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Intervista ad Arctic Plateau (2011)

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Estrema malinconia dalla Città Eterna. Gianluca Divirgilio, titolare unico del progetto Arctic Plateau, in attesa della pubblicazione di “The Enemy Inside” (di cui potete leggere lo Studio Report), successore dell’esordio cristallino intitolato “On a Sad Sunny Day” del 2009, si lascia andare ad una lunga intervista, che spazia dall’esordio fino alla recente pubblicazione dello split con i Les Discrets, anteprima del nuovo lavoro.

– Come hai iniziato con la musica? Qual è stato il tuo primo approccio?

– Ho iniziato come per un vizio: per abitudine. Ho incominciato ad interessarmi di musica in modo creativo verso i 13 – 14 anni di età, e prima di allora ricordo che rimanevo imbambolato di fronte alla musica, pur quasi non volendo. Difatti quando ero molto piccolo restavo come spaventato da essa; impietrito di fronte ad una cosa che sentivo così forte e da cui non riuscivo a sfuggire, ne perdevo il controllo, non riuscivo a gestire le mie emozioni di fronte alla musica. Non ne capivo il perché e questo in un primo momento mi spaventò molto.

Il primo approccio come molto spesso capita è in famiglia.  Mio fratello maggiore suonava il basso per diletto in una band chiamata Gli Atomi. Era il 1977 ed il sottoscritto rimase folgorato dal fascino che sprigionava la batteria acustica quando la vide suonare per la prima volta. Più tardi la musica assunse per me un significato maggiormente importante; cominciai ad ascoltarla in modo molto intimo, spesso in cuffia. Mi aiutava a stare da solo e mi divertiva come nessun altro gioco o amico al mondo. Nel 1986 mi fu regalata la mia prima chitarra classica, che tentavo di suonare arpeggiando a tre dita creando piccoli incisi che appuntavo sul registratore a cassette. Un anno dopo mia madre mi convinse a prendere lezioni di chitarra classica e cominciai a suonare la chitarra classica con un insegnante, studiando gli esercizi basici dal metodo Sagreras e quindi imparando ad arpeggiare (un piccolo esempio di quegli incisi è contenuto nell’arpeggio iniziale di un brano di nome Alive, che apre il primo album a nome Arctic Plateau; esso non è altro che un frammento di uno di quegli incisi dal sapore classico che scrivevo in quegli anni e che ho custodito insieme ad altri brevi interventi, scritti al tempo).

Quando arrivò la mia prima chitarra elettrica smisi completamente di prendere lezioni di chitarra classica e fui investito da un’energia che nessun insegnante al mondo avrebbe potuto canalizzare dentro di me in modo direttivo; m’immersi totalmente in quel mondo cercando di decifrarlo, creando quanti più gruppi potessi, prendendo lezioni qui e là come e quando potevo, frequentando altre persone dai miei stessi interessi e suonando in ogni dove attaccato ai più disparati mezzi; sperimentando, provando e riprovando, sbagliando ed imparando, affezionandomi dapprima a generi come la new-wave dei Cure e dei New Order, attraversando, come tutti abbiamo fatto, quanti più generi possibili, suonando le note di qualsiasi cosa mi piacesse e cercando di farlo sempre in modo migliore. Tutto il resto lo imparai dopo, da adulto. Ed oggi ne sono felice.

– Quali sono stati i dischi che ti hanno maggiormente influenzato?

Sicuramente i dischi che mi hanno maggiormente influenzato sono usciti tra l’80 e il ’90; “Disintegration” dei Cure di sicuro, “October Rust” dei Type O Negative anche; così come roba estrema Black e certamente il primissimo disco dei Novembre, che trovo molto attuale ancora oggi, all’interno di un certo genere underground.

– Parlando un attimo dei Novembre, Carmelo Orlando, voce del gruppo, ha partecipato al tuo nuovo album di prossima uscita. Emozionato?

Carmelo ha un talento particolare; riesce a semplificare ed esporre in modo autentico e molto personale tutto ciò che “sente”. Un musicista del genere dovrebbe avere ancor più grandi consensi e meriti, un musicista dalle doti ineguagliabili. Una sensibilità ineguagliabile. L’emozione da parte mia in studio c’era, certo, ma Carmelo è uno di noi; ciò che lo differenzia è l’enorme bagaglio di esperienza accumulata in anni e anni di attività.

– Prima di Arctic Plateau, hai suonato in altri gruppi?

Ho suonato per anni in gruppi più o meno sconosciuti; ho suonato per anni in cover band, ed ho stampato vinili autoprodotti (i promo dal famoso centrino bianco) legati al mondo dell’elettronica su pseudonimi improvvisati spesso al momento. Collaboravo con molti Dj ed in passato ero io stesso un Dj. Ho suonato cover in tanti centri sociali ma l’ultima band, dalle cui ceneri è nato il progetto Arctic Plateau, si chiamava Spirit of Opportunity ed è la prima volta che ne parlo. Nacque nel 2004, genere orientato verso il post-rock, un interessante intreccio fra post-rock e altre influenze. Come ho detto preannunciava Arctic Plateau, ma non ho mai utilizzato alcun riff dell’epoca per l’odierno progetto. Feci un promo di cento copie e poi sciolsi il gruppo, prevalentemente per motivi personali.

– Possiamo dire che Arctic Plateau sia risorto come una fenice dalle proprio ceneri.

Diciamo che piuttosto è nato “salvo” dalle contaminazioni egocentriche classicamente proprie di una band formata da più teste; non è un caso che io sia approdato ad una label da solo, venendo da anni di autoproduzione nel senso classico del termine. Troppo spesso ho dovuto fare i conti con le paranoie da primadonna di alcuni pseudo musici, che spesso avevano un quarto del talento che cercavano di imitare, ma il doppio dei soldi che avevo io. Naturalmente le conseguenze si traducevano dapprima in musica, fino ad approdare nel silenzio sconfinato. E quando la musica è finita non c’è più molto da dire. Troppo spesso si pensa che questo tipo di vita sia facile, si pensa che sia una passeggiata la musica e tutto quel che c’è intorno. Purtroppo succede anche questo ed io ho preferito fare i conti solamente con me stesso.

– Il nome Arctic Plateau da dove arriva?

Avevo in mente qualche nome e scrissi all’epoca qualche cosa su un file .txt che ho ritrovato qualche giorno fa, nel momento in cui ho cliccato ed aperto questo documento mi è venuto da ridere perchè c’era scritto a caratteri cubitali Arctic Plateau! Il nome deriva dalla voglia di avere a che fare con grandi spazi aperti, tutto in realtà è un’allegoria per dar senso ad una musica ariosa il più possibile e liquida nella mia immaginazione, qualcosa di sconfinato…

– Beh, un moniker che riflette per bene la tua musica.

– Ti ringrazio, spero che sia questa la sensazione per chi la ascolta

– Prima dicevi che sei approdato a una label da solo. Quella label è la Prophecy Production, con base in Germania, e un magnifico catalogo di tutto rispetto con nomi come Alcest, Les Discrets, Lantlôs i tuoi concittadini Klimt 1918 e molti altri.

– Sì. Un’etichetta underground di tutto rispetto, che sopravvive alle durissime leggi del durissimo mercato odierno solamente grazie alla passione per la musica vera. Il catalogo negli ultimi anni è cresciuto molto in qualità e sono fiero di fare parte di questa magnifica esperienza. Credo molto in questa sorta di scena che si è venuta a creare, il futuro è nell’underground. È il mainstream (e tutti i suoi turnisti del caso) che ha bisogno di noi, non il contrario. Se guardi attentamente cosa sta succedendo potrai vedere con certezza che il mainstream stesso attinge (per non dire clona) i suoni che sente all’interno delle produzioni underground. Ed è qualcosa che si manifesta soprattutto in Italia, in certi tipi di situazioni.

– Come sei entrato in contatto con lei? Il classico demo? Il passaparola?

– A quel tempo lavoravo presso una delle tante s.r.l. improvvisate e precarie nella forma e nella sostanza sparse qua e là nel nostro caro Paese alla deriva, ma vinsi il primo premio produzione della mia vita; Invece di sputtanarmi tutto quanto, andai in uno studio di registrazione e registrai la musica che avevo inciso non appena terminato il discorso Spirit of Opportunity. Nello studio Emerald Recordings Incisi il seme che poi portò al contratto qualche tempo dopo. Ricordo che spedii circa cinquanta promo in tutto il mondo e mi fu consigliato da Marco Soellner dei Klimt 1918, grande amico e musicista, di spedire anche a Prophecy. Qualche tempo dopo anche Fursy Teyssier mi contattò via MySpace, ma il cd promo era già sul tavolo della Prophecy e nella mia posta c’era già una proposta di contratto! Decisi di attendere un poco, avevo altre proposte, ma la migliore, qualitativamente ed economicamente parlando, proveniva dai tedeschi della Prophecy Productions.

– Veniamo quindi al tuo primo album come Arctic Plateau: “On a Sad Sunny Day”. Titolo, copertina e contenuti impregnati in una malinconia glaciale.

– La malinconia è un dato di fatto, esiste dentro tutti noi e l’unico modo che ha di manifestarsi a livello di contatto visivo immediato è attraverso uno sguardo. Sotto questo punto di vista ho sempre pensato ad una musica che avesse gli occhi puntati verso la linea dell’orizzonte e che fosse così profondamente travolgente da non aver bisogno di essere descritta troppo attraverso le parole. Per quel disco è stato così e per i prossimi non posso dirlo con certezza, ma la malinconia non mi abbandona mai sin da quando ero un bambino.

– Chi suonò oltre a te sul disco?

– I turni in studio furono affidati a Fabio Fraschini, già ex bassista con i Novembre. Cesare Petulicchio dei Bud Spencer Blues Explosions suonò tutte le sequenze di batteria. Luigi Colasanti Antonelli fu l’ingegnere del suono assieme a Fabio.

– La copertina è opera di Fursy Teyssier: apprezzato disegnatore francese, autore di molte bellissime copertine e mente del progetto Les Discrets.

– Fursy è stato gentile sin da sempre; un autentico talento e un grande signore molto poco attaccato al mero profitto e molto preso dall’arte in senso generale, non soltanto dalla musica, che comunque lo vede in primo piano nel roster della label di cui facciamo parte. Egli si è occupato dell’artwork, mentre le vere e proprie foto di copertina (così come le foto del booklet interno e quella del retro) sono opera di Chiara Taddei; una fotografa italiana che vive a Berlino, che oltre a mostrare un talento ed una sensibilità altamente onirica, fotografa (in analogico) contesti riconducibilissimi a quel tipo di sguardo a cui ho fatto riferimento poco fa, al confine fra sogno e realtà.

– Suonasti anche dal vivo?

– Suonai un dj set invernale a Roma in una serata assieme a The Niro; presentai alcuni brani shoegaze mischiati ai miei in una scia che ripercorreva dagli Slowdive ad oggi, il tutto visto in chiave molto riverberata, utilizzando il mio laptop; Suonai poi i brani del primo album al Wave Gothic Treffen nel 2010 in un concerto vero e proprio con una band vera composta da Fabio Fraschini al basso, Gino Chiarizia alla chitarra e Massimiliano Chiapperi, new entry di qualità, alla batteria.

– Quindi hai suonato pochissimo, ti rifarai con l’uscita del nuovo album?

– Penso proprio di sì, sto cercando di organizzarmi, le prove cominceranno a breve

– Con una nuova line-up?

– Si; principalmente la novità è l’ingresso di Massimiliano, il batterista. Egli ha suonato in studio per il secondo album, ha un avvincente classe wave innata nel tenere il tempo, è preciso e molto disponibile al dialogo. Un possibilista, per il quale tutto è realizzabile, anche cambiare suono all’ultimo momento.

– Da pochi giorni è uscito uno split con i Les Discrets, che anticipa i vostri prossimi album.

– Sì, ma gli album di entrambi conterranno alcune sorprese; abbiamo realizzato un ottimo split, tra cover e versioni demo più anticipazioni dai prossimi album. Grazie alla collaborazione dell’etichetta è stato possibile realizzare dei bei vinili e un doppio cd! Siamo molto fortunati.

Marco Gargiulo

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Les Discrets/Arctic Plateau – Split

Il musicista romano Gianluca Divirgilio – titolare del progetto Arctic Plateau – e il disegnatore francese Fursy Teysser – responsabile, invece, dei Les Discrets. Una solida amicizia lega i due, ancor prima di essere colleghi d’etichetta (la tedesca Prophecy Records).

In attesa della pubblicazione dei loro nuovi album prevista per il 2012 – “The Enemy Inside” per Arctic Plateu, ancora senza titolo quello dei Les Discrets – fanno uscire su doppio cd (o vinile) uno split con un inedito ciascuno tratto proprio dai nuovi album, più delle chicche.

Le mouvement perpetue è l’inedito – qui presente in una versione differente, sia come mixaggio sia come masterizzazione, da quella che uscirà nel prossimo LP – che apre il lato dedicato ai francesi. Con la sua atmosfera sinuosa ed errante, è semplicemente una delle canzoni più epiche dei Les Discrets. Chiude il lato The Persuaders, un rifacimento per chitarra acustica della sigla dell’omonima serie televisiva (in Italia “Attenti a quei due”), nonché un omaggio al suo compositore John Barry (famoso per il tema della serie di film di James Bond), scomparso a inizio anno.

Music’s Like… apre, invece, la parte riservata ad Arctic Plateau. Con il suo aggraziato arrangiamento, è la canzone più “diretta” mai composta dal gruppo. Un singolo perfetto, se mai potremo parlare di “singoli” in un ambiente indipendente. Chiudono due demo: Amethyst to #F, ancor più ricercata dell’originale apparsa sul debutto “On a Sad Sunny Day”, e Ivory.

Una gustosa anteprima di cui non vediamo l’ora di assaggiare il resto.

Marco Gargiulo

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Split EP per Les Discrets e Arctic Plateau

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Fin dal lavoro di Fursy Teyssier (Les Discrets) sul l’artwork dell’album di debutto degli Arctic Plateau, “On a Sad Sunny Day”, uno speciale rapporto artistico è fiorito tra gli ideatori dei due gruppi. Ora, quest’amicizia si celebra il 2 settembre con l’uscita di uno split EP, che sarà disponibile in cd e vinile.

Sul lato Les Discrets ci sarà una prima impressione del prossimo album: il brano Le Mouvement Perpétuel sarà inoltre pubblicato sul prossimo lavoro della band, ma qui si prensenta in una versione con missaggio e masterizzione diverso. The Persuaders è una cover della sigla della serie tv omonima e sarà esclusivamente presente in questa release.

Sul lato artico Plateau il brano Music’s Like… offrirà un assaggio del prossimo album “The Enemy Inside”. Le canzoni demo Ametista A # F e Ivory sono di particolare rilevanza storica in quanto questi sono le canzoni che ha portato al contratto con la Prophecy Records nel 2008, e sono ora di essere rilasciato per la prima volta in assoluto ed esclusivo di questa versione.

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Arctic Plateau: Studio Report

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Sta vedendo la luce in questi giorni il secondo album di Arctic Plateau, al secolo Gianluca Divirgilio. Il nuovo lavoro, ancora senza titolo e atteso nei primi mesi di questo 2011, uscirà come il debutto (“On a Sad Sunny Day”, 2009) per la tedesca Prophecy Productions.

Prima parte.

Non sono in grado di fare telecronache o reportage dirette della vita da studio che avvolge questo secondo capitolo Arctic Plateau, ma posso descriverne i contenuti, che per certi versi sono divenuti consuetudini di un progetto che proprio in studio vede la sua realizzazione finale. Ho terminato la stesura delle parti finali del disco immerso negli spettacolari scenari dell’isola d’Elba e il modo in cui è stato scritto risente molto dell’influsso del movimento dell’acqua, pur mantenendo un certo gelo di fondo.

In una freddissima giornata di dicembre 2010, nello studio Emerald Recordings di Roma, con Luigi Colasanti Antonelli e Fabio Fraschini, partono le sessioni di batteria, affidate a Massimiliano Chiapperi, batterista coinvolto nella parte live del progetto sin dal maggio 2009, data dell’apparizione di Arctic Plateau nell’annuale Festival “Wave Gothic Treffen” di Lipsia. Massimiliano utilizza un drumming molto preciso, essenziale ma diretto, di classe. Quest’ultima è una dote, che insieme alla straordinaria precisione sul tempo, alla conoscenza del rispetto per le dinamiche strutturali in un brano e alla conoscenza teorica della costruzione ritmica su un pattern armonico, lo rende unico.

Sul versante drumming in particolare, la persona di Luigi Colasanti Antonelli, fonico dell’Emerald Recordings, ha contribuito al raggiungimento di quel suono che, in ripresa, ci ha aiutati a capire in quale direzione potessero andare l’impatto e la dinamica dello strumento.

Il solido basso cinque corde di Fabio Fraschini ha creato il moto di trasmissione per una ritmica che di brano in brano richiede parecchie variazioni, sia dal punto di vista strutturale che ritmico. Un difficile compito quello di Fabio; alcuni nuovi brani richiedono l’utilizzo dell’andamento tipico dell’onda in stile wave, incollata alla cassa del batterista, in alcuni altri tutto questo è bandito. Fabio si è anche questa volta distinto, a mio naturale modo di osservare e ascoltare, per essere un musicista che guarda alla musica ben oltre gli schemi del clichè di questo o quel genere ed io non lo sintetizzerò mai come un semplice turnista, ma come un vero e proprio artista, anch’esso unico, del modo di strutturare e saper(si) destrutturare al servizio del brano, consapevolmente, attingendo all’esperienza e non alla semplice improvvisazione; elemento, quest’ultimo, in antitesi alla ricerca, che per molti, ma non per Fabio, equivale a fare le cose come vengono.

Le voci: tuttora in fase di esecuzione.

Posso solamente dire che senz’altro, rispetto al passato, questo disco, composto per lo più da canzoni, contiene linee vocali che mi hanno dato modo di confrontarmi con strutture musicali particolari; la voce è a tratti utilizzata come un suono e a tratti protagonista. Uno strumento strano, la voce; essa vive insieme ai propri stati d’animo e ne riflette gli umori, giace in fondo a se stessi ed emerge nei momenti più inaspettati, per poi sprofondare nel silenzio, dentro ognuno di noi. Per me non è diverso, e ascoltando i vari brani dell’album, il concetto sarà maggiormente chiaro.

Momentaneamente questo è quanto succede nello studio di registrazione di via Cernaia, a Roma.

Seconda parte.

A causa di un’improvvisa bronchite mi trovo costretto a sospendere le sessioni in studio; fortunatamente le voci sono terminate.

Il concetto di voce, in senso assoluto del termine, non mi è congeniale, in quanto i cosiddetti cantanti, che io amo o a cui m’ispiro, non sono esattamente cantanti sopraffini in quanto a tecnica canora. Il filone wave anni ‘80 – ‘90 è denso di produzioni che apprezzo, ma lo stesso filone shoegaze o il post-punk non ammette vezzi da primadonna isterica in preda a virtuose smanie. Posso anticipare sicuramente che in alcuni brani la mia voce esce molto più delineata del solito, e in studio è stato piacevole confrontarsi con un microfono vintage che non perdona neanche il sibilo più stretto, ma che dona una carica espressiva non indifferente al fortunato interprete che ha il piacere di ritrovarselo di fronte, celato dal filtro antipop.

In quest’album ha partecipato Fursy Teyssier (Les Discrets) con la sua voce su un brano, Loss and Love; egli ha cantato armonizzando a tratti la mia voce, in modo etereo, musicale e altamente raffinato, come solo lui e il suo stato di grazia da bell’imbusto francese poteva fare. Lo ringrazio molto e credo che in futuro faremo altre cose insieme.

Una nota a parte merita la partecipazione del grande Carmelo Orlando dei gloriosi Novembre; purtroppo nei giorni in cui scrivo sono influenzato e quindi abbiamo deciso di rimandare a qualche giorno le sue sessioni su un brano scritto da me appositamente come tributo a questa grande band che ascoltai per la prima volta nel 1994 con un album che ancora oggi ritengo innovativo e geniale e di cui custodisco gelosamente una copia originale dell’epoca.

Per il resto, chitarre comprese, è stato utilizzato il classico suono Arctic Plateau, forse qualcosa in più rispetto al primo album può essere l’uso di un Fender Rhodes dal sapore molto vintage, in un brano dall’incedere molto lento e dilatato ma centrato su differenti dinamiche.

Rispetto al primo disco abbiamo utilizzato complessivamente un diverso concetto di parametro di compressione, pertanto il missaggio dei suoni, per via della varietà delle caratteristiche di ogni brano, è in via di finalizzazione. Non è semplice gestire un così ampio margine di frequenze raccolte in un disco intero; ogni canzone è un brano a sé, molto più che nel precedente album. E’ un disco di canzoni scritte come tali, ma arrangiate come fossero dei frammenti di anime diverse che s’incontrano e dialogano attraverso gli strumenti con la voce che ne tiene campo, a volte in testa e a volte in coda, come se fosse il racconto della sceneggiatura di un film. Questa era l’idea che avevo e questa ne è la realizzazione. Credo possa piacere, al di là delle parole e dei concetti, più o meno scritti, su carta o su un monitor.

È presente un brano che inizia con delle voci a cui tutti noi possiamo risalire, che inevitabilmente appartengono a tutti. Voci che sono di qualcuno ma che appartengono a ognuno di noi, come un patrimonio di vita vissuta e conservata.

Non ho mai apprezzato le iperproduzioni e sono sempre stato affascinato da quei dischi che contenevano un sapore grezzo e viscerale, produzioni che hanno fatto storia pur non gravitando attorno a budget stellari, ma che avevano “tutte le loro cose al posto giusto”, insomma ben suonati ma prodotti in modo attento all’umore del concetto intriso nell’album. Per me ha sempre significato molto il concetto di album in sé, piuttosto che il marchio che la band aveva dei/nei suoi “prodotti” musicali, specie se la band in questione aveva sempre lo stesso tipo di produzione.

I mix riprenderanno a breve, indipendentemente dal mio stato di salute. Ringrazio Mag-Music e colgo l’occasione per anticipare che potrebbero esserci alcune date live in Italia, verso primavera, ma di questo parleremo meglio dopo l’uscita del disco. A presto per la terza e ultima parte del report.

Terza parte.

Rientro in studio frastornato dagli antibiotici ma reattivo e soprattutto con le orecchie ben libere. Oggi ho l’animo sereno di chi ha già una parte di suono in testa.

Non mi è stato pesante il viaggio fino a questa fermata di autobus, oggi. Strano. Non ho ancora preso il caffè ed ho freddo. Mi rivengono in mente echi del passato, di quando andavo alle scuole superiori indossando un chiodo mentre “A Blaze in the Northern Sky” nelle orecchie mi edulcorava l’anima, di quando avevo i Cure e i Duran Duran in tasca, ma in differenti tasche, come se quei mondi in cassetta fossero ben separati l’uno dall’altro e non si dovessero mai incontrare. Mi vengono in mente i giorni di quando ascoltavo techno e mettevo i dischi ai Cantieri del nord il pomeriggio al Corso, di quando passavo giorni interi chiuso in casa a suonare, di quando la musica prendeva il posto dei giochi comuni di tutti i giorni, prendeva il posto del calcio, prendeva il posto della fidanzatina, prendeva tutto e lo trangugiava avidamente, rendendomi indomito e sveglio, ma anche particolarmente egoista.

Rivedo a volte quel ragazzo con lo strumento sulla spalla, l’incontro spesso, dappertutto, negli occhi di altri ragazzi a loro volta con lo strumento sulla spalla, e mi capita tra me e me di fargli un in bocca al lupo, che la musica possa portarlo a conoscere tutto se stesso, perché il successo è questo. La notorietà, al contrario di quanto si possa immaginare, non conta un cazzo.

Oggi ci viene a trovare Carmelo Orlando. Ho appuntamento con Luigi e Fabio alle 10.00 per il caffè d’inizio giornata ma sono in ritardo, bloccato su questo mezzo, nel traffico incessante di Roma. Chiudo qui e scendo. A presto.

Le sessioni con Carmelo iniziano nel primo pomeriggio e appaiono sin da subito rilassate; Carmelo segue il mood della clean vocal donando sulla strofa finale un prezioso istante magico che precede un arpeggio a due chitarre, preludio di uno scream lacerante che io ritengo senza ombra di dubbio il migliore al mondo. Conseguentemente il brano ne riceve un’impennata di tensione emozionale non indifferente. Ho scritto la canzone in questione nel mese di agosto ed ho completato il testo durante la notte, in una delle isole italiane più magiche, carta e penna alla vecchia maniera e base in cuffia. Lo scream del mare si mischiava perfettamente all’ultima parte del pezzo; nessuno meglio di Carmelo avrebbe potuto interpretare questa parte. Lo ringrazio per la sua grande professionalità e umanità.

Il mix è stato effettuato in momenti differenti e devo ripetermi, è la cosa più vicina a ciò che avevo in mente sin dall’inizio; questo è stato possibile grazie ad un’ottimizzazione dei tempi, che in studio non bastano mai, ma soprattutto all’ottimo lavoro svolto dallo studio Emerald, in ripresa e nei frangenti di cura del suono, che non ha creato problemi di fase ma al contrario ha valorizzato e arricchito ogni sfumatura dal sottoscritto pensata sin dall’inizio, nelle pre produzioni casalinghe che ogni volta sottopongo allo studio in forma di provini.

Foto di Luigi Colasanti Antonelli, per gentile concessione di Prophecy Productions.

a cura di Arctic Plateau

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