche può essere relegato a livelli bassi o mediocri: Thymesia è sufficientemente interessante e può intrattenere a lungo il giocatore che non ha troppe pretese.

La colonna sonora è molto interessante ma piena di alti e bassi. Quella del menu è sicuramente una delle migliori, così come quelle delle boss fight: resta invece sottotono la colonna sonora dell’esplorazione del Regno di Ermes che forse avrebbe dovuto ricevere più attenzione da parte degli sviluppatori.

Commento finale

Thymesia è un’esperienza che qualsiasi amante dei soulslike dovrebbe fare. Pur prendendo ispirazione dai titoli From Software riesce a ritagliarsi uno spazio personalizzato. Il basso costo e l’alta accessibilità lo rendono un titolo sicuramente adatto a tutti, consigliato se si è interessati a gameplay convincenti e stratificati.

VOTO: 7.5

Pro

  • Ottimo sistema di personalizzazione…
  • Buon gameplay…
  • Lore ben caratterizzata…

Contro

  • … ma personaggio giocante non modificabile
  • … ma comandi un po’ legnosi
  • … ma finale privo di colpi di scena

Project Warlock II – Early Access

Project Warlock II

Così come il suo predecessore, Project Warlock torna a dettare nuove regole nella caotica generazione dei retro-shooting ispirati ai grandi classici del genere come Doom e Wolfenstein: è così che nasce Project Warlock II, titolo sviluppato da Buckshot Software e pubblicato dai ragazzi del team Retrovibe. Abbiamo avuto modo di provare l’early access e di divertirci contro orde su orde di demoni aggressivi e spietati! Queste sono le nostre considerazioni.

Il level design è sempre di un certo livello.

La prima cosa che viene in mente nel giocare titoli del genere è sicuramente l’effetto nostalgia che rimandano. Così come per il primo titolo, anche Project Warlock II si ispira molto a IP leggendarie come Wolfenstein 3D o Doom.

Il titolo non ha una vera e propria storia, ma più che altro degli elementi di trama che suggeriscono un incipit che va poi a depositarsi sullo sfondo. Vestiremo i panni di Warlock, che avrà come obiettivo di vita quello di fermare orde di demoni direttamente dall’inferno.

L’approccio al game design è di per sé molto minimalistico, con la totale assenza di NPC e di intermezzi di narrazione. Il titolo è strutturato per episodi che si succederanno in modo lineare, non sarà necessario finire un livello per intero per poi andare al successivo.

Interessante è il concetto di progressione del titolo. Ad ogni fine livello sarà infatti possibile acquistare upgrade di diversa tipologia. Per esempio potranno essere acquistate armi diverse, o addirittura magie da utilizzare contro i demoni.

La scelta delle armi è molto variegata.

Uccidendo a poco a poco i nemici, si riceveranno punti esperienza da poter poi investire in potenziamenti di statistica. Ma la grande novità è sicuramente l’inserimento di token che permetteranno di acquistare magie o di trasformare le armi in diverse tipologie. Un esempio? Trasformare la doppietta in un cannone, con una potenza di fuoco devastante.

La spettacolarità è uno dei punti a favore di questo titolo che riesce a difendersi a mani basse dalle altre controparti della stessa tipologia.

Le magie, pur essendo molto più potenti delle armi da fuoco, sono comunque adattate al punto giusto attraverso una limitazione per direzione: potranno essere infatti castate solo in linea retta.

Il ritmo di gioco è molto serrato, non ci saranno mai momenti in cui potrete fermarvi a riposare. In realtà, nell’aprire una determinata porta si vedranno orde di nemici comparire dalle spalle del giocatore che quasi lo spingeranno ad avanzare fino al prossimo boss. Senza mai guardarsi indietro.

La novità del titolo è sicuramente l’inserimento di spell.

Questo contribuisce a creare un’atmosfera di adrenalina sicuramente unica e rara, complice anche la colonna sonora da spiccate tonalità di heavy metal che renderanno il tutto ancora più frenetico e caotico. La soundtrack è composta da oltre 65 tracce. Niente male, vero?

Il level design dei nemici è ben diversificato, così come i vari livelli sempre molto diversi tra loro e con caratteristiche nello scenario che suggeriranno al giocatore di trovarsi in un ecosistema completamente diverso e dunque anche con minacce diametralmente opposte a quelle affrontate sino a quel momento.

Project Warlock II è un titolo che ci sentiamo caldamente di consigliare a tutti gli amanti degli FPS vecchia scuola, ed è forse il compromesso migliore tra quelle generazioni – ormai lontane – e le nuove, ricche in trama e grafica ma prive di un impatto così profondo.

Pillole Indie #41: Lost in Play

  • Piattaforme: Windows, Nintendo Switch
  • Developer: Happy Juice Games
  • Publisher: Joystick Ventures
  • Data d’uscita: 10/8/2022
  • Genere: Rompicapo, Avventura
  • Versione testata: Nintendo Switch

Lost in Play è un’avventura di due fratelli nel loro mondo ricco di immaginazione. La Happy Juice Games ha creato il loro secondo titolo, dopo The Office Quest, catapultandoci nella storia di Toto e Gal, fratello e sorella, che grazie alla loro immaginazione intraprenderanno un meraviglioso viaggio per tornare a casa.

La storia incomincia con entrambi i fratelli che si annoiano, la sorellina decide quindi di convincere il fratello a giocare con lei, che nel frattempo stava usando un gameboy. L’immaginazione dei due è un qualcosa di straordinario, che riesce a trasformare il mondo intorno a loro in un luogo fantastico e fiabesco. Il titolo è diviso in quindici capitoli, ognuno con ambientazioni ed enigmi da completare diversi. Lost in Play è un’avventura punta e clicca con enigmi sempre diversi capaci di far coinvolgere qualsiasi elemento presente in ogni luogo.

I fratelli si ritrovano in fine l’ontani da casa, il loro compito sarà quello di tornare a casa prima del tramonto ma se ciò non accade rimarranno bloccati in quel posto per sempre. I due hanno un ottimo rapporto, ricco di spirito di collaborazione ma allo stesso tempo si arrabbieranno l’uno con l’altro in determinate situazioni. Nelle loro ore di avventura incontreranno vari personaggi: da rane che combattono un orso a creature marine pronte a divorarti.

I vari puzzle punta e clicca sono collegati molto bene e non sono così difficili da capire i passi successivi, il ritmo del titolo ha anche un’aggiunta grazie a dei minigiochi, grazie a loro infatti da una maggiore difficoltà a quello che altrimenti sarebbe un gioco relativamente semplice. Ci saranno alcuni momenti in cui potrai rimanere bloccato ma non è un problema, infatti in Lost in Play ci saranno dei suggerimenti, attivabili a nostro piacimento e in qualsiasi momento, che ci indicheranno la strada da seguire senza darci propriamente la risposta completa, quello toccherà a noi capire come risolvere definitivamente l’enigma.

Tutto questo è circondato da un sistema grafico eccezionale: disegni apparentemente in 2D capaci di spostarsi in un mondo in più dimensioni senza soffrire della differenza, dando uno stile tridimensionale ai personaggi. Ogni interazione è realizzata con un fervido senso dell’umorismo, piana di dettagli capaci di farci sorridere e capire al meglio la storia nonostante i protagonisti non siano capaci di dialogare in una lingua a noi comprensibile. Toccherà alla nostra immaginazione capire cosa si stanno dicendo.

Decisamente Lost in Play è un titolo che merita di stare ai primi posti della propria categoria, tuttavia dura circa quattro ore, un paio d’ore in più di gioco è sarebbe stato decisamente più accattivante. La localizzazione è divisa in più lingue, tra cui anche l’italiano, ma l’assenza con l’assenza di dialoghi la scelta della lingua è basata solo sul menu delle impostazioni. Il comparto sonoro è ben dettagliato che ci permette di immergerci in questo mondo ricco di fantasia al meglio, può essere fastidiosa però la “lingua” che parlano i personaggi.

In Sintesi

Lost in Play è un titolo basato sull’avventura di due fratelli per tornare a casa prima che arrivi il tramonto. Il titolo è ricco di puzzle ben collegati tra loro, con l’aggiunta di minigiochi la storia si ingrandisce. Consigliato per chi ama il genere e vuole spendere qualche ora in un titolo che merita.

Voto: 8

 Pro:

  • Grafica eccellente
  • Personaggi ben strutturati
  • Sistema di gioco eccellente

✘ Contro:

  • Poca durabilità

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