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Beatrice Antolini – Beatitude EP

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CD – La Tempesta – 5 t.

Da Urtovox a Qui Base Luna. Da Qui Base Luna a La Tempesta. È un continuo movimento, a mò di muta serpentesca, quello che, dal tempo trascorso dall’uscita di Vivid fino ad oggi, meglio sintetizza il percorso di Beatrice Antolini. Un EP come questo Beatitude non solo inaugura tale passaggio nel migliore dei modi, ma rappresenta un ulteriore progresso a livello di sound, marcato dal ritorno al lavoro in proprio tipico degli esordi, privo di una band di supporto: Spiders Are Not Insects in soli due minuti dà luogo ad un ossessivo e forsennato mantra, DNA (Embarrassed Face) è un ibrido dove il feeling di certi brani dell’album si fa tutt’uno con la frenesia di un etereo e feroce psych-synth-rock, il linguaggio del corpo tout court, come allo stesso tempo Dromedarium (Beatitude), strabordante di irresistibili ritmiche funk e malleabili trame waveggianti, mentre la galvanizzante marcia electro di With Love (Happy Europa parte 2?) e la soave ballata dalle tinte techno Anyma L, rispettivamente con il contributo di Marco “Garrincha” Castellani e Federico Poggipollini (Ligabue) al basso e alla chitarra, sono la ciliegina sulla torta, per quello che è l’ennesimo colpo portato a segno da un’artista consapevole della propria essenza, e proprio per questo degna di rispetto. Pura beatitudine.

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Beatrice Antolini – Vivid

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Uno scarabeo intento a camminare lungo un volto dai capelli rossi.

Già, venire da Macerata per vedere la propria carriera passare da un mood all’altro fa un certo effetto. Prendere forma con “Big Saloon” come polistrumentista, continuare su tale strada una volta giunto “A due”, e allo stesso tempo iniziare a fare il boom, fino alla manifestazione della propria natura aliena, presente in “BioY“. Una trilogia che ha visto Beatrice Antolini presentarsi per quello che realmente è: un’artista atipica, che ha saputo reinventarsi in più e più modi nel giro di poco tempo, mostrandosi sempre su ottimi livelli. Alla luce di un’evoluzione del genere, dopo due anni e mezzo, non poteva non presentarsi alle porte un restyling definitivo, che vede la nostra svestire, se non ridurre momentaneamente, i panni di polistrumentista, ritrovarsi faccia a faccia con la musica elettronica e aderire, con la sua band, al progetto Qui Base Luna. Primi passi adeguatissimi della lavorazione e conseguente nascita di un quarto lavoro in studio, quale questo “Vivid“.

Per scoprire le carte un brano più adatto di Pinebrain, ottimo concentrato a metà tra rock ed electroclash, con tanto di riff di chitarra assassino firmato da un sempre ottimo Federico Fantuz, non poteva esserci. Ma è in buonissima compagnia: a rendere pubblici ulteriori qualità del nuovo vestito indossato dalla nostra sono una Cobra che è tutto un programma, un esperimento dalle basi folk portato a termine su una pista da ballo e condito da distorsioni sonore ambiguamente rave, il funk festoso e imbizzarrito dai toni 70’s che inebria ogni singola nota di Now, la particolare importanza che viene data alla fiatistica, dal lieve sapore jazz e in mano ad un sempre ottimo Enrico Pasini, che va dalla swingata Test of All alla più raffinata Vertical Love, fino al contatto con la musica pop visto al di fuori di un pianoforte, quello della magica ballata Transmutation, della più acida, da Bjork sotto ipnosi, Vibration 7, fatta d’isolati riff elettrici in contrasto con ipnotici pad, delle tinte wave di Open e di una dolce e autobiografica My Name Is an Invention. Molteplici elementi che non solo abbelliscono, ma sono i punti cardine di un ambiente stracolmo di allegria e personalità, dove l’unico ricollegamento alle fasi precedenti dell’Antolini è il vaudeville turistico di Happy Europa, una sorta di retrospettiva, non meno interessante, del proprio percorso.

Album dopo album, è chiaro come l’Antolini cresca. Come donna e come artista. E forse “Vivid” è quello che sancisce la sua definitiva maturazione, regalando dieci amabili momenti di pura follia, un suono tanto al 100% di se stessa quanto mai uguale a se stesso. E di personaggi come lei ce ne vogliono eccome, al giorno d’oggi.

Gustavo Tagliaferri

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"Vivid", il nuovo album di Beatrice Antolini

A circa tre anni di distanza da “BioY“, è in prossimità di arrivo il quarto album in studio di Beatrice Antolini. Nato e composto nel corso di un periodo di riflessione e rinnovamento del proprio sound, oltre che anticipato dall’incalzante singolo Pinebrain, primo di ben dieci nuovi brani, si intitolerà “Vivid“. Il disco segna la collaborazione con l'”ecosistema musicale” Qui Base Luna e uscirà il 14 maggio.

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Beatrice Antolini – BioY

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Prima di parlare di Beatrice Antolini, e in particolar modo di questo disco, è bene specificare un po’ di cose. Innanzitutto non molto tempo fa qualcuno definì la musicista in questione come un personaggio avente tra le proprie fonti d’ispirazione musicali nientemeno che la darkissima Siouxsie Sioux. Verissimo. Ma parlare delle influenze di una musicista come lei è, per certi versi, difficile. C’è Siouxsie come c’è PJ Harvey, c’è Kate Bush come c’è qualcosa persino di Tom Waits, c’è il pop come c’è il jazz. Come dire, di tutto e di più.

Eppure la Antolini è solo la Antolini. Non è una musicista che scimmiotta questo e quello con lo scopo di darsi un tono, per niente. Lei fa suoi certi stili al punto da fondere proprio quegli stili in qualcosa di completamente suo, e non è l’unica. Ci sono tutti e c’è nessuno allo stesso tempo. Anche questo è essere personali.

Secondariamente, in Italia sono sopravvissuti alcuni ambienti nei quali c’è una certa tendenza a snobbare l’importanza delle donne nel mondo della musica, se quelle donne non si chiamano Gianna Nannini o Mina, per fare due esempi, o peggio Pausini o Ferreri. Se con Nada, Cristina Donà e Marina Rei (ma anche Vittoria Burattini dei Massimo Volume, per fare un altro esempio) pareva esserci uno spiraglio di luce affinché si arrivasse all’abbattimento di questo luogo comune, purtroppo questo fenomeno pare manifestarsi ancora nel caso di altre musiciste. In particolare Rachele Bastreghi dei Baustelle, Roberta Sammarelli dei Verdena e, di recente, la stessa Beatrice Antolini.

Ma perchè, poi? Per il bruttissimo vizio di considerare un gruppo o un/una cantante che appare nella copertina di un numero di una rivista automaticamente come da bocciare? Se così fosse, bisognerebbe fare un processo di questo tipo anche ad altri gruppi, che in passato si sono conquistati le copertine dei giornali di un tempo. Una cosa che non avrebbe alcun senso, un’inutilmente disperata ricerca dei “colpevoli” e degli “innocenti”.

Detto ciò, parliamo di “BioY“, ultima fatica in studio della nostra Beatrice.

Se in “Big Saloon” si è avuto a che fare con un vero e proprio circo polveroso di strumenti, per la cronaca tutti suonati da lei stessa, e “A due” era un tuffo nella parte più oscura e sbilenca della sua anima (in cui il Waits più folle incontra più volte tanto Bjork quanto Siouxsie), questo nuovo lavoro, complice probabilmente il Moog Fest del 2009, presso l’Auditorium di Roma, al quale ha preso parte assieme a musicisti come Luca Cirillo e Andy, ex Bluvertigo, tralascia lo sbilenco, riduce l’oscuro e convola a nozze funk, elettronica, pop, psichedelia e non manca qualche dose di percussioni. E per giunta passa dal timbro graffiante di una volta a uno più seducente e sensuale. Un timbro che le sta a pennello, anche solo ascoltando i tre brani quasi per solo pianoforte, Planet, Paranormal e Abletable, dove l’Harvey e la Bush diventano una persona sola: lei stessa.

Episodi isolati, in confronto all’aria variegata che si respira per il resto dell’album. Un’aria di mutazioni tra vari generi, vari suoni, varie emozioni. Non a caso uno dei dieci brani si chiama Mutantsonic, una vera e propria trasformazione di atmosfere, dall’oscuro di “A due” allo spaziale di “BioY”. Che possa bastare solo questa per parlare di un cd come questo?

No, non basta. Piece of Moon e We’re Gonna Live ammaliano con il loro connubio tra pop e funk, in particolare la seconda magari in alcuni punti non sarebbe dispiaciuta agli ormai sciolti Blindosbarra (che del funk avevano fatto una ragione di vita musicale, seppure siano stati meno elettronici della Antolini). Eastern Sun, con il sopracitato Andy al sax, parte come una versione incattivita dei Morphine e continua con un tono leggermente lo-fi, Venetian Hautboy (già proposta all’interno della compilation degli Afterhours “Il paese è reale: 19 artisti per un paese migliore?”) sul finale potrebbe essere una rilettura dei Primal Scream del periodo di “XTRMNTR” in chiave maggiormente funk, la title-track riprende il discorso di Mutantsonic con l’aggiunta di violini e trombe. Un discorso a parte merita Night SHD, un crescendo impossibile da descrivere in parole povere, forse il brano maggiormente Antoliniano di tutto l’album.

“BioY” è un disco che ammalia, che ipnotizza, che incuriosisce, è qualcosa d’importante per la discografia di questa donna, probabilmente il disco maggiormente riuscito di una musicista che ancora una volta non si smentisce. Sensualità e qualità intraprendono tante strade che portano alla stessa conclusione: la soddisfazione su tutti i fronti.

E ben venga la copertina guadagnatale dal Mucchio Selvaggio nel 2008.

Gustavo Tagliaferri

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